Cristina da Pizzano, poetessa e intellettuale

09/08/2015 di Davide Del Gusto

Pienamente consapevole di aver fatto di sé una scrittrice di professione, Cristina da Pizzano animò per molto tempo il dibattito intellettuale francese del primo Quattrocento, sottolineando a più riprese il secolare e fondamentale ruolo ricoperto dalle donne nella società.

Cristina da Pizzano

Tra il Trecento e la prima metà del Quattrocento, seppur fiaccati da una sensibile crisi demografica, sociale ed economica dovuta alla calamità di carestie, pestilenze e guerre, gli uomini del cosiddetto Basso Medioevo condussero la propria vita con uno spirito di profonda riflessione. Si trattò di una dinamica di indubbia importanza in quanto, dopo la straordinaria crescita del XIII secolo, i popoli europei erano comunque entrati nell’ottica nuova della vita del borgo: città e comuni, porti e mercati, corti e università riuscirono a emergere sempre di più, incrinando col passare dei decenni le vecchie logiche universalistiche e feudali. Accanto a nobili, chierici e laboratores, si affiancarono ben presto le figure del mercante e dell’intellettuale. Già dai primi decenni del XIV secolo, una schiera sempre più folta di studiosi e letterati, figli sia della vita universitaria che dell’esperienza politica e cortigiana, pose le fondamenta di un nuovo idem sentire europeo, avviando la prima stagione di quell’Umanesimo che sarebbe poi fiorito nel secolo successivo. Potrebbe stupire, per via dell’incolmabile distanza che divide la società odierna da quella medievale, quanto tra questi uomini di cultura del XIV secolo spicchi la figura di una donna. Non fu in realtà un’eccezione, poiché numerose esponenti del gentil sesso avevano già dimostrato piena attitudine per le arti: basti pensare alla celebre Eloisa, allieva del teologo Pietro Abelardo, a Trotula, medico e professore dello Studium di Salerno, a Ildegarda di Bingen, badessa, mistica e scienziata tedesca. Al tramonto dell’età medievale si espresse quindi nel mondo intellettuale, con tutta la sua raffinata educazione, il genio dell’umanista Cristina da Pizzano.

Cristina da Pizzano
Cristina da Pizzano nel suo studio

Nata a Venezia nel 1365, ebbe la fortuna di crescere in una famiglia intrisa di valori intellettuali e borghesi. Suo padre, Tommaso di Benvenuto, formatosi nell’Alma Mater di Bologna, aveva avviato nella città emiliana una proficua carriera di medico e astrologo. Per via della sua spiccata e riconosciuta professionalità, venne presto contattato da governi stranieri che ne richiedevano consulenza: si spostò dunque a Venezia, dove sposò la figlia di un suo collega; la coppia ebbe tre figli, Cristina, Paolo e Aghinolfo, che vennero iniziati sin da bambini agli studi, in un ambiente familiare in cui il libro costituiva la quotidianità: la piccola, in particolare, si contraddistinse presto come un’affamata divoratrice di volumi.

Tornato a Bologna con tutta la famiglia, Tommaso venne contattato contemporaneamente dagli emissari del re di Francia Carlo V il Saggio e da quelli del sovrano d’Ungheria Luigi I il Grande, i quali avevano espresso il desiderio di avere un eminente astrologo a corte. Diviso tra le due valide offerte, egli decise infine di trasferirsi nel 1369 con tutta la famiglia sulle rive della Senna: Parigi adottò quindi Cristina, che trascorse una giovinezza serena, col naso sui libri della Biblioteca Reale del Louvre e su quelli che il padre le procurava grazie agli emolumenti ricevuti da Carlo V, iniziando peraltro a scrivere le sue prime poesie. In quanto femmina, però, avrebbe dovuto presto legare la sua vita a quella di un uomo: grazie all’influenza paterna a corte, nel 1380, all’età di quindici anni, la ragazzina convolò a nozze con Étienne Castel, nobilotto della Piccardia divenuto presto segretario e notaio della Corona.

Cristina da Pizzano
Cristina da Pizzano in cattedra

Quando Carlo V morì, la fortuna di Tommaso iniziò a spegnersi: dal 1385 l’astrologo non fu più membro della corte e perciò non ricevette più stipendio; sarebbe morto nel 1387, minando così la stabilità economica dei suoi familiari. La gestione del patrimonio passò quindi a Étienne, che sopravvisse al suocero di soli tre anni: ammalatosi gravemente, morì nel 1390. In poco tempo, Cristina rimase da sola a dover gestire la casa, con la madre e i tre figli avuti dall’amato consorte, mentre i fratelli Paolo e Aghinolfo furono costretti a tornare in Italia per occuparsi delle eredità fondiarie del defunto genitore. I primi anni da capofamiglia furono per Cristina una palestra di vita: sotto Carlo VI il Pazzo, vedova alla giovane età di venticinque anni, ella non poté godere di particolare interesse da parte della corte come suo padre. Avendo poi scoperto che il genitore non era stato un efficiente amministratore dei propri beni, la ragazza dovette affrontare per quindici anni numerosi processi alla Camera dei Conti, pur di mantenere riconosciuto il possesso dell’eredità paterna e quel poco di stipendio che la Corona le pagava ancora in quanto vedova di un pubblico funzionario. Tenacemente pronta ad affrontare le difficoltà che la vita le sottoponeva, Cristina volle simbolicamente trasformarsi in un uomo, in un vrais homs: come avrebbe scritto in seguito nel Livre de le mutacion de Fortune, in sogno vide il suo corpo tramutarsi in quello di un maschio, pieno di quell’energia necessaria per prendere il timone e far uscire la nave della sua vita dalla tempesta. Dunque, grazie alla sua solida cultura e nel pieno di un’ottica puramente borghese, si propose consapevolmente come scrittrice di professione, ricavando denaro per la famiglia.

