Da Yeltsin a Putin: l’ascesa degli oligarchi

14/04/2013 di Lorenzo Vermigli

Gli oligarchi russi – In Russia, circa una ventina di anni fa cominciò l’esponenziale crescita della concentrazione di capitale nelle mani di poche persone: i cosiddetti oligarchi. Tra questi si annoverano Abramovich, Khodorkovsky, Gusinsky, Prokhorov e (fino a qualche settimana fa) Berezovsky. Il suicidio sospetto di quest’ultimo ha gettato ombre su un sistema molto poco democratico, per usare un eufemismo. Ma non corriamo troppo e cerchiamo di capire le radici e l’evoluzione di questa realtà. Perché, intanto, ci sono gli oligarchi multimilionari in Russia?

Il processo di privatizzazione – Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la situazione economica era disastrata e l’obiettivo principale di Mosca era uscirne quanto prima, facendo leva su un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni che avrebbe dovuto fungere da catalizzatore capitalistico. Così, le élites russe decisero di smantellare le proprietà statali nei settori chiave come quello energetico e dell’industria pesante. Yeltsin si prefissava il target di creare una forma di capitalismo popolare. Corollario della sua teoria fu l’atomizzazione delle suddette proprietà in milioni di vouchers assegnati ai comuni cittadini russi. In breve, per privatizzare tali settori, il governo decise di frammentarne la proprietà in numerosissimi “pezzi di carta”, le famose shares. Ogni cittadino aveva così in mano una piccolissima parte di azioni in un determinato settore. L’idea non era malvagia, ma la sua esecuzione fu pessima.

La conseguenza prevedibile – L’inflazione era a livelli mai registrati prima e la gente vagava per le strade in cerca di latte e pane. Cosa se ne faceva un cittadino russo che moriva di fame di un voucher che valeva, in prospettiva, tanto ma che non gli permetteva al momento di sopravvivere? La risposta è semplice: lo vendeva. Negli anni ’90 milioni di persone giravano per strada con cartelli con su scritto “vendo voucher”; era l’unico modo che avevano per sopravvivere. Ora, chi aveva una situazione economica stabile (in pochi) ed era strategicamente ed economicamente lungimirante comprava questi vouchers in maniera massiccia, al fine di concentrare nelle sue mani quantità sempre maggiori di azioni. Ecco che in questo modo sono emersi gli oligarchi russi.

Voucher del 1993
Voucher del 1993

Gli errori di Gaidar e Chubais – Sotto la Presidenza Yeltsin, i due più grandi architetti del processo di liberalizzazione (prima) e privatizzazione (poi) furono Anatoly Chubais e Yegor Gaidar. Questi due signori commisero un errore strategico imperdonabile, causa dei successivi sviluppi: rendere i vouchers trasferibili. Se vi fosse stata una legge contro la cumulatività delle azioni, forse oggi non avremmo gli oligarchi. Si potrebbe replicare dicendo: però sarebbero morti tutti coloro che, grazie alla vendita dei vouchers, sono riusciti a sfamarsi. Giusto, allora le opzioni sono due: o Gaidar, Yeltsin e Chubais prevedevano la nascita degli oligarchi e le conseguenze di tale processo di privatizzazione (opzione sinceramente poco credibile), oppure semplicemente non avevano preso in considerazione questa conseguenza inintenzionale (opzione più credibile). Ecco l’errore degli architetti della manovra crea-oligarchi.

Il patto Putin-oligarchi – Con Yeltsin, gli oligarchi avevano vita facile, potevano fare ciò che volevano, il controllo era minimo e l’idea della libera iniziativa su stampo occidentale era prevalente. Le cose cambiarono con il governo Putin. Trovatosi di fronte a degli oligarchi sempre più potenti e invadenti nei confronti del Cremlino, l’ex capo dell’FSB (Putin non fu mai a capo del KGB come molti pensano) propose loro un patto: lui li avrebbe lasciati arricchirsi senza restrizioni in cambio della loro non ingerenza negli affari governativi. Sono stati fedeli? Qualcuno sì, qualcuno no…

Il caso Khodorkovsky – Khodorkovsky è un businessman arricchitosi durante la privatizzazione degli anni ’90. Fino al 2003 (anno del suo arresto per frode ed evasione fiscale) era proprietario di una delle più grandi compagnie petrolifere russe: Yukos. L’arresto è scattato a seguito delle sue ripetute “violazioni” del patto Putin-oligarchi, offrendo ingenti somme a favore dei due partiti liberali (politicamente opposti allo “United Russia” di cui è fondatore): Yabloko e SPS. Nel 2005 è stato spostato in un campo di lavoro nella regione di Chita (Siberia), al confine con la Manciuria. Resterà in carcere fino al 2017 e il suo patrimonio è evaporato in un batter d’occhio.

Fedelissimi e traditori – Tra gli oligarchi che hanno mantenuto il patto con Putin figurano Roman Abramovich (magnate proprietario del Chelsea) e Mikhail Prokhorov (proprietario della squadra di basket americana Brooklyn Nets). Tra i “traditori” ci sono Khodorkovsky, Gusinsky (propietario di televisioni russe) e Boris Berezovsky (anche lui proprietario di televisioni in Russia), che dopo lo scontro legale con Abramovich si era impoverito drasticamente e si è impiccato (?) il 23 marzo 2013. Occhio a mettersi sulla via di Putin…

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Lorenzo Vermigli

Nato a Massa Marittima (GR) il 13/02/1989, ma cresciuto nella ridente Follonica (GR). Ha frequentato il Liceo Linguistico Sperimentazione Brocca di Follonica e ha conseguito la maturità con 100/100. Ha studiato Scienze Politiche alla LUISS di Roma e si è laureato con una tesi sul fondamentalismo islamico (110 e lode). E' attualmente iscritto al secondo anno del corso di Laurea Magistrale in International Relations alla LUISS. Ha studiato all'Institut d'études politiques di Parigi e alla University of Pennsylvania di Philadelphia. Ha frequentato un corso di Security Studies presso l'Institute of Global Studies di Roma. Appassionato di calcio, storia e viaggi.
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