Sessantove anni fa il D-Day. Un’ Europa che deve ricordare

06/06/2013 di Andrea Viscardi

Lo sbarco che diede libertà al nostro Continente, oggi più diviso che mai

Sbarco in Normandia, Europa

Sessantanove anni fa, proprio mentre scrivo queste poche righe, circa 150 mila soldati alleati si stavano preparando psicologicamente per quella che sarebbe stata una delle più grandi e complicate azioni belliche della storia: lo sbarco in Normandia, tappa fondamentale perché l’Europa potesse liberarsi dal giogo nazista.

In pochi, però, sono a conoscenza del fatto che, ancor prima dello sbarco, l’operazione Overlord fu inaugurata dall’82a e dalla 101a divisione aerotrasportate statunitensi, insieme alla 6a inglese. La più imponente operazione aerea della storia moderna. Queste, poco dopo la mezzanotte, vennero paracadutate insieme alla speranza degli alleati. L’obiettivo fondamentale dei circa 15000 soldati era di conquistare, tra le altre, le zone di uscita delle cinque spiagge interessate allo sbarco – chiamate in codice Omaha, Utah, Gold, Juno e Sword – di distruggere i ponti dai quali i nazisti avrebbero potuto far arrivare truppe e rifornimento, interrompere le comunicazioni nemiche e proteggere i fianchi delle zone di sbarco. Un compito d’importanza vitale. Qualora avessero fallito, probabilmente, la storia sarebbe stata diversa da quella che conosciamo.

Invece, nonostante numerose perdite umane – circa 230 mila tra morti e feriti sino alla liberazione di Parigi, avvenuta il 25 agosto – i piani di battaglia alleati furono un successo e segnarono, sostanzialmente, la fine del Terzo Reich. Neanche un anno dopo cadeva Berlino. Quindi, nell’agosto del 1946, venne posto fine al conflitto, utilizzando uno strumento di morte come la bomba atomica. Manifesto di quanto lo sviluppo tecnologico non sia sempre sinonimo di progresso per l’umanità. Si chiudeva così la guerra più atroce della storia, dopo circa 70 milioni di vittime tra civili e militari, e altre decine di milioni di persone segnate per il resto della propria vita.

L’Europa, uscita dalla guerra distrutta, perse definitivamente il ruolo di “caput mundi” in favore degli Stati Uniti, e si avviò ad una lenta ma decisa ricostruzione. Ricostruzione che ebbe quasi del miracoloso, considerando i dati economici tra il 1946 e il 1960. Un’Europa che si accorse per la prima volta come, per non rischiare di far ricadere il Mondo nel buio di un nuovo conflitto armato, fosse necessario unirsi, compatta, per la costruzione di una cultura, una coscienza, un senso di appartenenza comune. Un’Unione dei Popoli europei, anticipata dal Manifesto di Ventotene scritto, durante la guerra, da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi.

A distanza di quasi settant’anni, quell’Europa che, dopo numerose difficoltà, sembrava aver trovato la strada per una vera unione, vive il momento più critico della sua breve vita. Circa il 50% dei cittadini provano un senso di sfiducia verso le sue istituzioni, soprattutto tra i paesi fondatori come la Francia, dove circa il settanta per cento delle persone crede l’Unione stia sbagliando tutto, e oltremanica, dove sempre più sono le voci a favore di un’uscita. La crisi ha devastato economicamente e socialmente l’intero continente, e da Bruxelles, ammettiamolo, le soluzioni proposte non sono certo state tra le più efficaci.

Proprio oggi, a maggior ragione, è fondamentale comprendere il senso stesso dell’Europa unita. Il significato originale della sua nascita, le intenzioni insite nelle parole e nelle battaglie portate avanti da Spinelli nel corso della sua brillante vita. L’imperfezione dell’Unione è un fatto evidente a tutti, la strada da percorrere sarà ancora lunghissima, ma mai come oggi, in oltre duemila anni di storia, il nostro Continente ha potuto godere di una stabilità così duratura. Un senso, quello dell’Unione Europea, che interpretato in quest’ottica prescinde dalla dimensione economica. Una fortezza difficile da costruire, ma facilissima da distruggere.

Sia chiaro, tutto questo non deve essere ricordato solo a chi vede nell’Europa il mostro colpevole di ogni male, ma anche a chi, avendo ruoli di primo piano, continua, dopo sessant’anni, a vedere nell’Unione una scacchiera nella quale giocare le proprie mosse solo ed esclusivamente per fare del bene al proprio Paese, anche a discapito degli altri, piuttosto che uno strumento per garantire pace, stabilità e progresso a tutto il Continente.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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