L’Ucraina alla guerra civile: un’Europa che alimenta lo scontro?

08/09/2014 di Andrea Viscardi

Occidente buono e Mosca imperialista? La realtà è complessa, e il ruolo di "buono" o "cattivo" un'etichetta inutilizzabile in chiave geopolitica

Russia, Ucraina, Nato, UE

Giungiamo all’ultimo appuntamento con il nostro approfondimento dedicato alla crisi Ucraina. Dopo un sommario riassunto dell’evoluzione politica e dei rapporti con l’UE di Kiev sino alla guerra civile, cercheremo di comprendere come, in questo scontro frontale tra Occidente e Russia, l’idea di un Occidente giusto e una Russia imperialista sia, in sostanza, deleteria. La verità è ben diversa, e le ragioni di Mosca, in un’ottica multipolarista e geopolitica, non così incomprensibili nè intrepretabili secondo etichette così stereotipate.

Prima di compiere alcune considerazioni sulla situazione attuale, vorremmo esporre un riassunto sommario degli ultimi anni, mi perdoneranno i lettori per la poca profondità analitica dei seguenti paragrafi, ma non è questo il punto su cui vogliamo concentrare l’attenzione. Invitiamo, invece, chi è già conscio degli sviluppi a partire dal 2004, di passare direttamente all’ultimo paragrafo dell’articolo.

La svolta che rompe la strategia graduale della NATO e gli equilibri nei rapporti con la Russia sulla questione Ucraina arriva nel 2004. Alle elezioni politiche di Kiev si trovano davanti, da una parte, Viktor Yanukovich – primo ministro nei due anni precedenti dopo le dimissioni di Anatolij Kinakh – e, dal’altra, Viktor Juščenko, leader del partito di opposizione Nostra Ucraina, movimento di centro-destra – vicino al PPE – oppositore dei gruppi oligarchici che avevano controllato il Paese sino ad allora. Gli exit poll danno in vantaggio quest’ultimo ma, nell’arco di una giornata, il filorusso Yanukovich capovolge, apparentemente, i risultati: la denuncia è immediata, vi sono stati brogli elettorali, soprattutto nell’area russofona dell’est. La reazione del popolo veemente, e circa trecentomila persone occupano le piazze di Kiev in protesta: la Corte Suprema, che godeva di una certa indipendenza rispetto alle autorità statali, sancisce la necessità di ripetere le elezioni, a causa di massicce violazioni durante la fase di voto. Questa volta è l’esponente di Nostra Ucraina a vincere, per l’ex stato sovietico è una svolta storica.

Viktor Yanukovych
Viktor Yanukovych

Una svolta che, però, modifica gli equilibri immediati con la Russia, l’Unione Europea e, di conseguenza, la NATO. Per quanto Juščenko voglia dimostrare sin da subito la propria volontà a mantenere inalterati i buoni rapporti con Mosca, che aveva appoggiato fortemente la corsa elettorale di Yanukovich, i suoi occhi guardano ad ovest. Nel 2005 viene firmato il piano d’azione congiunto con l’UE, e il neo presidente è chiaro anche nella sua intenzione di portare il Paese nella NATO. Un’intenzione, sia ben chiaro, non del tutto condivisa dal popolo, situazione confermata da diversi sondaggi, che darebbero esito negativo a tale eventualità.

Il processo di adesione all’Unione è però rallentato, in parte, dalle lotte intestine di potere, che portano, prima, ad uno scontro aperto tra Juščenko e la Tymoshenko e, quindi, alla convivenza di questa con il tanto odiato Yanukovich in un governo di coalizione. Tale situazione di instabilità politica, che ostacola il programma di riforme sollecitato dall’Unione e i dubbi di molti membri su un eventuale deterioramento dei rapporti con la Russia – visti anche gli attriti con la NATO di cui parleremo a breve – in prospettiva di un ingresso di Kiev a Bruxelles, dovrebbe quantomeno far titubare Bruxelles, ma così non è. Nel 2009 vi è l’adesione di Kiev al progetto dell’Eastern Partnership e vengo aperte ufficialmente le negoziazioni riguardo ad un Accordo di Associazione (AA) e per la firma di un Free Trade Agreement (FTA).

