Il costumista e il cinema. Intervista ad Alfredo Bocci

08/10/2013 di Jacopo Mercuro

Intervista esclusiva di Europinione ad Alfredo Bocci, costumista italiano tra i più apprezzati. Dalle collaborazioni con Spielberg e Coppola al premio Oscar de Il talento di Mr. Ripley

Il costumista Alfredo Bocci e Matt Damon

Un raffinato senso estetico, estro, precisione e creatività; caratteristiche che delineano la professione del costumista, una figura ben nascosta nel retroscena, ma di fondamentale importanza nel processo realizzativo del film. Un lavoro che va oltre lo scegliere stoffe, il compito è quello di plasmare personaggi attraverso un approfondito studio dell’epoca in cui viene ambientata la pellicola. Il costumista deve rendere credibile i personaggi, farli sembrare il più naturale possibile e creare la seconda pelle che gli attori indosseranno durante le riprese. Occorre grande passione e grande volontà di approfondimento, fare il costumista significa saper ricominciare sempre da capo, film dopo film.

È con grandissimo piacere che presentiamo il costumista italiano Alfredo Bocci. Tra i più quotati all’interno del panorama mondiale ed elemento fondamentale nello staff delle più grandi costumiste tra cui: Gabriella Pescucci, Ann Roth e Milena Canonero. Ha lavorato per registi del calibro di Spielberg e Francis F. Coppola. Ha vestito attori come Matt Damon, Andy Garcia, Monica Bellucci e Al Pacino.

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Alfredo Bocci, il costumista del cinema
Alfredo Bocci con Monica Bellucci

Prima di tutto grazie per l’enorme cortesia. La prima domanda che vorrei porle è: come si decide di diventare costumista?

Sono il figlio di un sarto, cresciuto nella sartoria e per questo motivo ho cercato di coniugare le mie due passioni: Cinema e Costumi. Grazie ad una delle più grandi costumiste italiane, Maria de Matteis, che ha creduto in me, sono riuscito ad intraprendere questa meravigliosa professione.

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Un lavoro tutt’altro che semplice, in che modo è possibile migliorare?

Citerò di nuovo Maria de Matteis, lavorare fianco a fianco a lei mi ha dato molto. Oltre alle continue ricerche e agli studi è la passione e l’esperienza che completano un artista. Il nostro è davvero un duro lavoro, noi costumisti siamo i primi ad alzarci per preparare gli abiti della giornata e gli ultimi ad andare a dormire, si rimane fino a notte fonda per controllare che sia stato fatto un buon lavoro sui costumi.

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Ha lavorato molto anche in Italia, ma soprattutto per le produzioni americane. Quali le differenze nel modo di agire?

Sembrerà un luogo comune e scontato, ma le produzioni americane sono anni luce avanti. E attenzione perché non sto parlando di compensi, ma della professionalità con cui operano. La differenza tra il nostro e il loro cinema sta tutto nella precisione maniacale dei dettagli. Senza dimenticare, che all’estero, sei sempre trattato come un professionista. In Italia a parte registi ed attori il resto degli addetti ai lavori è davvero poco considerato.

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Come si arriva a lavorare per le più importanti produzioni estere?

Sta tutto nella formazione dello staff. La responsabile costumista ha degli uomini di fiducia che porta sempre con sé su ogni set. Mi creda, noi italiani abbiamo dei costumisti e delle costumiste che sono veri e propri artisti, per questo siamo chiamati in tutto il mondo. Devo ringraziare persone come Gabriella Pescucci, Ann Roth e Milena Canonero che fidandosi del mio operato mi hanno sempre dato l’opportunità di lavorare nelle grandi produzioni, ad oggi ho partecipato a ben 70 film. Ma se credi di essere arrivato rischi di perdere tutto il tragitto fatto, è un lavoro in continuo cambiamento. Con le nuove tecnologie, grafica, tessuti e la moda in continuo mutamento bisogna fare una ricerca continua. Il pensiero è sempre proiettato al miglioramento. Quando cominciavo un nuovo film mi sentivo arricchito da quello precedente e iniziano con nuova forza. Oltre a studiare sui libri il mio segreto era quello di vedere continuamente film, mi davano grande ispirazione.

  

Attore e costumista, che tipo di rapporto s’instaura durante il periodo delle riprese?

C’è grande rispetto e cordialità. Gli attori, durante le riprese, sono figure fragili, bisogna lavorare sulla loro psicologia. Mi è capitato spesso di dover aiutare attori e attrici a superare momenti d’insicurezza. Mi chiedevano se potevano provare la parte con me, e mi creda, anche se a volte erano pessimi, mi complimentavo sempre. (Ride). Spesso sono arroganti, ma è sempre un modo di combattere una fragilità che non accettano.

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Quindi l’amicizia tra attore e costumista è un’utopia?

