Cosimo de’ Medici, Pater Patriae

17/04/2016 di Davide Del Gusto

Nel primo Quattrocento Firenze si affermò come centro indiscusso di ricchezza e cultura grazie all'operato della sempre più potente famiglia Medici il cui membro più influente, Cosimo, riuscì in poco tempo a ottenere il controllo della politica locale e ad accrescere il prestigio internazionale della città del Giglio.

Cosimo De Medici

La grande trasformazione sociale e politica che pose fine al periodo noto tradizionalmente come “crisi” del Trecento trovò nell’Italia del primo Quattrocento una formula nuova e alternativa rispetto alle innovazioni dei secoli precedenti: i comuni, a fronte di una sempre più marcata espansione economica e commerciale, avevano infatti perso gradualmente la loro specificità di sistemi di governo più o meno popolari e, nel caso di alcune grandi comunità cittadine, al sorgere dell’età moderna iniziarono ad affermarsi e a riscuotere un certo successo delle figure carismatiche che, rendendo vantaggiosa la pratica delle armi o quella del denaro, avrebbero accelerato il processo di accentramento del potere nelle mani di singole famiglie. Fu del resto un fenomeno di naturale e tutto sommato inevitabile sfaldamento dell’istituzione comunale: lo stesso Dante, già appassionato frequentatore della politica fiorentina prima del suo esilio, non poté non notare come l’esperimento civico e aggregativo del Duecento stava iniziando a mostrare la corda, «ché le città d’Italia tutte piene / son di tiranni».

Corte Palazzo Medici RiccardiTecnicamente, dopo la lunga parentesi della rinascita comunale, i caratteri di un feudalesimo certo più tradizionale riapparvero anche a sud delle Alpi, producendo comunque un effetto inedito rispetto alla maggior parte delle sperimentazioni di potere nelle altre aree d’Europa: pur applicando logiche tipicamente signorili, i nuovi protagonisti dell’Italia centrosettentrionale seppero infatti creare una commistione di interessi tra l’ambiente propriamente urbano e il contado, ampliando sempre più la propria egemonia fino ad inglobare altre comunità vicine e a stabilizzare un controllo territoriale di dimensioni regionali. Così, all’inizio del XV secolo, la presenza di casati nobili a capo di realtà cittadine divenne ormai relativamente stabile e assunse una fisionomia propria potendo ricorrere alla fitta rete di relazioni personali che intercorrevano tra i luoghi del potere e i palazzi signorili. Un modello simile ebbe evidentemente delle declinazioni particolari a seconda delle vicende delle singole realtà locali, finendo per caratterizzare un’intera epoca. Pur riannodando i fili in continuità con il proprio passato comunale, in alcuni casi si ottennero delle sfumature politiche differenti rispetto alla tradizione urbana italiana; il XIII e il XIV secolo furono infatti lo scenario nel quale mossero i primi passi due tra le più importanti mutazioni economico-sociali della storia: la crescita preponderante del potere bancario, localizzato in alcune città chiave dell’economia europea tardomedievale, e l’apertura degli umanisti a un nuovo modo di concepire l’uomo e le arti in chiave artistica e filosofica. Tutto ciò, assieme a un clientelismo sempre più evidente e de facto istituzionalizzato e formalizzato dal ceto dirigente, avrebbe posto i presupposti per la formulazione di nuovi assetti politici per i quali la presenza dei banchieri fu decisamente necessaria e funzionale al mantenimento degli equilibri.

Nel corso del Trecento Firenze, nonostante gravi battute d’arresto come nel caso della peste nera e degli scontri tra Popolo Grasso e Popolo Minuto, poggiando su solide basi aveva avuto modo di costruire in modo pressoché naturale un ampio contado; tra il 1385 e il 1406 riuscì inoltre a sottomettere gli importanti snodi commerciali di Arezzo, Pistoia e Pisa, candidandosi a guida egemone del territorio toscano in funzione prevalentemente difensiva nei riguardi del temuto espansionismo della Milano viscontea. A differenza però di Venezia, sua principale alleata e partner commerciale, e del suo governo repubblicano oligarchico, sulle rive dell’Arno il gioco del potere cominciò a profilarsi sempre più verso l’istituzionalizzazione di un verticismo poggiante sulla rete di rapporti personali e sul potere economico di una famiglia sempre più emergente: i Medici. L’illustre casato fiorentino era stato del resto il nido di una serie di personaggi inseriti tra le cariche governative più importanti della città sin dall’elezione di Ardingo come Priore delle Arti e Gonfaloniere di Giustizia nel 1291 e nel 1296. Nonostante il discreto potere fondiario nello strategico Mugello, la gens medicea non riscosse sempre un grande successo nella vita politica di Firenze, condizione accentuata dall’appoggio nei confronti dei Ciompi durante la rivolta popolare del 1378: tale condotta avrebbe così portato all’esilio ventennale di gran parte della famiglia nel 1400, escludendo solamente i rami di Bicci e di Vieri di Cambio. Fu così che, momentaneamente esclusi dall’agone pubblico, costoro decisero di incrementare l’importanza delle loro attività di cambio del loro banco arrivando in breve tempo a imporsi sulla scena locale ed europea: grazie alle loro filiali, infatti, i Medici riuscirono a mantenere o a costruire solide relazioni con gli stati vicini e con le principali città commerciali europee; nel 1395 fu fatto un importante passo in avanti, quando Giovanni di Bicci aprì le attività del banco anche a Roma, diventando in breve tempo il principale tra i banchieri del Papa e regolando le sue attività finanziarie grazie all’appoggio di un gruppo chiuso di amicizie affidabili. Divenuto l’uomo più facoltoso di Firenze, nel 1429 si spense lasciando definitivamente ai suoi figli Lorenzo e Cosimo la titolarità e le rendite del banco: quest’ultimo in particolare avrebbe mostrato ben presto le sue spiccate capacità, portando la ricchezza e la potenza dei Medici all’apice delle istituzioni cittadine.