Nel 2010 è eletto Presidente – questa volta senza brogli apparenti – Yanukovich. Un risultato da addebitare, anche, alla poca lungimiranza politica dell’opposizione andata al potere nel 2004 e all’ascesa di una Tymoshenko, “la principessa del gas” che, sebbene eroina per i media europei, troppo non differiva nel background dalla vecchia politica. Fatto salvo, va specificato, il diverso atteggiamento di entrambi verso l’est e l’ovest. Oligarca di vecchia data, aveva costruito un impero grazie ai rapporti con la Gazprom e Kucma, salvo poi sconfessarli nella sua avventura politica. La sua presenza, per quanto fondamentale a Juščenko – che non la ama particolarmente – è in contrasto con le idee del vero protagonista della Rivoluzione Arancione, estremamente vicino, come concezione politico-istituzionale, al Partito Popolare Europeo. Questa è stata una delle cause principali del fallimento della rivoluzione stessa e, come conseguenza, del graduale rinvigorimento di un Yanukovich che, sino allo scoppio della guerra civile, si rende certo protagonista per non esser esattamente un sostenitore delle implementazioni democratiche del Paese.

L’elezione di Yanukovich e il suo atteggiamento più autoritario rallentano, ma non interrompono i rapporti di Kiev verso Europa e NATO. A Bucarest, nel 2008, la NATO si sbilanciava, annunciando che in futuro l’Ucraina sarebbe divenuta stato membro dell’Alleanza; nel 2010 – a causa della volontà di Yanukovich di perpetuare la strategia bilaterale del suo “maestro” Kucma – il Presidente ucraino annunciava che in futuro il paese avrebbe mantenuto la sua posizione neutra ma, non per questo, diminuito la cooperazione con la NATO. Una posizione che, in fondo, non era sbilanciata nè in senso filorusso nè verso Bruxelles. L’Europa, invece, continua la propria strada su un accordo di associazione.

Giungiamo, ancora più sinteticamente, al 2013: è premier Mykola Azarov, il quale afferma che il Paese non può permettersi di perdere i legami economici con Mosca, cosa che accadrebbe qualora l’accordo di associazione (e il FTA) – offerto pochi mesi prima – fosse stato firmato e che Bruxelles, nonostante le pressioni di Kiev, si è rifiutata fino all’ultimo di offrire ricompense per le perdite nel commercio con la Russia. Evidente l’influenza di Putin, che assicura un aumento degli aiuti economici in caso di mancata firma, e minaccia, oltre alla chiusura alla partecipazione di una futura unione doganale con Russia, Bielorussia e Kazakistan, anche di adottare misure protezionistiche verso alcune merci ucraine. La non apposizione della firma, porterà nelle settimane successive, alla Guerra Civile.

Una decisione evidentemente viziata dalla posizione di Kiev con Mosca, verso la quale ha forte debiti ma, anche – variabile da non ignorare – dall’elemento russofono di tutto l’est della nazione che, in maggioranza, condanna l’avvicinamento all’UE. Il mese dopo, a dicembre, viene siglato un patto di cooperazione economica con la Russia: un accordo da 15 miliardi di dollari, che vede anche uno sconto sostanzioso sulle forniture di gas. Il resto è noto, e le sommosse degli oppositori, finanziate anche da alcune organizzazioni occidentali, hanno portato alla caduta di Yanukovich, allo scontro con l’est e all’elezione di Petro Poroshenko.

L’Europa che alimenta lo scontro. I torti sono tutti Russi?

