Una crisi di governo a chi darebbe vantaggio?

28/09/2013 di Luca Andrea Palmieri

Crisi di governo

Un “cenno di crisi” più grave del solito – La più classica ed abusata delle formule giornalistiche che gira su tutti i principali mezzi di informazione ci ricorda quanto siano “ore decisive per il governo Letta”. Dopo l’ultimo attacco del fronte berlusconiano sulla questione della decadenza, il Primo Ministro è infatti tentato di chiedere una verifica in aula della maggioranza, per scoprire quanto siano reali le minacce dei parlamentari di centro-destra sulle dimissioni di massa e sul ritiro dell’appoggio al governo. Intanto, sembra saltata la “manovrina” capace di congelare l’aumento dell’Iva al 22% fino a gennaio: non ne sono ancora note bene le cause, anche se, dal centro-destra, accusano Letta di averla stoppata appositamente per fare pressione sul Pdl. Quale che sia la verità, i primi a rimetterci sono (ancora una volta) gli italiani, che si ritroveranno, dal primo ottobre, su tutti i prodotti un punto percentuale in più: niente di meglio che un aumento del costo della vita per deprimere i consumi e tenere comunque, attorno al collo degli italiani, un cappio, a cui è legata una bella ancora. Chi ha le spalle forti magari sarà in grado di reggerla, ma, per chi è in una situazione difficile, il peso rischia di diventare sempre più insostenibile.

Crisi di governo, a chi giova?
Enrico Letta

I dilemmi di Berlusconi – Ma questa crisi di governo a chi gioverebbe? Il Popolo della Libertà, a partire dal mantra dell’agibilità politica di Berlusconi, è la forza politica sul punto di scatenarla, ma non è affatto detto che ne verrebbero solo vantaggi, anzi. Dipende tutto da una serie di fattori di difficile analisi, che spiegano il perché di tanta esitazione da parte di Berlusconi. Quale sarà l’effetto di una crisi sulla credibilità del Pdl, nel momento in cui tutt’una serie di misure salteranno, tra cui l’abolizione dell’Imu? Quale sarà la reazione in termini di credibilità dell’Italia, che si esprime soprattutto nei mercati finanziari con i tassi di interesse (che possono voler dire svariati miliardi di spesa extra)? Il Pdl sarà in grado di far ricadere la colpa delle difficoltà dell’Italia sul centro-sinistra, o l’accanimento su Berlusconi a discapito di tutto e tutti può avere conseguenze nefaste per il suo consenso elettorale? Quanto è reale il rischio della formazione di un nuovo governo solo di centro-sinistra con l’aiuto di alcuni stellati, che in fondo sarebbe uno smacco totale? Queste domande tolgono il sonno a Berlusconi (letteralmente, a sentir lui) e rendono sempre più difficile, tra l’altro, il rapporto tra falchi e colombe. In questo senso, poi, potrebbero sorgere nuove e spiacevoli sorprese: il rischio dell’emersione di una fronda che decida di confermare la fiducia all’attuale governo è stato conclamato e non respinto troppe volte per non essere vero. E’ un altro fattore che rende il tentativo di Berlusconi di aprire una crisi di governo una vera e propria arma finale che potrebbe rivoltarglisi contro, da usare nel caso finissero gli spiragli per rallentare, quanto meno, il voto sull’inagibilità.

I timori del Partito Democratico – Al Partito Democratico dal canto suo, la crisi non conviene. In primis per il rischio, ribaltando la questione precedente, che non si trovino i margini per una nuova maggioranza di centro-sinistra. E le elezioni, dal punto di vista interno, verrebbero nel momento peggiore: praticamente a cavallo con il congresso. Ovviamente il rinvio sarebbe inevitabile, ma tutto ciò, a sua volta comporta problemi non da poco: in primis la scelta del candidato premier. Si faranno primarie organizzate in fretta in furia? Si darà l’incarico al più avanti nei sondaggi, ovvero Renzi? Si sceglierà una terza via, che di sicuro non mancherà di scatenare aspre polemiche? Contando che stiamo parlando di un partito che ci ha abituato ai ribaltoni più assoluti (e i voti su Prodi e Marini per la Presidenza della Repubblica sono ancora ben vivi nella mente dei vertici), ci si può aspettare di tutto. Senza contare che, se anche si arrivasse a una soluzione concordata, c’è sempre il rischio che al congresso, che dovrebbe avvenire a urne chiuse e in un contesto mutato, cambino degli equilibri e il candidato premier (sempre che abbia ottenuto un risultato soddisfacente) si ritrovi a dover ancora una volta lottare contro un’opposizione interna molto accreditata.

La diatriba a cinque stelle – Il Movimento 5 Stelle è quello che più di tutti potrebbe sorridere nella situazione attuale. Tant’è che, con un silenzio che dimostra ancora una volta la perizia politica del duo Grillo-Casaleggio, si sta tenendo piuttosto silente in questo momento (salvo alcuni messaggi, come quello più recente contro Napolitano, che non aggiungono nulla di nuovo al solco oppositivo finora tracciato dagli stellati). Da un lato si può avere la sensazione che ci si stia preparando a una nuova campagna elettorale, magari con un’arma segreta degna delle capacità di showman di Grillo (la piattaforma di decisione condivisa?). Dall’altro però, ancora una volta torna il discorso precedente, ovvero quello riguardante la paura di una fronda di fuoriuscenti pronti ad appoggiare un nuovo governo tutto di centro-sinistra. Le reali probabilità che ciò accada ad oggi non sono le più alte, ma la presenza di parlamentari “possibilisti” è cosa provata. I richiami e le minacce di espulsione di Grillo potrebbero aver placato gli animi per il momento, ma non è detto che abbiano riportato al proprio posto i supposti traditori: potrebbero al contrario aver imposto una cortina di silenzio volta ad evitare di danneggiare l’immagine del gruppo parlamentare, senza però smuovere le posizioni dei coinvolti.

Un paese allo sbando – Ancora una volta gli equilibri intorno a quest’ennesimo stallo politico si giocano all’interno delle stanze del Parlamento. A prima vista questa crisi di governo sembra comportare più rischi che vantaggi praticamente per tutti. Ma non è detto che non circoli già una risposta tra Palazzo Madama e Montecitorio alle molte domande poste all’interno di quest’articolo. Certo è, che, indipendentemente da tutto, a perderci di sicuro è sempre e comunque l’Italia. L’Iva, l’Imu e lo spread sono già stati ricordati. Ma è innegabile, allo stesso tempo, che l’assenza di un governo costi cara, indipendentemente dal suo colore politico e dalle sue idee, in una condizione di emergenza perenne, di crisi (nazionale) dentro un’altra crisi (globale), che impone effettivamente delle soluzioni che francamente nessuno, tutte le forze politiche incluse, sembrano in grado di portare. Senza contare che un ritorno al voto con questa legge elettorale porta con sé l’enorme rischio della pronuncia della Corte Costituzionale, prevista per il 3 dicembre: cosa succederebbe se, ad elezioni già avvenute o da tenersi a brevissimo termine, il Porcellum venisse dichiarato incostituzionale? Ci sarebbero le basi per un accordo, con una qualsiasi maggioranza, per un cambiamento dell’ultimo secondo? E potrebbe essere legittima una campagna elettorale in un contesto repentinamente mutato? La risposta, ad oggi, sembra essere un secco “no” a tutto. Parrebbe più probabile un mini-governo di scopo volto solo a “rattoppare” il sistema elettorale. Se ce ne saranno le condizioni è un altro discorso, fatto sta che la vittima è sempre il nostro povero Paese.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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