Intervista a Tommaso Della Longa, portavoce della Croce Rossa Italiana

03/06/2014 di Eleonora Pintore

Intervista a Tommaso Della Longa, Portavoce della Croce Rossa

Tommaso Della Longa è il portavoce della Croce Rossa Italiana cioè – per definirla con le sue stesse parole – la più grande organizzazione umanitaria in Italia e nel mondo. “La forza di Croce Rossa sono i volontari, siamo parte di ogni singola comunità e di ogni singolo villaggio che ci sia in giro per il mondo, l’aiuto di un volontario è l’aiuto di una persona che ha dei bisogni e conosce quelli degli altri”. Ringranziandolo per la sua grande disponibilità, siamo lieti di presentare ai nostri lettori quanto emerso dall’intervista concessaci nei giorni scorsi.

Pochi giorni fa la Croce Rossa è riuscita ad entrare nella città vecchia di Homs dopo sei mesi. Qual è la situazione della popolazione siriana, oramai dimenticata dai media?

La situazione in Siria è drammatica proprio perché diventa sempre più un conflitto dimenticato. Attualmente sono 7 milioni gli sfollati, 10 milioni le persone che soffrono per mancanza di cibo, almeno 3-4 milioni i profughi (in Turchia, Libano, Giordania e Iraq). Purtroppo, anche se la guerra finisse domattina, la crisi continuerebbe a lungo: il tessuto sociale della popolazione è stato distrutto, in molte occasioni le famiglie siriane sono state sfollate più e più volte in zone diverse.

Anche per l’aiuto umanitario la crisi è particolarmente difficile da affrontare. Con i riflettori spenti, per la prima volta dopo circa quarant’anni abbiamo avuto più di 40 volontari uccisi, 34 volontari della mezza luna siriana e 7 della mezzaluna palestinese (ndr. proprio mentre pubblichiamo l’articolo, ci giunge la notizia di altre due vittime tra i volontari della mezza luna): un conflitto orribile, dove non si ha rispetto nemmeno di chi presta soccorso e assistenza, si spara sulla croce rossa. Uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare è la mancanza di accesso umanitario incondizionato: portare un convoglio umanitario può significare giorni e giorni di lavoro e mediazione tra le varie fazioni in campo, e mentre l’avanzata dei convogli viene fermata e intralciata le persone muoiono di fame. Una situazione assurda se si pensa che gli standard di vita della Siria prima della guerra si avvicinavano a quelli dell’Occidente: morire di fame in Siria, nessuno ci avrebbe mai pensato.

Tommaso Della Longa durante le operazioni della Croce Rossa ad Haiti, nel 2010
Tommaso Della Longa durante le operazioni della Croce Rossa ad Haiti, nel 2010

Il disinteresse in parte della comunità internazionale ma sopratutto dei media, che impatto ha sulle operazioni appena citate?

Prima di tutto spenderei due parole sulla comunità internazionale: se invece di fare incontri che poi alla fine portano a poco, si impegnasse a fermare le armi che arrivano ad ambedue le parti, la crisi umanitaria non sarebbe stata così drammatica.

La comunicazione invece dovrebbe avere un ruolo fondamentale nel rendere note le gravi violazioni del diritto internazionale umanitario così come l’uccisione dei nostri volontari e le difficoltà che incontriamo nel portare aiuto in determinate zone. Inoltre, parlare di Siria è stato per noi complicatissimo sin dall’inizio, la crisi è stata troppo politicizzata e ci ha impedito di raccontare il volto umano del conflitto, delle donne, dei bambini e degli uomini che scappano dalle bombe.

Che cosa intende per politicizzato?

In generale, sappiamo che parlare di catastrofi naturali è più semplice che parlare di guerre. Esiste una sorta di convinzione latente nelle persone che le guerre uno un po’ se le vada a cercare, che esista sempre un buono e un cattivo. Il combattimento occupa tutta la scena del dibattito. La situazione siriana è particolare da questo punto di vista, l’informazione, che si era innamorata delle primavere arabe, ad un certo punto si è scontrata con un conflitto interno che in pochi mesi ha raggiunto gravissime proporzioni: dai giornali sono scomparsi i bisogni della popolazione. Per noi è stato molto difficile, in questa situazione, raccontare cosa facciamo, portare avanti degli appelli di found raising.

Se posso poi fare un appunto ai miei colleghi giornalisti, forse bisognerebbe far capire che la Siria non è così lontana da noi, che quello che accade ha una ricaduta diretta sull’Italia. Un esempio su tutti: i flussi migratori. Bisognerebbe spiegare che un migrante è una persona in fuga da una guerra, distruggendo i pregiudizi e dando una risposta al politico di turno che vuole “rimandarli a casa”: non c’è più nessuna casa.

Ecco, i flussi migratori. Siria e sbarchi, due questioni quindi strettamente connesse. Crede che l’operazione “Mare Nostrum” sia uno strumento del tutto inefficiente, come viene dipinto da molti?

