La crisi arriva in Cina: scioperi nel Sud

03/05/2014 di Martina Viscusi

Cina, Sciopero e crisi

Il fatto. Dalla metà di aprile, circa 2.000 lavoratori si sono radunati presso il complesso della fabbrica Yue Yuen nella provincia dello Jiangxi, nella Cina meridionale, insieme ad altri 10.000 dipendenti della fabbrica Yue Yuen di Dongguan, nella provincia del Guangdong. Secondo l’organizzazione non governativa con sede a New York Cina Labour Watch si tratta del più grande sciopero della recente storia cinese, poiché coinvolge all’incirca a 30.000 dipendenti. La notizia ha avuto grande seguito in Occidente, perché la ditta taiwanese Yue Yuen ha almeno 40.000 dipendenti e produce oltre 300 milioni di calzature all’anno per Reebok, Adidas, Nike, e più di 20 altre marche.

Le immagini. Molte foto sono state scattate con i loro telefoni cellulari e mostrano folle enormi che si riuniscono. In una, i manifestanti portano un grande striscione, che recita: “Ridammi la mia assicurazione sociale, dammi indietro i miei sussidi per gli alloggi”. “Il problema è che la preoccupazione tra gli operai è molto diffusa”, ha detto Geoff Crothall del China Labour Bulletin di Hong Kong, un’altra ONG. “Molto ha a che fare con il fatto che numerose fabbriche o stanno chiudendo o si trasferiscono[…] Cinque anni fa, tutti gli scioperi rivendicavano aumenti salariali. Oggi, invece, le preoccupazioni dei lavoratori si concentrano su cosa potrebbe accadere se la fabbrica chiude. Che tipo di pagamenti otterrebbero? Sarebbe tutelato il diritto di assicurazione sociale?”.

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Reazioni. Le autorità cinesi hanno dispiegato la polizia antisommossa pronta ad entrare in azione. Testimoni hanno raccontato che decine di lavoratori sono stati portati via. Secondo il China Labour Bulletin quattro lavoratori sono stati portati in ospedale dopo il primo giorno di sciopero. I mezzi di comunicazione cinese hanno invece sostenuto che nessuno è rimasto ferito. Il portavoce della Yue Yuen, George Liu , ha annunciato ai media cinesi che l’azienda ha promesso di introdurre un piano previdenziale dai primi giorni di maggio. Tuttavia, il nuovo piano di previdenza sociale non è stato accettato dagli operai, che continuano a scioperare. Infatti, almeno l’80 % dei lavoratori si è dimostrato propenso a rifiutare l’offerta.

Gli operai . La Yue Yuen è accusata di non rispettare quanto è stato già firmato negli anni precedenti, e gli operai richiedono un’assicurazione sociale che copra infortunio, pensione, disoccupazione e maternità, secondo la quale l’azienda e gli impiegati dovrebbero versare ciascuno una parte dei contributi in proporzione al salario effettivamente percepito. Tuttavia, la Yue Yuen avrebbe tenuto solo conto della paga minima.

La classe dirigente di Guobao . La città nella provincia dello Jiangxi, in cui si trova il complesso della fabbrica, ha esortato la Yue Yuen a placare le preoccupazioni dei lavoratori senza piegare la legge. “I rappresentanti dell’azienda e dei lavoratori sono invitati a rafforzare la comunicazione e la consultazione […] e guidare razionalmente le aspirazioni degli operai” . Il rischio maggiore per loro è che le imprese delocalizzino le fabbriche in Vietnam, Thailandia e Cambogia per ridurre i costi di produzione.

La crisi economica ha cambiato anche la Cina . Negli ultimi anni, l’Occidente ha ridotto le importazioni di prodotti made in China. Ciò ha danneggiato l’economia del paese, il cui PIL è cresciuto solo del 7,5% nel 2013. La presenza delle multinazionali sul territorio ha comunque beneficiato i lavoratori, aumentando i livelli standard dei salari, spronando indirettamente gli stessi a richiedere maggiori garanzie. Oggi, per le grandi multinazionali la Cina non è più la terra promessa dei costi di produzione pari a zero, nonostante le attuali violazioni dei diritti umani. Bisognerà aspettare per comprende come e quando la Repubblica Popolare Cinese reagirà a tale mutamento.

Fonti: theguardian.com, limes.it, corriere.it, repubblica.it, chinaworker.info
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Martina Viscusi

Nasce in Molise nel 1989. Dopo la maturità scientifica decide di trasferirsi a Roma per frequentare la facoltà di Scienze Politiche presso la Luiss Guido Carli, dove rimarrà anche per gli studi magistrali, dopo l’esperienza Erasmus all’Universitet i Oslo. È attualmente laureanda in Relazioni Internazionali. Appassionata di sudest asiatico e America Latina.
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