Il costo del programma e le basi necessarie

01/05/2013 di Giacomo Bandini

Le proposte economiche del nuovo governo Letta hanno destato un certo entusiasmo mediatico e politico. Se non altro perché dopo due mesi di assenza l’Italia è tornata ad avere un esecutivo con un programma abbastanza credibile e condiviso da almeno tre forze elettorali di una certa portata. C’è una verità, ovviamente non citata nel discorso alle Camere, che però deve emergere alla luce della via scelta. Questa verità concerne la mancanza di fondi e il costo del piano di spesa, col conseguente rischio di un ulteriore aumento del debito pubblico. Due elementi imprescindibili se si vuole abbattere completamente l’Imu (minacce di Berlusconi), mantenere l’Iva al livello attuale e garantire il reddito minimo di cittadinanza.

Il problema IMU – Riguardo alla tassazione sulla casa e sui consumi abbiamo già parlato in un precedente articolo dove è stata sottolineata l’impossibilità di coprire i 4 miliardi incassati con l’Imu e il miliardo proveniente dall’1% in più di Iva. In aggiunta a ciò ora sembra essersi messo mezzo nuovamente il giochino politico. Berlusconi abbandonerà il sostegno al governo in caso di mancata eliminazione dell’imposta sul primo bene immobile. Dimenticandosi delle origini di tale manovra, pensata proprio sotto il suo governo, ora il Cavaliere e i suoi fedelissimi cavalcano l’onda populista della questione trovando diffuso consenso. Letta tenta di stemperare gli animi bollenti, ma nel frattempo ne ha concordato la sospensione per il mese di giugno. Come si coprirà il buco di questi introiti? Stesso discorso per l’Iva. A luglio ci si prospettava un aumento di un punto percentuale. Ieri è stato dichiarato che non si arriverà a tale situazione. Nessun accenno su come reperire l’equivalente perduto.

Saccomanni e Letta
Il ministro Saccomanni e il primo ministro Enrico Letta

Il reddito minimo garantito – Riguardo al reddito minimo garantito o di cittadinanza (a seconda dei punti di vista), si potrebbe parlare in un articolo intero e presto verrà affrontato nel modo più esauriente possibile. Al momento ci si limiterà a comprenderne alcune basi. La prima riguarda le difficoltà di importare questo modello nel nostro paese a causa dell’irrisolta questione delle competenze fra stato e regioni in materia. In teoria, dal 2001 l’assistenza sociale spetterebbe agli enti territoriali, lasciando allo Stato l’ultima istanza. Le difficoltà sorgono dunque quando un gran numero di regioni, specialmente nel Mezzogiorno, hanno utilizzato i vari fondi destinati alla materia per altri progetti o sperperandoli malamente. Risulta così oggettivamente difficile lasciare alle regioni il compito di provvedere, quando queste già faticano a tenere i conti in ordine. Il secondo assunto di partenza concerne alcuni studi sull’effetto reale del reddito. Esso garantirebbe infatti una maggiore copertura dei beni di prima necessità e di lunga durata, ma lo stimolo a cercare un nuovo impiego non darebbe gli effetti sperati. Terzo e non meno importante, come precedentemente affermato, l’impossibilità attuale di sostenere un onere dalla portata di miliardi di euro.

Le cifre necessarie – È stato scritto che il totale necessario ad attuare il programma di governo, così come Letta e lo ha presentato pubblicamente, ammonterebbe a circa 20 miliardi. Nessuno però si è premurato di proporre soluzioni in proposito della copertura di tale cifra. Aumentare il debito pubblico e dunque la spesa sembra effettivamente difficile nella situazione attuale. Se si vuole passare ad una fase di crescita non è consigliabile aumentare un debito già abbondantemente superiore alla soglia del 90% nel rapporto col Pil. Aumentare il debito in questo momento significherebbe inoltre scaricare il suo peso sulle spalle dei posteri, allo stesso modo in cui gli errori dei padri negli anni ’80-’90 oggi ricadono sui giovani. Introdurre altre tasse d’altro canto pare strada non percorribile. Toglierne due o tre per introdurne altrettante è a dir poco impopolare e assurdo.

La via da imboccare – La via da imboccare dovrebbe partire piuttosto dall’abolizione dei costi sul lavoro piuttosto che sull’abolizione dell’Imu. La tassa sulla prima casa esiste in molti degli Stati che prendiamo a modello. Solo in Italia viene vista come il peggiore dei mali, e non è negabile che ciò sia dovuto ad una spinta populista, trainata dall’alta quota di proprietà immobiliari in mano a singoli privati. Allo stesso modo sarebbe importante ridurre i tassi sui mutui, rendendo meno pesante ed accettabile il pagamento della stessa Imu, nell’ottica di un riassetto completo del sistema finanziario. Altrettanto importante sarebbe operare i tagli giusti agli sprechi. Burocrazia e Pa sono i primi indiziati, come ha recentemente scritto Luca Palmieri in questo articolo. Per non parlare delle sanzioni provenienti dall’Ue. La mentalità da inculcare nelle reti politico-amministrative deve essere: è meno costoso applicare le normative che cercare di aggirarle per poi essere multati ripetutamente. Sempre riguardo la Pa è necessario operare al più presto sull’obiettivo del pagamento dei debiti (confermando la linea seguita negli ultimi tempi) e per far sì che i dirigenti pubblici non arrivino a guadagnare quanto o più del Presidente della Repubblica: un paradosso che dimostra come la macchina amministrativa sia costituita da sprechi e ipertrofie varie. Bisogna porre le basi necessarie e la mentalità giusta, agendo su problematiche essenziali ma meno note, anche in modo da contrastare il populismo spesso semplicista di cui si riempie bocca e mente una buona fetta del paese.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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