Calcio nel pallone, serie A in crisi: sponsor, abbonamenti, stadi e calciatori

01/09/2014 di Andrea Viscardi

Riparte un campionato di calcio sempre più in crisi, sia a livello economico che tecnico

Calcio - Serie A in crisi, tra sponsor, abbonamenti e stadi

Esodo tifosi – Un calo preoccupante – per un totale di 50 mila tessere – che colpisce indiscriminatamente grandi e piccole del pallone. Così, mentre il Borussia Dortmund domina in Europa con il record di una media spettatori vicino agli 80 mila, seguito a ruota da Manchester, Barcelona e Bayern, l’Italia affonda. Un trend che sarebbe ancora più negativo se, a frenare l’emorragia di spettatori, non ci avessero pensato, per motivi diversi, Roma, Torino e Atalanta. La squadra capitolina ha fatto registrare all’incirca tremila abbonamenti in più, così come i granata e gli uomini di Colantuono, che si fermano a poco più di 10 mila, in confronto ai circa 8500 dell’anno passato. A picco il Milan, a poco più di quota 16 mila, un ulteriore botta dopo il disastro già acuto dell’ultimo biennio. Ancora, se possibile, peggiori i numeri di Lazio e Napoli: i partenopei sono a quota 6.000, ben novemila in meno dell’anno passato, così come la Lazio: -16 mila. Occorre considerare, nel caso della Lazio, la dura protesta, sfociata in un vero e proprio boicotaggio, contro Lotito.

Borussi Dortmund
Un’immagine del Signal Iduna Park di Dortmund: 80 mila posti, sempre esauriti

Meno campioni. Ogni campionato, a fine stagione, il capocannoniere vola all’estero: è il caso di Ibrahimovic, di Cavani, ma anche di un’Immobile che, forse, qualcuno avrebbe potuto trattenere entro i confini, se solo avesse voluto investire sul giocatore. Insieme a loro nomi come Lamela, Benatia, Lavezzi, Jovetic o, ancora, prospettive come Borini, Caldirola e Donati. Loro fuggono, e nei nostri stadi entrano giovani scommesse – qualcuna vinta, qualcuna persa – e giocatori sulla via del pensionamento. Evra, Cole, Torres sono solo gli ultimi tasselli di un lungo e decadente mosaico. Pogba l’unica vera scommessa azzeccata dal nostro calcio negli ultimi due anni. Un Gomez non vale uno Jovetic, un Lijaic non un Lamela e un Fernando Torres, almeno quello di oggi, non un Ibrahimovic. I tifosi, questo, lo sanno perfettamente, ma anche gli sponsor.

Addio marchi illustri. Ecco, gli sponsor. Perché ogni aspetto, nel Mondo del pallone, è collegato.Come conseguenza del generale calo di spettatori e dell’appeal del campionato – i diritti tv della serie A, nel Mondo, valgono 1/9 di quelli della Premier -, sette club sembrano tornate indietro di decine di anni. Quando ancora, le magliette, erano prive di scritte, al di fuori del numero. Quasi metà dei club di massima serie, infatti, sono ancora privi di un main sponsor. E non si sta parlando solamente di squadre con poco bacino d’utenza, ma anche di top club del nostro calcio quali Roma e Fiorentina, oltre aLazio, Genoa, Sampdoria, PalermoeCesena. Prendiamo la Roma, ad esempio: punta di diamante delle nostre speranze Europee insieme alla Juventus. Bene, la lupa pare richiedere una cifra tra i 14 e i 15 milioni per riempire le sue maglie. Briciole, se paragonate al contratto da 1 miliardo in dieci anni che il Manchester Utd. ha chiuso con l’Adidas, e stiamo parlando di uno sponsor tecnico.

Bilbao Stadio
Il nuovo San Memes di Bilbao. Una partecipazione in Champions negli ultimi sedici anni.

Più costi per i tifosi? Le società stanno contribuendo a trasformare il calcio da un fenomeno socio-popolare, ad uno prettamente televisivo, divenendo il seguire la propria squadra da vicino, sempre più una possibilità elitaria. Quantomeno se si considera, oltre ai prezzi relativamente alti rispetto al servizio, la crisi economica che colpisce le famiglie italiane. Facciamo alcuni esempi, considerando gli abbonamenti non in prelazione ma totalmente nuovi. A Milano, sponda rossonera, un abbonamento blu/verde, cioè di curva, costa 420 euro. Un aumento di 20 euro rispetto ai 400 della scorsa stagione. E sugli abbonamenti più costosi, gli aumenti arrivano al 15%. La situazione non è delle migliori neanche considerando le piazze dove i prezzi sono rimasti più o meno invariati. A Torino, una famiglia di tre persone composta da madre, padre e figlio under 16, per seguire il campionato nei distinti, dovrà spendere ben 880 euro. L’affitto di un mese. A Roma, il costo è di circa 1100 euro; a Parma 1010, ma il singolo abbonamento, non ridotto, costa addirittura 630 euro. Folle la situazione napoletana: il costo arriva a 840 euro per i due ridotti (madre e ragazzo under 14) e 570 euro per il padre, un totale di 1410 euro.

Firenze, Franchi
L’Artemio Franchi di Firenze, tre partecipazioni in Champions tra 2000 e 2009

E all’estero? Un piccolo paragone. In Europa, la scorsa stagione, con 375 euro, la nostra famiglia poteva assistere a tutto il campionato di una squadra come il Bayern Monaco. E’ vero, quella del Bayern è un’eccezione, ma i prezzi di club come Wolfsburg o Leverkusen, poco si distanziano dai 300 euro. Senza considerare la possibilità dei posti in piedi, ancora più economici. La Liga non è troppo distante da noi e l’Inghilterra è tendenzialmente più cara. Con una piccola differenza: i loro campionati possono offrire giocatori come Cristiano Ronaldo, Rooney, Messi.

Stadi e strutture. In queste nazioni, gli stadi sono, per lo più, strutture all’avanguardia, dotate di diversi servizi e comfort non pensabili in Italia. Senza pensare alle opportunità e ai servizi agevolati che molti club stranieri offrono all’abbonato. Insomma, è chiaro che un abbonamento all’Olimpico di Torino non può valere uno alla Volkswagen-Arena di Wolfsburg, o che lo stesso San Siro, oramai, per quanto affascinante, sia superato in struttura e servizi anche da stadi come il nuovo San Mamés di Bilbao. Mentre in Europa le società fanno a gara per la costruzione o il loro acquisto, qui in Italia tanto si parla di nuovi complessi, ma poco si fa. La proprietà di stadi moderni è essenziale per il futuro – si ripete da almeno dieci anni – ed allora l’Italia ha scelto, anche ben prima della crisi, di rimanere nel passato. L’unica società ad essere riuscita a regalarsi un piccolo gioiello – anche grazie ad un aiuto discutibile di comune e credito sportivo – è stata la Juventus. E tolto Roma e Udinese, che dopo svariati dribbling al sistema burocratico sembrano oramai “vicini” a inaugurare i lavori, c’è chi ci ha provato all’Italiana, finendo addirittura in galera, come Massimo Ciellino.

Un calcio allo sbando, quindi, pronto a scivolare, nel corso dei prossimi anni, sulla buccia della famosa banana di Tavecchio. Uno che, come prima mossa, si è preoccupato di togliere le squalifiche per discriminazioni territoriali.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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