Da Bersani a Renzi: smacchiamo il PD

01/03/2013 di Federico Nascimben

“[…] Nei precedenti interventi [di Fassino e di Rutelli, ndr] si chiedeva un minimo di autocritica, rispetto alle scelte di questi ultimi anni, rispetto alla timidezza, rispetto alla moderazione, rispetto al non saper più parlare alla testa, all’anima e al cuore delle persone, mentre invece la burocratia che sta alle mie spalle non ha capito nulla di questa serata. Noi, mi dispiace dirlo, ma con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai. Mi dispiace molto, perché io continuerò a votare per l’Ulivo. Fassino, Rutelli e altre persone hanno ricordato l’enorme maggioranza che questo centrodestra tutto italiano, barbaro, ha. Ma questa enorme maggioranza, non dico la vittoria, ma questa enorme maggioranza glie l’ha data l’Ulivo, facendo l’anno scorso una campagna elettorale timidissima, non cercando l’unità […]”.

Era il febbraio del 2002. Da allora sono passati esattamente undici anni. Le parole – come ricorderete – erano quelle di un infervorato Nanni Moretti che si scagliava contro quella classe dirigente, uscita sconfitta dalle elezioni del 2001 e incapace di assumersi le proprie responsabilità davanti al proprio fallimento. Ebbene, quella classe dirigente, undici anni dopo è ancora lì. Basti pensare che all’indomani della freschissima sconfitta elettorale – quando bisognava decidere sul da farsi in seguito all’esito delle urne – alla direzione nazionale del partito hanno partecipato, oltre al Segretario Bersani, i vari D’Alema, Veltroni, Latorre, Fioroni. Dei vincenti nati, o meglio: gente che riesce a “non vincere” pur arrivando prima.

Sicuramente, questa volta, ben in pochi avevano previsto una débâcle del genere. Ma i numeri parlano chiaro: rispetto al 2008 – dove comunque il risultato non fu dei più rosei, arrivando al 33% dei consensi -, mancano all’appello quasi 4 milioni di voti, con un calo di quasi il 30% e un crollo vertiginoso nel Sud del Paese. Certamente il PDL ha fatto peggio, arrivando pressoché a dimezzare i propri voti rispetto alle precedenti elezioni. In questo caso però il centrosinistra avrebbe dovuto vincere facile, visto il disastro del governo precedente. Ma niente, la pessima performance del PD è riuscita a far sì che l’immortale Berlusconi facesse bella figura anche questa volta. Come sappiamo, questa volta all’interno della competizione si è inserito molto bene il M5S, senza dubbio vero vincitore di questa tornata elettorale. Anche qui però, a mio avviso, è stato il crollo del partito di Bersani a far trionfare Grillo (senza voler togliere nulla all’incredibile risultato).

Perché è accaduto tutto questo? Fondamentalmente per tre motivi:

1. Lo spostamento a sinistra della coalizione attraverso l’alleanza con SEL, PSI e la vicinanza alla CGIL. Operazione questa che allontana buona parte dell’elettorato moderato che, come abbiamo più volte ribadito, è maggioranza nel Paese. Sicuramente l’operazione che si voleva tentare era quella di andare alle elezioni con un baricentro spostato a sinistra, ma poi, ad urne chiuse, aprirsi al centro di Monti. Ma tutto ciò non è potuto accadere per via dell’altrettanto pessima performance della coalizione del Professore.

2. Sfruttando il fallimento del precedente governo, il centrosinistra si sentiva sicuro di vincere. Sentiva giunto il momento in cui finalmente, grazie ai demeriti degli avversari, sarebbe stato chiamato a governare. Ed è stato commesso il solito errore (iscritto nel DNA di questa classe dirigente), ovvero credere di avere una qualità ascritta: essere i migliori sulla piazza, sotto tutti i punti di vista. Perciò è stata impostata l’ennesima campagna elettorale piena di contenuti vuoti, senza mai spiegare qual era la propria visione del Paese e di ciò che bisognava fare per risollevarlo, senza mai toccare il tema più caro agli italiani, cioè quello di un livello di tassazione insopportabile (dando anzi l’impressione opposta).