L’operazione Mare Nostrum è stata una scelta dettata da un’emergenza, dall’aver visto, forse per la prima volta, così tanti cadaveri stesi l’uno accanto all’altro a Lampedusa. Ritengo, pertanto, che qualunque operazione che possa salvare una vita umana, sia un’operazione positiva. Il problema è che continuiamo a parlare di migrazione sempre come di un’emergenza, nonostante il primo barcone sia arrivato sulle coste europee negli anni ’80. E’ agghiacciante che dopo trent’anni e più non abbiamo un piano di accoglienza europeo. L’Unione Europea non dovrebbe chiudersi a fortezza su questo tema: i migranti che arrivano da noi non mirano all’Italia in sé, noi siamo la costa sud dell’Europa.

Campi Profughi, GiordaniaRiguardo l’immagine che si dà dell’operazione, il problema in Italia è culturale. La differenza tra un giornalista straniero e uno italiano è che il primo, quando arriva a Lampedusa, ha già preso accordi con le organizzazioni umanitarie: incontrano innanzi tutto gli operatori, quelli che per primi entrano in contatto con i migranti, poi parlano con i migranti stessi, alla ricerca delle loro storie e solo alla fine vanno dalle istituzioni. Da noi accade esattamente il contrario, e chi poi fruisce dell’informazione non riesce a capire chi siano queste persone. Da una parte, quindi, non si comunica cosa stia accadendo, e dall’altra non si lavora per abbattere i pregiudizi. La paura dello straniero, sopratutto in tempi di crisi economica, dove si rischia una guerra tra nuovi poveri, è assolutamente devastante. Per questo noi tentiamo di lavorare su due fronti: tentare di raccontare chi siano queste persone, da che cosa scappano e che cosa vogliono, e dall’altro lavorare sull’integrazione. La rete in questo senso non aiuta, esistono tutta una serie di bufale che girano, “i soldi spesi per gli immigrati”,“emergenza sanitaria immigrati”, “il problema degli immigrati che fanno chissà quali reati”, e che diffondono astio. Alcuni politici poi non aiutano per niente con sparate del tipo “questi non sono rifugiati ma spacciatori, ladri e assassini”.

 Il segretario della Lega Nord Salvini li ha definiti “clandestini in vacanza”.

Definizioni vergognose come vergognosa è stata la messa in scena di finti sbarchi con persone portatrici di handicap e disoccupati a Catania: azioni pessime che sfruttano la vulnerabilità dei cittadini. I flussi migratori non sono un’emergenza, ma un dato di fatto. Vorrei vedere le istituzioni italiane bussare in maniera compatta alle porte dell’Europa: in cambio di tagli al sociale e dell’austerità, l’Unione Europea dovrebbe prendersi anche l’onere e l’onore di affrontare in maniera congiunta il fenomeno.

Quale dovrebbe essere, nello specifico, questa politica comune europea?

Prima di tutto si dovrebbero ridiscutere gli accordi di Dublino: stabiliscono che i migranti devono essere identificati nel primo paese in cui arrivano senza più potersi muovere, bloccandoli a Malta, in Grecia, in Spagna e in Italia. Tutti gli stati si dovrebbero suddividere i numeri di accoglienza: 30.000 persone in Italia non hanno lo stesso impatto di 30.000 persone suddivise in tutta l’area europea. Invece di spendere soldi unicamente per Frontex (istituzione europea per il pattugliamento delle frontiere aree e marittime), si potrebbero usare dei fondi per un piano di accoglienza condiviso. Come noi chiediamo da mesi, bisognerebbe fare pressione per chiedere al governo libico di aderire alla Convenzione internazionale per il diritti dei rifugiati. Se tutti noi sappiamo esattamente da dove e a che orribili condizioni partano i migranti, per quale motivo i nostri governi non possono fare operazioni di lobbying internazionale per farci avere accesso umanitario alle coste sud del Mediterraneo? Potremmo organizzare preventivamente il loro ingresso in Europa, evitando di consegnare le famiglie in fuga ai trafficanti di uomini.

Ringraziandola per la sua disponibilità chiudiamo con un’ultima domanda, più personale. Insieme all’euroscetticismo si è visto alle ultime elezioni europee un aumento dei partiti xenofobi, cosa pensa della situazione?

Poiché Croce Rossa non interviene in merito a questioni politiche mi limito a dire che, per non perdere il profilo di solidarietà, in Italia, ma anche in Europa, c’è bisogno di tanto lavoro sull’integrazione. Bisogna dare delle risposte alle conseguenze umanitarie della crisi economica. Le dichiarazioni di intenti non sono più sufficienti.

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Eleonora Pintore

Nasce a Sassari nel 1993. Nella sua città si diploma al Liceo Classico “Azuni”, si trasferisce a Roma per gli studi universitari. Grande appassionata di politica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli.
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