Riuscì facilmente ad ottenere la protezione di importanti mecenati e uomini di corte con cui era rimasta in contatto, dedicando loro ballate e rondò scritti nel solco della grande tradizione lirica francese: in poco tempo compose il Livre des Cent Ballades, cui seguirono presto molte altre raccolte poetiche, divise tra materia amorosa e memorie personali. La sua attività intellettuale fu un successo: grazie alla stima riposta nei suoi confronti, il Conte di Salisbury, il Duca di Borgogna e le domenicane di Saint-Louis de Poissy accolsero di buon grado i suoi figli, mentre lei stessa venne invitata dal Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti a impreziosire la sua corte; la scrittrice declinò l’offerta, preferendo rimanere a Parigi.

Cristina da Pizzano
Cristina da Pizzano istruisce il figlio

Grazie alla ritrovata stabilità economica e allo studio accanito e interessato di autori antichi e moderni come Ovidio, Boezio, Dante e Boccaccio, Cristina si impose ben presto come firma eminente dell’Umanesimo francese. Nel 1402 non esitò infatti a inserirsi nel dibattito sul Roman de la Rose, uno dei principali e più apprezzati capolavori della letteratura medievale. Il problema, per Cristina, era la profonda misoginia espressa nel poema: raccolse così una serie di motivazioni a giustificazione delle sue critiche nelle Epistres du debat sur le Roman de la Rose, appoggiate peraltro da eminenti personalità del Regno. Vinta tale battaglia culturale, Cristina divenne un punto di riferimento imprescindibile per gli intellettuali francesi del tempo, dando sfogo ai suoi pensieri e alla sua erudizione: tra il 1402 e il 1407, infatti, fu incredibilmente prolifica di opere di alto spessore. Nei suoi libri Cristina manifestò sempre la raffinata cultura con cui era stata svezzata: il suo cosmo letterario spaziò tra riferimenti dotti alla classicità e alla mitologia (Epistre d’Othea a Hector), richiami al tema del viaggio realistico e fantastico (Le Livre du chemin de long estude), lunghi poemi e novelle allegorici (il succitato Livre de le mutacion de Fortune e l’Avision), opere storiografiche ed encomiastiche volte alla definizione del sovrano ideale (Le Livre de fais et bonne meurs du sage roy Charles V), libri di morale (Le Livre des trois Vertus), richiami politici (Lettre a Isabelle de Bavière, indirizzata alla regina consorte) e sociali (Le Livre du corps de policie), senza metter mai da parte la sua già ricca produzione poetica. Ma la sua opera senza dubbio più importante e copiata fu la Cité des dames del 1405: considerato dalla critica moderna un antesignano della pamphlettistica femminista, in esso Cristina richiamava le donne all’edificazione di una propria città, sottolineandone il fondamentale e secolare apporto alla civiltà e rifacendosi ai numerosi exempla già riportati da Boccaccio nel suo De mulieribus claris.

Frattanto, si riaccese nuovamente la miccia della Guerra dei cent’anni (1337-1453): nel pieno del conflitto civile tra Armagnacchi e Borgognoni, nel 1412 Cristina scrisse il Livre de la paix, auspicando la fine delle ostilità in una Francia dilaniata dalla fame e invasa dagli Inglesi; ad esso seguì una pessimistica Epistre de la prison de la vie humaine. Finché, dal 1418 in avanti, smise di scrivere e di far sentire la sua voce per un decennio: fuggita da una Parigi filoinglese per via della sua conclamata fedeltà al re, si rifugiò probabilmente nel monastero di Poissy, ricevuta dalla figlia. Solo nel 1429, felicemente entusiasmata dal successo militare e popolare della Pucelle d’Orléans, la legittimista Giovanna d’Arco, riprese la penna un’ultima volta per scrivere il Ditié de Jehanne d’Arc: l’anziana intellettuale ritenne doveroso celebrare una donna che stava avendo il coraggio di compiere grandi imprese in nome del Giglio di Francia.

Dopo una vita dedicata interamente alle lettere, Cristina morì nel 1430 a sessantacinque anni, evitando di vedere la tragica fine di Giovanna, arsa sul rogo l’anno successivo. Di lei rimase un profondo ricordo, specie negli ambienti intellettuali francesi: le sue opere, copiate e miniate sin da quando era in vita, circolarono in tutta l’Europa per secoli, fino ad essere strumentalizzate in tempi recenti dai movimenti femministi per via della continua esaltazione delle donne e delle loro innegabili qualità.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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