Sa, il problema è che quelli delle riprese sono periodi limitati, a meno che non sia un kolossal si sta insieme al massimo 4/5 mesi. Se lavorava a stretto contatto, ma era tutto limitato al periodo in cui si girava. Non nascondo che nonostante ciò sono nati ottimi rapporti, specialmente con quelli che capitava di rivedere su nuovi set. Sugli attori, ci tengo a dire, che quelli americani sono sempre stati più cordiali e disponibili di quelli nostrani, un’altra mentalità!

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Una situazione o un personaggio che ricorda con piacere?

Era il 1990, stavamo girando “L’avaro”. Marie Laforet era un’attrice francese che aveva una parte nel film, essendo un lavoro in costume, la ragazza doveva indossare un vestito molto scomodo che le copriva il collo che quasi non le permetteva di respirare. La sera si cenava tutti insieme e Alberto Sordi puntualmente imitava la povera attrice in difficoltà con il costume facendoci ridere tutti. Ricordo Alberto davvero con piacere.

Potremmo stare qui una giornata intera se parliamo di aneddoti e ricordi. Altro personaggio fuori dal comune per la sua comicità era Walter Matthau, continuava a far ridere anche una volta fuori dal set con una naturalezza fuori dal comune.

Un altro aneddoto simpatico? Ricordo come se fosse ieri, quando, sul set di “Sogno di una notte di mezza estate”, Michelle Pfeiffer rischiò una bruttissima caduta per le scale ed io istintivamente l‘afferrai. Mi cadde tra le braccia, sembrava una scena romantica da film. (ride)

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Il film in cui avrebbe voluto lavorare?

Sono molto geloso delle pellicole in cui ho lavorato. Prediligo da sempre film in costume per la bellezza degli abiti e per il fascino di epoche lontane e diverse dalla nostra. I film romantici sono i miei preferiti e pensandoci bene mi sarei divertito molto in Anna Karerina.

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Lei ha lavorato con grandi registi come Spielberg in Indiana Jones e Francis F. Coppola ne Il Padrino: parte III. Cosa significa avere a che fare con questi mostri del cinema?

Assistere alla loro regia è come ascoltare una sinfonia di Mozart. Fanno sembrare tutto semplice, geniali. A proposito di quello che vi ho detto quando qualche attore mi faceva sentire la parte e io fingevo che fossero andati ben per incoraggiarli, con  questi registi non la passavano liscia, se l’attore non era perfetto succedeva un putiferio. A quel punto mi sentivo in colpa per aver finto. (Ride)

Ora che mi ha ricordato il periodo in cui ho lavorato per Coppola mi è venuto in mente Andy Garcia. Eravamo a Palermo, si stava girando la terza parte de “Il padrino”, ricordo con piacere Garcia per la sua gentilezza, amava mangiare cinese e portava tutta la troupe ad un ristorante li vicino. Insomma sono sicuramente dei divi, ma alla fine sono sempre esseri umani come noi.

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Disavventure nella sua lunga carriera?

Premetto che i registi scelgono i propri collaboratori dei quali si fidano ciecamente. Al contrario, quando non c’è feeling, si va incontro ad un Odissea. Eravamo sul set di “Marquise” con Sophie Marceau e la regista, anche lei francese, non aveva una linea comune con lo staff dei costumisti. Quella volta fu davvero dura lavorare, Sophie Marceau stava per lasciare il film che nonostante fu portato a termine non andò bene.

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Le faccio un’ultima e doverosa domanda riguardante il film premio Oscar, tra cui quello per i costumi, “Il paziente Inglese”. Cosa significa partecipare ad un lavoro così importante che ha incoronato il vostro lavoro?

Che ricordi. Era il 1996, Anna Roth mi chiamò per far parte del suo staff. Fu un lavoro duro, un progetto ambizioso che siamo riusciti a portare a termine nel migliore dei modi. Mi avvertirono nel cuore della notte, ricordo molta emozione, è stato un grande traguardo che abbiamo raggiunto tutti insieme. Posso rivelarle un retroscena molto simpatico, durante le riprese abbiamo avuto problemi con le divise dei militari, ci siamo ritrovati spiazzati sull’assegnazione dei gradi, a pochi minuti dalla riprese, dovette intervenire un esperto in materia, ma ancora oggi non sò se abbiamo fatto generali, caporali o che cosa. (ride)

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La ringrazio per la gentilissima disponibilità e le faccio ancora i più vivi complimenti per la carriera avuta.

È stato un piacere, è sempre bello guardarsi alle spalle e ricordare aneddoti appartenenti alla proprio avventura. Prima di salutarvi vorrei lasciarvi rivolgendomi ai giovani che hanno voglia di iniziare la professione di costumista: studiate, studiate e lavorate sodo. Ogni giorno è un giorno utile per migliorare. Oggi non è semplice, specialmente nel nostro paese, dove questo lavoro, come l’intera industria cinematografica sembra gestito da piccole lobby. Non fatevi fermare dagli ostacoli e lasciatevi trasportare dalla passione. 

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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