Informazione e verità, cultura e dibattito: istruzione

13/01/2014 di Federico Nascimben

Eccessiva semplificazione, scarsa tendenza all'approfondimento, faziosità e disinteresse caratterizzano non solo il dibattito pubblico italiano, ma anche quello privato. Perché?

Dalla lettura di alcuni articoli interessanti sul tema informazione-verità e cultura-dibattito, di cui tre dal Post.it (il primo e il secondo su alcune tecniche comunicative, il terzo su come funzionano i fondi all’editoria) e uno dalla Stampa (sulla tendenza alla sciatteria del giornalismo politico italiano), ci viene dato modo di riflettere su alcuni aspetti che caratterizzano il dibattito pubblico e nei media in Italia, ma anche il dibattito di tutti i giorni fra persone “normali”. A giudizio di chi scrive è stato il secondo a influenzare il primo, ma il primo ha dato a sua volta vita a un circolo vizioso dal quale non siamo in grado di venirne fuori: la tendenza centrifuga dell’informazione e del dibattito tendono ad estremizzare il confronto e a dividere le persone – a seconda dell’argomento – su due posizione assolutamente contrapposte e, soprattutto, con posizioni inconciliabili tra loro. Inutile dire che l’esempio ormai classico è Berlusconi (assieme al c.d. berlusconismo), il quale negli ultimi vent’anni ha saputo cavalcare con estrema astuzia questa già consolidata tendenza italiana, contribuendo a rendere più profondi i solchi fra i due poli. Ebbene, la principale risposta a questo tipo di problema deriva dall’allarmante livello di istruzione e di competenze alfabetico-matematiche in Italia.

Percentuale di italiani in base al titolo di studio – Ricostruiamo la situazione partendo dalle fasce di italiani per titolo di studio. Secondo un rapporto OCSE del 2012 (qui il link) l’Italia è al penultimo posto fra i Paesi membri dell’Organizzazione per numero complessivo di laureati, pari al 15% della popolazione (che va dall’11% nella fascia d’età tra i 55-64 al 21% nella fascia tra i 25-34 anni), mentre la media OCSE è del 31% e quella dell’Europa a 21 del 28%. Pur essendoci stati dei miglioramenti negli ultimi anni, grazie soprattutto all’introduzione della laurea breve, siamo parecchio indietro rispetto agli altri Paesi (con una media che è pari alla metà circa di quella di OCSE e UE). L’aspetto che però preoccupa maggiormente è dato dal fatto che solo il 9% delle persone nella fascia d’età tra i 25-34 anni, aventi entrambi i genitori a bassa istruzione, è laureato. Passando al numero di diplomati sul totale della popolazione, secondo Eurostat, al 2012 (qui il link), è pari al 21,7% contro una media UE del 35,8%; mentre il tasso di abbandono scolastico nel nostro Paese è pari al 17,6% quando in Europa è del 12,8%. Al 2011, secondo dati ISTAT (qui il link), “il 44,3% della popolazione tra i 25 e i 64 anni di età ha conseguito come titolo di studio più elevato la licenza di scuola media“.

Percentuale della popolazione tra i 25 e i 64 anni di età che ha conseguito come titolo di studio più elevato la licenza di scuola media. Fonte: grafico Istat.
Percentuale della popolazione tra i 25 e i 64 anni di età che ha conseguito come titolo di studio più elevato la licenza di scuola media.
Fonte: grafico Istat.

Livello di istruzione e livello di competenze – Analizziamo ora quali sono le conseguenze di un livello di istruzione così basso sul livello di competenze degli italiani. Nel 2011-2012 l’indagine Isfol-Piaac, promossa dall’OCSE, e “finalizzata ad analizzare il livello di competenze fondamentali della popolazione adulta tra i 15 e i 65 anni” (qui il link), ha preso in considerazione le competenze alfabetiche e quelle matematiche. I punteggi vanno da 0 a 500 e sono divisi in 6 classi in cui la terza classe rappresenta il livello minimo per vivere e lavorare nel XXI secolo. Nei 24 Paesi presi in considerazione dall’indagine, per quanto concerne le competenze alfabetiche, il punteggio medio degli italiani è stato di 250 punti, così suddiviso: il 29,8% si colloca al livello 3 o +, il 42,3% al livello 2 e il restante 27,9 al livello 1. In questo modo ci siamo posizionati in ultima posizione, vista la media complessiva di 273 punti. Per quanto riguarda le competenze matematiche, il risultato medio italiano è stato di 247 punti (contro una media OCSE di 269 punti), in cui solo il 28,9% si è classificato almeno al terzo livello. Oltre alla sopracitata indagine, ciò che colpisce particolarmente è qualcos’altro, e cioè il c.d. analfabetismo funzionale (qui il link) che wikipedia definisce come “l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana”. Ebbene, secondo un’altra indagine dell’OCSE del 2011 (qui il link), il numero di analfabeti funzionali nel nostro Paese è pari al 47% delle persone di età comprese tra i 16 e i 65 anni.

Numero di persone funzionalmente analfabete. Fonte: wikipedia su dati OCSE.
Percentuale di persone funzionalmente analfabete.
Fonte: wikipedia su dati OCSE.

Spesa per istruzione e formazione – Visti gli scarsi risultati dei livelli di istruzione e di competenze linguistico-matematiche degli italiani nelle classifiche internazionali andiamo ad analizzare la percentuale di spesa pubblica (% sul pil) per istruzione e formazione – dato che il basso livello di quest’ultima viene additato spesso come la causa principe della situazione italiana. Secondo l’Istat (qui il link), al 2010, l’incidenza della spesa per istruzione e formazione sul PIL era pari al 4,5%, mentre nella UE a 27 la media è pari al 5,5,% (mentre in Germania è addirittura inferiore dello 0,2% rispetto all’Italia).

Spesa pubblica per istruzione e formazione Italia-Paesi UE. Fonte: grafico Istat.
Spesa pubblica (% sul PIL) per istruzione e formazione Italia-Paesi UE.
Fonte: grafico Istat.

La cosa che invece potrebbe stupire molti è data dal fatto che se si va ad analizzare il dato comparato a livello regionale, le regioni in cui si spende di più sono quelle che in termini quantitativi e qualitativi – per ciò che attiene i livelli di istruzione e formazione – danno i risultati peggiori, cioè tutte le regioni del Mezzogiorno.

Spesa pubblica per consumi finali per l'istruzione e la formazione. Fonte: grafico Istat.
Spesa pubblica (% sul PIL) per consumi finali per l’istruzione e la formazione.
Fonte: grafico Istat.

Premettendo che tali regioni – come sottolineato dall’Istat – sono “caratterizzate da una maggiore presenza di popolazione in età scolare“, bisogna evidenziare come la spesa per consumi finali in istruzione e formazione in rapporto al PIL sia stata qui all’incirca del 7% nel periodo 2007-2010, contro una media del 3% nel centro-nord. Spesa che non ha però avuto riscontri positivi visti i risultati delle classifiche internazionali in cui viene sottolineato il differenziale fra regioni del Mezzogiorno e regioni centrosettentrionali sia in termini quantitativi (numero di diplomati, laureati e tasso di abbandono scolastico) che qualitativi (competenze linguistico-matematiche); e nonostante il numero di diplomati con 100 e 100 lode al sud sia di gran lunga superiore rispetto al resto d’Italia (qui il link).

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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