La crisi ucraina: il bivio delle Grandi Potenze

12/03/2014 di Vincenzo Romano

Crisi Ucraina, la Crimea tra Russia e Occidente

È ormai del tutto evidente come la crisi ucraina sia diventata il terreno di scontro tra la Russia, da una parte, e l’Unione Europea e gli Stati Uniti, dall’altra. In questi ultimi giorni si è assistito ad un fervente attivismo da parte del presidente russo Putin, ed alla sostanziale inerzia politico-diplomatica degli USA e della stessa UE, che dalla situazione è quella maggiormente interessata. Gli inviti alla risoluzione diplomatica dei principali nodi della crisi provenienti dagli ambienti diplomatici europei e statunitensi hanno avuto esito negativo, in particolare per quello che concerne la questione principale della contesa tra Russia e potenze occidentali: la possibile secessione della penisola di Crimea.

Putin, Crimea e UcrainaLa Crimea dichiara l’indipendenza. La situazione è suscettibile di cambiare da un giorno all’altro, considerate le numerose notizie che aggiornano la situazione: solo ieri c’è stata una risoluzione del parlamento della Repubblica di Crimea che prevedeva l’indipendenza della penisola dall’Ucraina). Si può senz’altro affermare che la richiesta di referendum proposto dalle autorità locali, ed anticipato al 16 marzo, sia un fattore di forti tensioni tra la popolazione di origine russa, che rappresenta ancora la maggioranza della popolazione (oltre il  50%), e che vede con molto favore l’intervento delle truppe di Mosca sul suolo ucraino, e le altre popolazioni che vi risiedono (soprattutto ucraini e tatari), che stanno osteggiando con tutti i mezzi l’intervento militare russo.

Lo scacchiere geopolitico, tra est e ovest. Le due posizioni vengono apertamente o velatamente sostenute dai principali attori dello scacchiere est-europeo: da una parte il governo di Putin, nonché buona parte delle autorità locali filorusse della penisola, favorevoli all’indipendenza della Crimea; dall’altra la posizione delle cancellerie europee ed americane, nonché dell’attuale capo di Stato ad interim Turchynov e del nuovo premier Iazeniuk (entrambi provenienti da Unione Pan-Ucraina Patria, il partito dell’ex premier Yulia Tymoshenko) favorevoli all’unità politica dell’Ucraina. La linea di Washington è invece emersa chiaramente nella telefonata tra il presidente Obama e il suo omologo russo Putin, nella quale è stata ribadita la posizione intransigente di Washington nel senso di una violazione della sovranità ucraina e della sua integrità territoriale perpetrata dalle truppe russe stanziate in Crimea; è stata inoltre considerata l’eventualità di sanzioni economiche che gli USA potrebbero usare nei confronti di Mosca. Da Bruxelles, dopo il vertice del 6 marzo, i 28 leader hanno convenuto sulla illegalità del referendum indipendentista in Crimea e sulla richiesta alla Russia di iniziare subito i negoziati. Tuttavia, la possibilità che in mancanza di progressi significativi l’Unione Europea sia pronta a comminare sanzioni, rischia nei fatti di mancare del necessario sostegno politico, considerate le differenti anime dell’Unione, che sono portatrici di differenti, e spesso contrastanti, interessi.

Russia, la prudenza di Putin. Alla situazione di stallo politico riscontrabile nell’Unione Europea, si affiancano le valutazioni che provengono dagli ambienti della diplomazia russa che sottolineano come la posizione del Cremlino nella crisi ucraina, non sia di così lineare corso. Nell’ultimo articolo, “How the Ukraine crisis ends”, Kissinger sostiene che la Russia non abbia solo da guadagnare da un possibile caos politico-militare in Ucraina, ma anche molto da perdere (ne analizzerò alcuni motivi a breve). Da queste valutazioni, comprese da Putin stesso, vi sono state dichiarazioni molto prudenti di quest’ultimo, peraltro in linea con quanto sostenuto da Obama, che ha precisato quanto la questione ucraina sia separata dalle questioni che riguardano le relazioni Occidente-Russia.

