La crisi di Hong Kong e la richiesta di Democrazia

30/09/2014 di Redazione

Cosa sta succedendo nell'ex-protettorato britannico? Quali sono rischi e problemi per la Cina? Ecco una sintesi per capire meglio

Lo spettro della divisione si aggira sulla Cina, dando corpo al peggior incubo dell’elite comunista. Il motivo è da ricercarsi non nelle sempre turbolente province dello Xinjiang o del Tibet ma bensì nella modernissima ed occidentale Hong Kong, nelle cui strade si sono riversate decine di migliaia di persone – principalmente confluite nel movimento (a matrice studentesca) Occupy Central – richiedendo la possibilità di indire elezioni libere e democratiche per scegliere l’amministrazione locale nel 2017. Si fronteggiano da una parte, la società civile, dall’altra i poteri costituiti, fedeli a Pechino.

Il movimento (pan-democratico) Occupy è iniziato lo scorso 28 settembre, all’1:45 ora locale, ed è stato fortemente sostenuto dagli studenti delle università hongkonghine, che ne costituiscono l’avanguardia. Molti di loro non sono neanche maggiorenni, ma una larga fetta potrà votare nel 2017. Iniziate il 27 settembre le proteste sono generalmente concentrate durante la sera, per permettere ai manifestanti di recasi regolarmente a lavoro durante il giorno, ma si ipotizza il picco di presente il 1 ottobre, data della nascita della Repubblica popolare cinese ad opera di Mao Tse-tung nel 1949.

Il concetto di centralità – Quando si cercano di capire i fenomeni del gigante cinese è da tenere ben presente il cardine geopolitico e culturale della Repubblica popolare: l’autopercezione della centralità. “Zhongguo”, il nome in mandarino della Cina, è tradotto infatti in italiano proprio come “Paese del Centro”, rimarcando, se necessario, il modo di governare delle dinastie imperiali fino alle guerre dell’oppio. Secondo Franco Mazzei, questo cardine geopolitico comporterebbe due conseguenze dirette, una di natura politica e l’altra culturale: la prima è una tensione verso l’unità dello stato, dando massimo valore all’integrità territoriale, da proteggere ad ogni costo. Il centralismo amministrativo e lo strapotere del partito comunista, certamente peculiari per un paese di 10 milioni di km2 e quasi 1 miliardo e mezzo di persone, è così spiegato. Sarebbe comprensibile così anche il senso di vulnerabilità rispetto all’esterno, ovviamente dovuta anche alla cristallizzazione della memoria delle guerre dell’oppio.  La conseguenza culturale invece, sarebbe, secondo Mazzei, l’associazione della percezione di centralità alla nozione di universalità. L’impero cinese sarebbe infatti potenzialmente universale.

Il leader del movimento di protesta, Benny Tai
Il leader del movimento di protesta, Benny Tai

Il sistema politico vigente. Il leader del movimento di protesta è Benny Tai, professore di legge, che è riuscito nel difficile compito di far partire immediatamente il movimento (era stata stabilita un’altra data) sulla scia delle proteste studentesche. Ad Hong Kong, le elezioni a suffragio universale sia per il Chief Executive sia per il Consiglio legislativo (LegCo), attualmente non ci sono. Il Governatore è eletto da una commissione di 120 persone, metà delle quali sono di fatto nominate dalle corporation (attraverso un sistema di comitati sul territorio). Tale sistema politico è un retaggio dell’amministrazione coloniale britannica (durata fino al 1997), che si basava su dei consigli di notabili e su un Governatore nominato da Londra. In seguito alla cessione della colonia alla Cina, il sistema è rimasto nella sostanza invariato, con il passaggio della nomina del Governatore da Londra a Pechino (secondo lo schema “un Paese, due Sistemi”).

Il sistema è rimasto sostanzialmente invariato, finché nel 2007 la Commissione permanente del Politburo cinese (cioè i 9 – oggi 7 – membri che di fatto governano la Cina) aveva aperto alla possibilità di elezioni dirette e a suffragio universale per la carica di Chief Executive nel 2017 e per l’elezione del LegCo nel 2020. Da allora sono cominciate le consultazioni tra Pechino, l’amministrazione di Hong Kong e i partiti.

In tale contesto è nato e si è sviluppato il movimento pan-democratico, che vuole la piena realizzazione delle promesse fatte nel 2007. Quando si è capito, nel corso delle consultazioni, che le promesse non sarebbero state ottemperate, è nato Occupy Central, che in questi giorni sta occupando il quartiere della politica e degli affari, creando numerosi problemi all’establishment di Hong Kong e di Pechino.

