Cura emotiva per un Paese volubile

17/04/2014 di Francesca R. Cicetti

Italia, Paese volubile

Di fronte al continuo infiammarsi e poi sgonfiarsi delle polemiche, in Italia, ci si domanda se al Paese non serva una cura per l’emotività. L’opinione pubblica si anima a tratti, infiammata da scosse elettriche che durano pochi giorni, o addirittura poche ore. In quegli istanti si grida, ci si indigna, si distruggono i personaggi fino a qualche istante prima osannati. Il trend della settimana: i servizi sociali per Silvio Berlusconi. Dieci mesi e mezzo in un centro per anziani a Cesano Boscone, vicino Milano. Lasciando da parte la facile ironia di chi si domanda in veste di cosa visiti questo centro per anziani, resta il fatto che la pena è davvero esigua. Ed ecco l’indignazione del momento: la legge è davvero uguale per tutti?

Ad oggi, non si vede altro: sui social media, sui giornali, in televisione. Le autorità e la gente comune si schierano fieramente, finché c’è questa onda da cavalcare. La stessa cosa si può dire per il polverone alzato dall’irrispettosa (come minimo) satira di Beppe Grillo riguardo l’olocausto. C’è chi dice che si tratta di una provocazione, l’ennesima, e chi invece si erge, indignato per la mancanza di rispetto. Sembra che non ci sia niente di più importante di cui discutere. Ma possiamo iniziare a contare i minuti in cui questa notizia sarà sulla bocca di tutti, farà rivoltare l’opinione pubblica, che si ergerà come accusa o come difesa. L’esperienza ci insegna che durerà poco.

Noi italiani siamo volubili per natura, si sa, e ora come ora troppo pigri per mantenere una posizione stabile. La fermezza non fa per noi, non ci piace. La ritiriamo fuori solo in occasioni particolari, come l’abito della festa, e non sempre quando dovremmo. Per lo più ci serve per aggrapparci alle questioni di principio, alle ideologie nostalgiche, ai bei tempi andati. Ma, per il resto, siamo anche noi vittime incoscienti del conformismo della maggioranza. Senza voler essere disfattisti: le opinioni personali esistono ancora, non le abbiamo mandate in pensione. Ma a volte è più comodo affidarci a quelle altrui. O meglio, a quelle che sembrano essere condivise dai più. Se molti la pensano a quel modo, deve essere la maniera giusta di vederla. Se molti discutono la pena di Berlusconi o la satira di Grillo, devo farlo anche io. Se tutti smettono, anche io smetto.

Di certo la società dei media, da questo punto di vista, non aiuta. È scientifico: discutiamo di quello di cui discutono le televisioni. E se anche la politica si fa dietro lo schermo, bisogna indossare un’armatura pesante e difendere la propria autonomia decisionale, slalomando tra gli slogan elettorali e le frasi costruite appositamente per l’ignaro tele-elettore. C’è chi grida al conformismo della democrazia, perché la società democratica ci spinge all’omologazione. In realtà potrebbe bastare un po’ di spirito d’iniziativa. A volte, questo è vero, chi vuole notizie autentiche (o di cui valga la pena parlare) ha bisogno di andarle a cercare. Per farlo, bisogna mettere da parte la consueta pigrizia del Bel Paese, la volubilità che ci fa rimbalzare da una parte all’altra, da un parere all’altro, e che fa scomparire tutto in fretta come è cominciato. Arduo, ma non impossibile. Forse potrebbe essere la palestra adatta a curare la nostra genetica incostanza.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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