Perché questo titolo provocatorio? L’atteggiamento europeo rispetto a Kiev può definirsi dissimile da quello – verso cui Bruxelles si scagliava – della Russia? Osservando l’evoluzione degli ultimi due mesi sotto l’aspetto del diritto internazionale, sicuramente la risposta non può che essere affermativa. Inoltre, l’Europa promuove una democratizzazione maggiore dello stato ucraino, più apertura, più diritti: ma tali termini, ci è stato insegnato negli anni recenti, sono spesso sopravvalutati se isolati dal contesto della realtà – storica, culturale e geopolitica – in cui vanno inserendosi, nè devono essere utilizzati come giustificante per la rottura di equilibri strategici globali.

Yulia Tymoshenko
Yulia Tymoshenko

Il diritto internazionale, comunque, non è tutto e spesso – ci è stato insegnato – è piegato al volere di una parte, piuttosto che di un’altra. Esiste anche quella che potremmo chiamare lungimiranza politica, tesa a prediligere, per il bene del sistema internazionale, una situazione di pace ed equilibrio nella comunità mondiale, piuttosto che interessi economici ed un allargamento della propria influenza capaci di dannegiarla, soprattutto se portati avanti nei tempi sbagliati. La storia ci mostra come tale prospettiva sia assai utopistica ma, prendedola a punto di partenza, appare evidente quanto le azioni europee siano andate nel senso opposto. Esercitare un’influenza attrattiva su di un Paese storicamente vicino a Mosca,  diviso – culturalmente, politicamente e linguisticamente – a metà ed i cui cittadini, se presi nell’insieme, non potevano definirsi largamente europeisti – a maggio del 2013 il 43% era a favore del trattato AA, il 31% dell’Unione Doganale con la Russia e il 13.5 sosteneva non dovesse essere siglato alcun accordo – significa essere consci di andare incontro ad una palla di cannone pronta a scoppiare. Un motivo in più che avrebbe dovuto far riflettere sulle conseguenze di un’azione massiccia di avvicinamento dell’Ucraina all’ovest per il sistema internazionale e dell’esigenza che questa continuasse ad interpretare un gioco delle parti tra i  grandi competitor, Russia e UE/NATO, mantenendosi in buoni rapporti con entrambi.

L’ovvio scontro nelle relazioni con la Russia era, dunque, evidente a tutti. Già Mosca aveva portato, nel corso dell’ultimo decennio, vari avvertimenti in tal senso. Tanto da spingere diversi Stati Membri – sia in seno all’ONU che all’UE – ad invocare un rallentamento delle rispettive strategie verso Kiev. Un attentato agli interessi Russi economico-industriali e geopolitici si sarebbe ripercosso inevitabilmente su tutta l’area dell’Unione. Non dimentichiamoci, ad esempio, che sebbene Putin comunicò, al presidente ucraino, come un accordo di associazione con l’Europa avrebbe portato lo Stato all’esclusione dal progetto di Unione Doganale con Bielorussia, Kazakhistan e Russia, lo stesso fa il Commissario Europeo Stefan Fule nel 2013, annunciando che un’adesione a tale Unione Doganale sarebbe incompatibile con la firma degli accordi con Bruxelles. Le pressioni e l’influenza che le parti tentano di esercitare, dunque, è bilaterale e non, come si vorrebbe pensare, unilaterale e in seno a Mosca: una guerra, si potrebbe dire, quella per conquistare Kiev, di dimensione economica ed in atto da ben da prima del 2013.

Tutte considerazioni sorvolate, nuovamente, negli ultimi mesi. Mentre da una parte Bruxelles spingeva per un accordo tra le parti, un cessate il fuoco, e una normalizzazione della situazione ucraina, dall’altra preparava – volontariamente o meno – un ulteriore passo per strappare Kiev dalla zona d’influenza russa e aumenare le tensioni, facendo firmare al Presidente Poroshenko, a giugno, il famoso accordo di associazione. Una mossa nata come naturale conseguenza della situazione sviluppatasi negli ultimi mesi e utile a Kiev – in una dimensione politica – anche per porsi ulteriormente sotto l’ombrellone difensivo europeo. Una necessità, forse, ed un segnale politico, sicuramente, che hanno inasprito ulteriormente i rapporti con Mosca. Ma è impossibile credere che le conseguenze non fossero state calcolate.

