Cultura e istruzione: l’Italia continua a spendere poco (e male)

04/04/2016 di Lucio Todisco

Una panoramica sui dati dell'ultimo rapporto Eurostat: l'Italia si conferma incapace di compiere investimenti efficaci sui propri giovani e sul proprio patrimonio culturale, attestandosi tra gli ultimi posti in Europa

Cultura e Istruzione

Il nostro Paese continua a spendere poco ed in modo inefficiente in cultura e istruzione. Sono questi i dati che emergono dall’ultimo rapporto dell’Eurostat uscito a marzo, in riferimento ai dati del 2014. Il quadro è piuttosto chiaro, e vede l’Italia all’ultimo posto nell’UE per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione: 7,9% nel 2014 rispetto al 10,2% della media UE. Ma non basta, infatti la Penisola è al penultimo posto, appena sopra la Grecia, per quella destinata alla cultura: l’1,4% rispetto al 2,1% della media UE.

Più protezione sociale, meno cultura – Il rapporto Eurostat mostra come in Italia vi sia la percentuale di spesa pubblica più alta della media UE per la protezione sociale: 41,8% rispetto al 40,4% di media. Se guardiamo invece alla percentuale sul PIL, il dato rilevante è che la spesa italiana per l’educazione è al 4,1% a fronte del 4,9% europeo: siamo penultimi dopo la Romania (3%) ed insieme a Spagna, Bulgaria e Slovacchia. Se guardiamo, invece, alla spesa per la cultura, il dato è ancora più basso: spendiamo lo 0,7% a fronte dell’1%, sempre penultimi. Peggio di noi fa solo la Grecia, con lo 0,6%. Per la protezione sociale, invece, l’Italia spende il 21,5% del PIL a fronte del 19,5% europeo, ai primi posti dopo Finlandia, Francia, Danimarca e Austria.

Per quanto riguarda l’istruzione, la spesa pubblica nel nostro paese è in linea con la media europea se consideriamo l’educazione primaria, lievemente più bassa per quella secondaria mentre è molto inferiore per l’educazione terziaria, ovvero quella universitaria, post universitaria e nella ricerca. I dati di Eurostat mostrano che la spesa in percentuale sul PIL nell’educazione terziaria è allo 0,8% nella media UE, mentre nel nostro paese è solo allo 0,3%. Invece, se si guarda alla percentuale sulla spesa pubblica, l’UE si attesta in media sull’1,6%, l’Italia sullo 0,7%. Siamo molto lontani dai livelli della Germania nella spesa per l’educazione terziaria che è dello 0,9% sul PIL e del 2% sulla spesa pubblica.

Più risorse per affrontare il declino – Sarebbe quantomeno ingenuo dare la colpa alla crisi per questo gap in due settori così strategici come quelli della cultura e dell’istruzione. I dati ci dimostrano non soltanto l’insufficienza in generale delle risorse destinate all’istruzione, ma una carenza di investimenti nei giovani universitari che rappresentano il futuro del nostro paese. Una carenza che è ancora più evidente nel settore della cultura, in un paese come il nostro che ha un patrimonio unico al mondo. Un patrimonio in grado, con investimenti mirati e risorse ben gestite, di creare occupazione e crescita economica. Occorre considerare, al di fuori delle solite frasi di rito, quanto gli investimenti in cultura rappresentino un aspetto strategico per lo sviluppo del nostro Paese. Soprattutto se osserviamo altri esempi europei, dotati di asset minori ma aventi risultati considerevoli a causa di maggiori investimenti e anche, soprattutto, ad una migliore gestione del proprio patrimonio.

Un trend negativo da invertire. In generale, al di là degli investimenti pubblici, quello della cultura è un mercato con luci ed ombre. Il settore dell’editoria non sta attraversando un momento particolarmente felice: basti pensare a come, nel 2015, il numero degli occupati nell’intera filiera della carta abbia registrato un nuovo ribasso (-1,2%). Il segmento dei libri, compreso il settore degli e-book, ha evidenziato una lieve risalita, peggio va invece l’editoria quotidiana e periodica.

Tuttavia, nel rapporto Io sono cultura 2015, promosso dalla Fondazione Symbola, i dati mostravano come le imprese del sistema produttivo culturale italiano – che include, però anche le industrie culturali, le industrie creative, performing arts e arti visive, attività legate alla gestione del patrimonio storico artistico e produzioni di beni e servizi a driver creativo – producano 78,6 miliardi di euro, ovvero il 5,4% della ricchezza italiana. Si arriva ad 84 miliardi circa se si includono istituzioni pubbliche e no profit.

Il trend della spesa pubblica e l’andamento della spesa delle famiglie sembrano andare di pari passo, in entrambi i casi, cioè, al di sotto della media Ue. Nel rapporto Noi Italia 2015 dell’Istat si è mostrato come nell’ anno 2012 la quota di spesa destinata a consumi culturali e ricreativi, da parte delle famiglie italiane, sia stata pari al 7,1%, mentre la media dei paesi Ue si attesta, invece, all’8,7%. Un trend leggermente migliore, invece, nel 2014, dove la spesa delle famiglie per la cultura è tornata a crescere (+2% secondo il Rapporto 2015 di Federculture).

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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