3. L’incapacità dell’attuale classe dirigente, riconfermata di fatto dai cittadini attraverso le primarie, di saper leggere una realtà profondamente mutata. È stato senza dubbio questo il vero motivo dellacocente sconfitta. Mi spiego, come abbiamo avuto modo di vedere, il tema centrale di queste elezioni è stato il rinnovamento della classe politica. Rinnovamento che doveva avvenire anzitutto tramite l’inserimento di volti nuovi e freschi. Questa volta però i cittadini non volevano la solita operazione gattopardesca di maquillage politico (ampliamente praticata dal centrosinistra); questa volta si richiedeva un cambio radicale.

Ebbene, anche di fronte all’evidenza della sconfitta, Bersani si è presentato in conferenza stampa senza fare un minimo di autocritica, dicendo anzi che il risultato disastroso nel Mezzogiorno era dovuto a condizioni di maggiore sofferenza, acuitesi con la crisi, e quindi i cittadini di quelle zone erano più facilmente assoggettabili ad un messaggio “semplicistico” (o populista) incarnato da Grillo e Berlusconi. E che Bersani, invece, persona seria onesta (non lo metto in dubbio), non se la sentiva di vendere favole.

La mia lettura del risultato elettorale è diametralmente opposta a quella del Segretario: dinanzi a tale sconfitta occorre assumersi le proprie responsabilità e presentare le dimissioni. Ricordo infatti che nel 2008, di fronte ad un esito ben migliore di questo (soprattutto se comparato con quelle che erano le prospettive di allora), buona parte di quella stessa classe dirigente chiese a gran voce le dimissioni di Veltroni. Perché ora non accade lo stesso? La risposta è evidente, perché in questo modo avrebbe vita facile il rottamatore Matteo Renzi, e quella classe dirigente, capace di portare il partito all’ennesima sconfitta, perderebbe il proprio posto di lavoro.

Non è certo mia intenzione mettere in dubbio la legittimità della candidatura a premier di Bersani, proveniente da un’investitura popolare attraverso il meccanismo delle primarie (che certamente però, potevano essere più libere e più aperte). Occorre però prendere atto del mutato scenario politico e delle mutate esigenze della gente che chiede un rinnovamento radicale.

Sicuramente il Sindaco di Firenze soffre a mio avviso di una strana sindrome, ovvero – se mi si concede il quasi ossimoro – si trova ad essere minoranza nel proprio partito ma (possibile, probabile) maggioranza nel Paese. Indi per cui si facciano al più presto nuove primarie e si ridia piena legittimazione a colui che ne uscirà vincitore. Ma al tempo stesso si accetti il necessario ricambio ai vertici e si prenda atto della mutata realtà: quella sinistra non esiste più. Insomma, si smacchi finalmente questo PD.

Intanto il rottamatore, dal suo account Facebook, fa sapere a tutti, riguardo alle voci di una sua possibile discesa in campo immediata, a capo di un governissimo: “Ho evitato di fare dichiarazioni dopo il voto perchè non volevo finire nel festival di chi la spara più grossa e nei pastoni degli addetti ai lavori. Adesso leggo incredibili interpretezioni, ricostruzioni, commenti. Mettiamola così, allora: quello che volevamo per l’Italia lo abbiamo proposto alle primarie. Dagli Stati Uniti d’Europa fino all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, noi ci abbiamo messo la faccia, presentando un progetto serio. Ho perso le primarie. Adesso faccio il Sindaco perchè la serietà non è un optional. Capisco i rimpianti, ma preferisco vivere di progetti.” Scelta avveduta, quasi scontata. Il rischio sarebbe quello di bruciare un futuro che appare roseo nel giro di pochi mesi.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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