L’accordo in questione, infatti, non parla solo di apertura del mercato. Ciò che conta, nell’immediato, non è tanto la prima parte – prettamente economica – quanto la seconda, quella intitolata “Dialogo Politico, associazione politica, cooperazione e convergenza nel campo della politica estera e di sicurezza”. All’articolo 4 si legge, tra gli obiettivi principali, il voler “rafforzare la cooperazione e il dialogo tra le parti nella gestione della sicurezza e delle crisi internazionali, particolarmente con lo scopo di affrontare le sfide regionali, globali e le minacce chiave […]e per promuovere i principi di indipendenza, sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini”. Quindi, all’articolo 7 viene altresì ribadito come le parti debbano “intensificare il dialogo e la cooperazione, e promuovere una graduale convergenza nell’area della politica estera e di sicurezza, incluso il Common Security and Defence Policy” , prevedendo anche, all’articolo 10, cooperazioni nell’ambito di esercitazioni militari.

Tutto questo – come scritto – non ha potuto far altro che ribadire le preoccupazioni russe, e provocare l’ulteriore escalation delle ultime settimane. Il CSDP, base su cui sviluppare il pilastro della difesa comune europea, non è, al momento, un’alternativa alla NATO, né conta di sviluppare a breve un proprio esercito. Anzi, viene portato avanti proprio in modo coordinato e compatibile con la NATO stessa. Non solo un accordo di associazione, quindi, ma anche una base per una collaborazione militare. Un presupposto quasi naturale, agli occhi di Mosca, per una futura adesione alla NATO, vicina o lontana che sia.

Un’ipotesi, questa, ribadita dalla ventilata ipotesi di qualche mese fa di un referendum di adesione all’Alleanza Atlantica dalla Tymoshenko, idea presto tramontata perché il Paese, aveva, naturalmente, altre priorità – oltre ad essere, i cittadini e lo stesso governo, tendenzialmente divisi sull’argomento. Ma solo una settimana fa Kiev annunciava, dopo le azioni russe, di voler riprendere la strada di un’adesione, provocando la dura condanna di Mosca, sostenitrice che tale scelta non poteva che andare contro la volontà e la possibilità di risolvere politicamente la questione. D’altra parte non bisogna dimenticare gli sviluppi dei rapporti tra Kiev e la NATO negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2014 il Paese è stato coinvolto dall’Alleanza anche nella missione di paecekeeping in Kosovo; nella missione in Afghanistan, oltre che nella lotta contro la pirateria (Ocean Shield). Una cooperazione, dunque, implementata sotto lo stesso Yanukovich.

Petro Oleksijovyč Porošenko
Petro Oleksijovyč Porošenko

La Russia, da parte sua, sostiene più o meno velatamente che tale risultato sia alla base della strategia messa in atto deliberatamente dall’Occidente per ridimenionare la posizione di Mosca nel mondo, e vuole difendere la propria ragion di stato. Un’Europa ed una Nato in Ucraina avrebbero infatti risultati devastanti Putin. Non solo da un punto di vista della struttura industriale bellica ed economica – pensiamo al mercato strategico del gas, in cui Kiev gioca un ruolo chiave – ma anche, non secondariamente, da un punto di vista prettamente geopolitico e militare, rompendo definitivamente gli equilibri venutisi a creare nella zona dalla caduta dell’Unione Sovietica.