Cosimo de' MediciNato nel 1389, Cosimo diede infatti nuova linfa a un’attività già ben avviata consolidando la presenza del banco in gran parte d’Europa grazie ad un ben oliato meccanismo di scambio e corrispondenza con i suoi fedelissimi dislocati in ogni parte della Cristianità; egli riuscì in tal modo a imporsi non solo all’interno del suo casato, ma anche nella vita politica cittadina, non esimendosi dall’utilizzare l’arma del denaro per arrivare a conquistare le più alte cariche pubbliche per i suoi amici. Inoltre, capì immediatamente la necessità di allearsi con le grandi famiglie fiorentine, riuscendo così a contrastare e a fermare la scalata al potere degli Albizzi. Il prestigio di Cosimo crebbe fino all’ottenimento di importanti incarichi diplomatici e militari, conducendo peraltro i suoi uomini nella guerra contro Lucca del 1429-1433. Ma il successo dei Medici non poté non trovare ostacoli e insidie: nel 1433, Rinaldo degli Albizzi e Palla Strozzi fecero in modo di far incarcerare Cosimo con l’accusa di voler instaurare una dittatura nella città accentrando tutti i poteri nelle sue mani; riuscendo però a corrompere i suoi carcerieri egli fuggì dalla città, vedendosi però piovere sulla testa la pena dell’esilio: trovato ricovero a Venezia presso una filiale del suo banco, in realtà, continuò a gestire le attività in una patria che, in sua assenza, si ritrovò sguarnita del prestigio internazionale fino ad allora accumulato. Il confino in terra straniera divenne così il suo principale successo politico: la crisi della traballante oligarchia repubblicana costrinse la Signoria fiorentina a formare una balìa totalmente nelle mani degli alleati cittadini dei Medici, la quale richiamò Cosimo da Venezia. Il suo ritorno in città fu un vero e proprio trionfo, venendo acclamato come signore de facto di Firenze. In realtà egli utilizzò anche in questo caso le sue amicizie elette nel neocostituito Consiglio dei Cento per poter governare senza essere apertamente esposto, mantenendo così una certa apparente imparzialità: eletto più volte negli uffici consiliari dei Dieci di balìa, degli Otto di guardia e degli Ufficiali del Monte, solo in un paio di occasioni ricoprì personalmente la carica prestigiosa di Gonfaloniere di Giustizia, potendo così partecipare come membro eminente della Signoria fiorentina al Concilio del 1439 in cui l’Imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca di Costantinopoli tentarono un riavvicinamento alla Roma papale. Il suo strapotere fu inoltre indorato dalla sfarzosa consacrazione della nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore da parte di Eugenio IV nel 1436, ormai dotata della immensa cupola di Brunelleschi, e dal sempre più marcato mecenatismo a vantaggio della prima stagione rinascimentale: Cosimo accompagnò sempre il suo talento finanziario e politico con l’amore per la letteratura e per le arti, contribuendo ad arricchire l’aspetto della Firenze tardomedievale con il proprio gusto raffinato, facendone il luogo di nascita della cultura moderna.

I Medici si imposero così come la principale tra i grandi casati della città grazie all’ottima politica praticata dal loro pater familias e riflessa peraltro anche nei rapporti con l’esterno: pur mantenendo la coalizione con Venezia in chiave antiviscontea e operando perché si arrivasse alla sconfitta militare di Milano ad Anghiari nel 1440, Cosimo si avvicinò molto al capitano di ventura Francesco Sforza, appoggiandone la scalata alla conquista del potere ambrosiano nel 1450. In questo modo, gli equilibri tra gli stati italiani mutarono sensibilmente, tanto da arrivare a un generale rovescio delle alleanze e alla rottura degli accordi con la Repubblica Serenissima: ma solo grazie alla mediazione dello stesso Cosimo, a seguito di un breve conflitto, nel 1454 venne firmata la Pace di Lodi con la quale si aprì un periodo di prospero consolidamento economico, politico e culturale per l’intera Penisola.

Pater PatriaeNei suoi ultimi anni, il capo dei Medici arrivò così a gestire un potere immenso con la sua influenza economica e politica su Firenze e con il prestigio accumulato nel tempo riconosciutogli dalle maggiori potenze italiane ed europee; tuttavia, malato di gotta, fu costretto a limitare sempre di più il suo intervento nella vita pubblica, ritirandosi nel nuovo palazzo di famiglia in Via Larga in compagnia degli umanisti e degli artisti che affollavano la sua corte. La tranquillità della vecchiaia venne però scossa dalla perdita dell’amato figlio Giovanni nel 1463: Cosimo si affrettò così a organizzare la successione del primogenito Piero come guida del casato e della stessa Firenze, riuscendo peraltro a conoscere e apprezzare il talento, l’intelligenza e la raffinatezza dei nipoti Lorenzo e Giuliano, futuri protagonisti del Rinascimento. L’anziano capofamiglia si spense il 1° agosto 1464 nella villa di Careggi, lasciando così un enorme vuoto nella scena politica fiorentina. La Signoria organizzò immediatamente un solenne funerale pubblico, che Piero rifiutò secondo le ultime volontà paterne; la celebrazione fu così compiuta in forma privata, ma la cittadinanza riuscì comunque ad omaggiare Cosimo apponendo sulla sua lastra tombale l’epiteto inequivocabile di Pater Patriae.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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