Chi è stato è stato (cronaca di un’apatia)

06/11/2014 di Francesca R. Cicetti

Cucchi, Aldrovandi, Pinelli: le morti di Stato ci sconvolgono, ma il distacco permette di sentirci assolti

Cucchi

Chi è stato è stato. Come a dire, non ci interessa. O peggio, non sono fatti nostri. Ma ci sbagliamo eccome, perché lo Stato – quell’entità politica che governa ed esercita il potere sovrano – siamo noi. Non un mucchio di signorotti in giacca e cravatta, non gli intellettuali, gli onesti, i ladri, gli uomini e le donne di buona e cattiva volontà che riempiono le Camere. Noi. E la vergogna dello stato è una vergogna anche nostra. Gli insulti contro lo Stato, insulti contro di noi. Chi è stato è stato, e lo Stato siamo noi.

Per questo avviliscono infinitamente le sentenze come quella del caso Cucchi. Ad uccidere Stefano non è stato nessuno. Nessuno. Una fatalità, un imprevisto, un errore. E davvero, non si tratta di un desiderio perverso di puntare il dito, una crudele soddisfazione complottista, nello scoprire che in fondo qualcosa di nascosto c’era. Non si vuole rivangare, rimestare nel fango per poterlo lanciare in faccia alle autorità. Tutt’altro. È semplicemente triste, molto triste, sapere che un giovane può morire così, per caso, senza che se ne sappia la ragione, mentre si trova sotto la responsabilità dello Stato. Sotto la nostra responsabilità.

Ci dovrebbe indignare non sapere di chi sia la colpa. Sapere di vivere in un Paese in cui anarchici un po’ troppo distratti inciampano e finiscono per cadere dalle finestre dei commissariati. Paese in cui i giovani fermati dalla polizia si oppongono così duramente all’arresto da soffocarsi da soli, e in cui, se si soffre di schizofrenia paranoide, bisogna stare attenti a non finire col torace schiacciato. Questo Stato misterioso, in cui la responsabilità è rara come una formula magica, siamo anche noi. Questo Stato di intoccabili, che infanga il lavoro di tanta, tantissima brava gente. Questo Stato che alza il dito medio di fronte al dolore, che applaude gli assassini rimessi in libertà.

Non è per odio. Non è per desiderio di vendetta, e neppure per appagare qualche istinto cospiratorio. Gli intrighi sono belli solo nei film, per il resto, non c’è proprio nulla di gradevole. Non tifiamo per i misteri, per le macchinazioni, per le accuse gratuite. Solo, dovremmo sentirci un po’ coinvolti. È un male, questo, che si chiama apatia di Stato. I sintomi – noncuranza, superficialità, generalizzazione – portano a credere che si possa morire per caso, che la responsabilità sia una bella parola senza significato, che i drogati siano tutti da ammazzare, le guardie tutte infami, i governi tutti ladri. La malattia colpisce uomini e donne, senza distinzione di età, colore, estrazione sociale, luogo di nascita. Ci porta a dire che, tanto, chi è stato è stato, non ci cambia la vita.

Invece abbiamo torto. Torto a dare credito alle chiacchiere da bar, a voltare la pagina, a pensare che non ci riguarda. Che non è roba nostra quello che accade nei commissariati, negli ospedali, nel Parlamento, nelle strade, nelle scuole, nelle discoteche, nelle prigioni. Che se non siamo stati noi, allora non siamo noi lo Stato. Ma se non di uomini e donne, di cosa si nutre la democrazia?

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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