La Russia perderebbe l’unico stato cuscinetto considerato imprescindibile per la sicurezza del paese, e ne risentirebbe per vari motivi. In primis in riferimento a Sebastopoli, che a seguito degli accordi siglati con Kiev, è la sede della marina russa sul Mar Nero: un’eventualità, quella della perdita della base, neanche considerabile da Putin e che renderebbe molto più complicata, de facto, la possibilità di accesso al Mediterraneo della marina russa. Senza contare, poi, in riferimento alle preoccupazioni già citate nelle pagine precedenti, la possibilità dell’estensione dello scudo missilistico NATO, oggi in Romania e Polonia, ma che, evidentemente, con un’ulteriore spostamento ad est dell’organizzazione, potrebbe essere implementato in Ucraina.

Le intenzioni e la strategia russa sono allora ben precise, ed è facilmente spiegabile e giustificabile, nella sua ottica, il voler promuovere la creazione di uno Stato cuscinetto nell’area orientale dell’Ucraina. Un’area che non solo è linguisticamente e culturalmente più vicina a Mosca che a Kiev, ma che, ad oggi, non riconosce in alcun modo quello che è visto più come un regime usurpatore che un governo e, utopia a parte, non è ben chiaro come tale situazione possa cambiare. L’alternativa sarebbe quella di un’Ucraina federale, e di un est – con riferimento agli oblast di Lugansk, Dnepropetrovsk, Doneck, Zaporiz’ka, Charkivs’k e della città di Sebastopoli – dotato di grande autonomia territoriale, politica ed economica.

L’Europa e la NATO, insomma, dovrebbero cercare di comprendere – per quanto possibile – gli argomenti alla base della reazione e dell’atteggiamento russo e, alla luce di un’evoluzione multipolare degli assetti mondiali, capire quanto gli avvenimenti degli ultimi dieci anni siano in contrasto con una politica di bilanciamento avente, come ultimo fine, una stabilizzazione pacifica del panorama delle relazioni internazionali in Europa. I primi a forzare troppo la mano di tali equilibri, in una chiave interpretativa forse non troppo distante dalla realtà, sono stati, per Mosca, proprio la NATO e l’UE. Non una guerra convenzionale, ma una guerra economica, politica e diplomatica, nella quale, paradossalmente, il ruolo di aggressione svolto da Putin è testo a mantenere lo status quo che ha permesso, sino ad oggi, una convivenza costellata di tensioni, ma tendenzialmente pacifica e che sembrava, con la creazione del Consiglio NATO-Russia, destinata ad una svolta positiva.

Se in passato fossero state ascoltate le voci che premevano per un rallentamento dell’avvicinamento dell’Ucraina ad un ovest storicamente e culturalmente non troppo vicino – perché deleterie per la stabilità politica dei rapporti con Mosca e, quindi, deprecabili – oggi la situazione sarebbe stata probabilmente diversa. Un rallentamento che sarebbe stato da valutare anche se fosse stato considerato, semplicemente, lo scetticismo di una buona parte della popolazione ucraina sia verso l’Europa che verso la NATO. Aggiungiamoci, poi, quanto analizzato rispetto alla politica estera di George Bush e le colpe occidentali di un’escalation – iniziata ben prima del novembre del 2013 – diventano chiare.

Ora è probabilmente troppo tardi per tornare indietro, ma la strade da percorrere sono solamente due, la prima è quella della de-escalation, la seconda quella di una rottura definitiva con Mosca, a prescindere da come si risolverà la questione ucraina. Una strada che il buonsenso ci dice non percorribile in alcun modo, e che provocherebbe un ritorno ad una situazione di Guerra Fredda lungo i confini dell’est ma, soprattutto, sarebbe devastante a livello economico per il nostro continente, in particolare in riferimento agli approvvigionamenti energetici provenienti da Mosca.

L’idea di un’Ucraina unita e contemporaneamente destinata ad un futuro Europeo e nella NATO, ad oggi, non è più una strada percorribile in un’ottica di stabilizzazione geopolitica. A volte, perché gli equilibri internazionali possano persistere, occorre trovare dei compromessi tesi ad un pragmatismo estremo. Anzi, l’equilibrio stesso è, di per sè, un continuo compromesso tra le esigenze delle parti.

The following two tabs change content below.
Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus