Cuba, il Paese dei cambiamenti. O forse no?

03/02/2013 di Andrea Viscardi

Di questi giorni la notizia apparsa sui vari quotidiani nazionali di una piccola rivoluzione a Cuba: è stata infatti approvata la riforma della legge sull’immigrazione, che permetterebbe ai cittadini di lasciare l’isola. Accolta da molti giornali come segno dell’apertura del regime verso l’esterno e di un miglioramento sensibile delle condizioni di vita dei cittadini dopo l’ascesa del fratello di Fidel Castro, in realtà, ha il solo scopo di essere utilizzata come uno specchietto per le allodole da paventare ad una stampa Occidentale spesso troppo superficiale.

Raoul Castro

È di gennaio, infatti, anche la pubblicazione del “World Report 2013” di Human Rigts Watch, organizzazione universalmente riconosciuta come una delle più attive e competenti nel campo della difesa dei diritti umani. La situazione di Cuba descritta nel report è in contrasto con la visione di un Paese in via di cambiamento, anzi, per certi versi appare ancora più grave di quanto non sia stata in passato.

Cominciando dal dissenso politico, il regime di Raul Castro ha intensificato i mezzi per reprimere qualunque forma di dissenso politico, utilizzando, come viene spiegato nelle relazione di HRW, “brevi periodi di detenzione ingiustificati, percosse, pubblici atti di ripudio, restrizioni ai viaggi e forzato esilio”. Su questa sponda, i cambiamenti tanto sottolineati dalla stampa internazionale sono stati solo di facciata. Infatti, se da una parte nel corso del 2010 e del 2011 molti prigionieri politici sono stati rilasciati a patto che accettassero l’esilio, la maggior parte di loro continua ad essere perseguitata e a rischiare, attraverso processi sommari, da 1 a 4 anni di carcere.

I dissidenti e i critici del governo di Cuba non beneficiano del diritto garantito ad un processo equo, essendo i tribunali controllati e influenzati dall’esecutivo. Per rendere meglio l’idea di quanto la situazione non accenni a migliorare, i dati dell’organizzazione “The Cuban Commission for Human Rights and National Reconciliation” sono eloquenti: nel 2010 le detenzioni arbitrarie furono 2074, cresciute a 4123 nel 2011 e divenute 5105 nel periodo tra il Gennaio 2012 e il settembre dello stesso anno.

Come detto l’imprigionamento a breve termine resta l’arma più usata per soffocare il dissenso, la critica e l’esercizio di tutti quei diritti fondamentali considerati pericolosi. Tale mezzo viene utilizzato in via preventiva, per evitare la partecipazione dei cittadini ad eventi considerati ad alto. Nessuna giustificazione viene data alla custodia, se non percosse e minacce. L’unica cosa certa è la promessa, da parte delle autorità, che qualora il malcapitato dovesse essere ancora associato a fenomeni di critica, allora, non scatterebbe solamente la detenzione a breve-termine, ma verrebbe formalizzata l’accusa per crimine, con il conseguente processo-farsa e la detenzione definitiva.

In aggiunta, oltre ai media controllati totalmente dal governo, anche quei giornalisti indipendenti dediti a denunciare la situazione dell’isola – attraverso collaborazioni con riviste internazionali o blog – subiscono lo stesso trattamento. Basti considerare i 19 giornalisti detenuti  a Settembre 2012.

Insomma. La farsa è servita. Già nella legge sull’immigrazione vi sono delle eccezioni esplicite (medici, scienziati, militari), inoltre, chi crede che il regime permetterà a tutti di usufruire di quanto previsto nel disegno di legge o è illuso o è in malafede: sarà sempre il governo a decidere, in definitiva, chi potrà uscire dall’isola e chi no.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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