Non solo gas… Ma entrando nella sostanza dei rapporti tra i vari soggetti coinvolti nel gioco geopolitico, e aventi forti riflessi nella crisi ucraina, vi sono una serie di questioni da analizzare brevemente. La prima riguarda i rapporti bilaterali tra UE e Russia. Nel suo ultimo articolo su Newsweek, Owen Matthews sottolinea come, sebbene l’Unione Europea dipenda fortemente dalle forniture di gas e petrolio russe, i vantaggi e i profitti economici siano mutuali, e di conseguenza eventuali sanzioni economiche nei confronti di Mosca potrebbero seriamente danneggiare l’economia russa (che, è bene ricordare, dipende ancora fortemente dalle esportazioni di materie prime, gas e petrolio in primis). Molti analisti ritengono che la crisi ucraina rappresenti l’inizio di una nuova guerra fredda. Vi è dunque un comune interesse delle diplomazie occidentali e della diplomazia russa, a mantenere saldi i propri rapporti non soltanto nel settore commerciale (per le ricadute che potrebbero avere nelle rispettive economie) ma anche in quello politico e militare. È certo infatti (e Putin questo lo ha ben compreso) che la Russia è ormai diventato per l’occidente un partner indispensabile nei negoziati internazionali, come si è dimostrato nella crisi siriana ed ancor di più in quella iraniana.

UE e (dis)integrazione. La seconda questione riguarda i rapporti dell’UE con i paesi appartenenti alla ex-Unione Sovietica, che potrebbero entrare a far parte dello spazio economico europeo. In tal senso, la crisi ucraina è fonte di rischio per il successo del progetto di integrazione economica e politica dei paesi dell’ex URSS, sia perché con l’Ucraina si perderebbe uno degli stati cuscinetto dell’Unione – nonché uno degli stati ex socialisti con le migliori prospettive di crescita economica – sia per la forte diffidenza che un intervento russo in Ucraina può generare nei membri dell’attuale Comunità Economica: la risposta militare russa in Ucraina potrebbe essere percepita come una minaccia dai paesi abitati allo stesso modo da forti minoranze russofone (vedi i casi di Kazakistan, Georgia e Moldova).

Russofoni divisi? La terza questione riguarda i rischi della crisi ucraina sul fronte interno russo. La rivoluzione di Maidan è stata uno smacco molto forte per l’immagine della Russia, nel mondo e all’interno dei suoi stessi confini, e che ora viene compensata con l’intervento nella regione. Tuttavia, non sono mancate le critiche delle opposizioni russe presenti nella penisola che per il momento, non sono così determinanti da scalfire il consenso che il presidente Putin possiede nelle popolazioni russofone presenti in Crimea. Il presidente russo, tuttavia, potrebbe correre forti rischi nel medio termine, in quanto un possibile procrastinamento della crisi ucraina, pesando su un’economia russa già in recessione, potrebbe dare nuovo vigore all’opposizione russofona, che diventerebbe di fatto una minaccia alla sua leadership.

E la Cina? L’ultima, ma non meno importante degna di nota, riguarda i rapporti sino-russi. La Cina è l’unico tra i paesi in via di sviluppo ad aver preso posizione in merito alla questione ucraina mantenendo però una certa equidistanza tra le parti, ed oscillando tra l’appoggio alla Russia ed il sostegno alle potenze occidentali in nome dell’integrità territoriale (ricordiamo che la Cina è interessata da richieste indipendentiste in varie sue regioni, tra le quali il Tibet e il Xinjiang). Il punto di incontro della strategia di Pechino e di Mosca è sempre stato quello della non ingerenza negli affari interni, che già in passato non hanno portato al riconoscimento da parte cinese dell’indipendenza dell’Abkhazia ed Ossezia del Sud. Nel caso ucraino, la Cina vede nel tentativo di democratizzazione rapida di una nazione la possibilità di forti violenze che potrebbero essere difficilmente gestite. Per tale motivo, Pechino ha sempre scelto un approccio step by step alle crisi interne di paesi che si trovano a gestire passaggi democratici. Questo spiega l’atteggiamento equidistante che la Cina ha assunto nella questione ucraina da molti considerato ambiguo.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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