Le conseguenze delle proteste. La città, infatti, è nata e vive grazie alla propria condizione di hub finanziario asiatico, in un sistema di deregolamentazione fiscale che la rende attrattiva nei confronti delle principali aziende globali. Qualsiasi situazione di disordine politico mette in discussione questo suo status (la Borsa è stata l’istituzione che in questi giorni più è stata colpita delle manifestazioni). Gli hongkonghini, d’altra parte, sono anche abituati ad essere pragmatici, e si ritrovano, in questi giorni, ad essere combattuti tra una forte rivendicazione dei propri diritti, avvicinandosi alle proteste, e una sorta di “passività attendista” nella speranza che le rivolte sfumino da sé e che la situazione si risolva da sola.

La promessa di Pechino del suffragio universale per il 2017 ed il 2020 è stata in effetti mantenuta, ma non quella sulla elezione diretta del Chief Executive. La leadership cinese ha infatti imposto, con una direttiva del 31 agosto scorso, un sistema di filtro dei candidati che consentirà solo a quelli “patriottici”, cioè fedeli a Pechino, di concorrere. Nella pratica, tutti potranno votare per il governatore, ma ci si potrà esprimere su una rosa limitata composta da due-tre candidati fedeli a Pechino. Inoltre, in un altro documento approvato nei mesi scorsi, si era ribadito che la formula “un Paese, due sistemi” e l’autonomia sancita dalla “basic law” di Hong Kong dipende in ultima istanza da Pechino: insomma, una concessione più che un diritto acquisito.

La rivalità Hong Kong-Shanghai. A questo punto, lo schieramento pan-democratico (di cui è bene sottolinearlo, Occupy Central è il movimento principale, ma non l’unico) è scoppiato nelle proteste. Esso chiede un sistema “genuinamente democratico”, con la possibilità di scegliere candidati espressione effettiva della volontà popolare. Le rivendicazioni democratiche dei manifestanti nascondono anche un’altra problematica: la maggiore integrazione di Hong Kong con la Cina, potrebbe portare ad una maggiore marginalizzazione della città, in quanto capitale finanziaria d’Oriente, rispetto a Shanghai, città emergente.

L'attuale presidente della  Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping
L’attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping

Le reazioni: Pechino, Washington e Hong Kong. Il Presidente cinese Xi Jinping non si è per il momento espresso, ma il Ministro degli Esteri ha invitato l’opinione pubblica internazionale a non interferire con questioni interne.  Invito arrivato all’indomani di forti pressioni, sul Presidente Barack Obama, per affermare la posizione degli Stati Uniti in favore della protesta. Il rischio è quello che la situazione nella città asiatica possa portare a notevoli passi indietro nel già difficile percorso di avvicinamento tra Pechino e Washington.

Intanto, Leung Chun-Ying, Governatore di Hong Kong, ha chiesto la fine “immediata” delle proteste ed il ritiro di tutti i manifestanti dalle strade, al terzo giorno di dimostrazioni (30 settembre). Cessazione delle proteste che è stata anche perseguita attraverso lo schieramento di forze di polizia e utilizzo di spray al peperoncino. I manifestanti hanno respinto tale ordine e ribadito la propria richiesta di dimissioni di Leung. Quest’ultimo aveva sottolineato che “i fondatori di Occupy Central (la principale sigla dei dimostranti) avevano detto ripetutamente che se il movimento fosse finito fuori controllo, loro lo avrebbero fermato. Sto ora chiedendo loro di rispettare le promesse e fermare immediatamente questa campagna”.

La sfida per l’elite comunista non è da poco: quello di Hong Kong, centro finanziario cosmopolita con minima interferenza da parte di Pechino, doveva essere un modello per le altre province in cui regolarmente si svolgono proteste per una maggiore autonomia e libertà democratiche. Fino alla settimana scorsa, infatti, il Presidente Xi aveva portato Hong Kong come modello per una possibile reintegrazione di Taiwan.  Ampliare i privilegi all’ex colonia inglese potrebbe quindi aprire la porta a nuove e più pressanti iniziative in altre zone del super stato. Reprimere violentemente le proteste invece, porterebbe alla memoria le repressioni del giugno 1989 e le iconiche immagini di piazza Tienanmen. L’ipotesi di una repressione violenta sembra francamente remota, ma Xi Jinping padre del “sogno cinese” si trova a dover decidere tra due possibilità sfavorevoli.

Iris De Stefano e Vincenzo Romano

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