Da Vanessa e Greta a Giuliana Sgrena: il terrorismo e l’incognità riscatto

07/10/2015 di Luca Andrea Palmieri

Arriva la notizia di un riscatto di 11 milioni, e l'opinione pubblica (ma anche parte di quella politica) impazza: cerchiamo di fare un po' di chiarezza

Terrorismo e riscatti

Che Greta Ramelli e Vanessa Marzullo siano state – quantomeno – avventate, sia nell’organizzazione che nella gestione del loro impegno umanitario in Siria, è un dato di fatto non contestabile. Altresì dovrebbe essere in ogni caso scontato un elemento: lo Stato deve fare il possibile per aiutare i suoi cittadini in difficoltà all’estero, a maggior ragione in un territorio di guerra. Questo vale per chiunque, dal giornalista noto a livello mondiale al più avventato ed irritante dei cittadini.

Non è sorprendente l’ondata di insulti e indignazione che le due cooperanti si sono attirate nell’arco della vicenda. Né può colpire più di tanto, per chi conosce un minimo le dinamiche dell’opinione pubblica nel contesto della rete, l’irrazionalità degli atteggiamenti. Che però va segnalata.

Tra i più citati all’uscita della supposta cifra del riscatto pagata dallo Stato – circa 11 milioni – e tra l’altro veri e propri protagonisti su internet di una retorica oramai senza freni, sono i due marò. Qualcuno si domanda sdegnato perché il Governo non abbia provato a pagare per ottenere la libertà dei due fucilieri. Chi dice che ciò non sia stato fatto? È assolutamente probabile che la Farnesina abbia proposto al Governo indiano una risoluzione via indennizzo. Soluzione ovviamente rifiutata dalla controparte asiatica, vuoi per i contorni politici che la vicenda ha preso sul loro fronte interno, vuoi per l’evidente questione penale del fatto, che sia successo o meno. Perché, non va dimenticato, i due, per quanto militari italiani, al momento del fattaccio non erano in servizio ufficiale per l’esercito, ma erano “prestati” – sotto compenso – dal Reggimento San Marco per operazioni di difesa di una nave privata. Insomma, fungevano da contractor, nell’ambito di una pratica piuttosto discutibile – e poco esplorata – che poi sta alla base del modo pessimo in cui la situazione si è evoluta fino ad oggi.

Anche Fabrizio Quattrocchi, l’ex militare italiano morto in Iraq nel 2004, noto per aver detto “Vi faccio vedere come muore un italiano” nel video in cui veniva registrata la sua esecuzione, era un ex militare che lavorava come guardia di sicurezza per una compagnia privata avente rapporti con aziende statunitensi. Ed è stata probabilmente questa anche parte della causa della sua morte: se fosse stato un militare italiano, avrebbe avuto probabilmente tutt’un altro valore per il gruppo terroristico che lo teneva in ostaggio.

C’è chi pensa che Greta e Vanessa siano state trattate in questo modo perché donne. Il loro sesso ha avuto senza dubbio influenza. Soprattutto quando ha permesso la diffusione di una bufala piuttosto pesante, esacerbata dal fatto di esser stata ripresa dal vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri: le due avrebbero avuto rapporti sessuali con i rapitori. Una notizia falsa la cui origine è stata ricostruita da tempo. È però difficile non immaginare come la massa di commenti sessisti pronti a fare da contorno, sia stata conseguenza di una mentalità e di un pregiudizio che già si poneva con sospetto sull’argomento.

Il problema principale delle due, si dice, è il non aver seguito le linee guida minime per un viaggio in un’area ad alto rischio: assicurazioni, segnalazione al Ministero degli Esteri, tracciamento degli spostamenti da parte dell’ambasciata. Questioni sicuramente importanti che, in questo modo, non le mettono sullo stesso piano di altri casi celebri: quello di Giuliana Sgrena e di Domenico Quirico, giornalisti, anche loro rapiti da gruppi terroristici e poi rilasciati. Per quel che li riguarda, non sono state svelate le cifre di eventuali riscatti (in riferimento alla prima si sia spesso parlato di 5-6 milioni di euro), ma è estremamente difficile pensare non vi siano stati, per quanto la Farnesina neghi. La loro situazione non fu diversa da quella di Greta e Vanessa: non erano lì per fare gli interessi del nostro paese, al massimo delle aziende per cui lavoravano, pur facendo il loro nobilissimo mestiere.

Basta, dunque, questa mancanza a giustificare chi sostiene le due ragazze andassero lasciate là, a differenza dei due giornalisti? E’ una domanda sbagliata, quella giusta in realtà è un’altra: perché lo Stato Italiano deve fare distinzione tra un suo cittadino e un altro, nel momento in cui si parla di una questione di vita o di morte? Uno Stato nasce come congregazione sociale: non solo da delle regole per permettere la convivenza di più persone sotto la propria egida, ma si occupa anche di garantirne la sicurezza fuori dal Paese, indipendentemente da chi esse siano. E sia ben inteso anche qualora – elemento non trascurabile – esse si siano macchiati di reati in paesi stranieri, è interesse dello Stato seguirne l’iter processuali e garantire che i loro diritti, ad esempio, non vengano violati. In caso contrario, la domanda da porsi sarebbe allora un’altra: è giusto che lo Stato Italiano decida o meno della morte di due suoi cittadini? La pena di morte in Italia è un lontano ricordo, appare quindi paradossale permettere coscientemente la morte delle due ragazze. Poi magari si potrebbe, magari anche giustamente, pensare che debbano rispondere della loro avventatezza, ma questo è un altro discorso.

In realtà, la questione fondamentale è un’altra: è giusto che uno Stato paghi per la liberazione dei propri ostaggi? Essa non gravita intorno a Greta e Vanessa, ma ad un concetto più ampio, che passa per la nostra umanità, e che appare sicuramente difficile da valutare dalla comodità delle nostre poltrone. Se si vuole criticare la questione del pagamento di un riscatto per le due ragazze, lo si faccia in assoluto, includendo nella critica, sullo stesso livello, anche i casi prima citati. D’altronde, questi non si sono sviluppati in maniera diversa.

O si decide, come fanno alcuni paesi, di mantenere una linea intransigente, e ci si rassegna alla morte del rapito (che si chiami Sgrena, Quirico, Ramelli o Marzullo), o si fa il possibile per liberarli, senza distinzioni che non siano quelle – ben più complesse e comunque da gestire con cautela – di un possibile passaggio dalla parte dei terroristi, con la volontà di compiere atti violenti nel paese. Cosa che per Vanessa e Greta non pare risulti, fino ad ora.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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