Ma cos’è questa flessibilità?

03/07/2014 di Federico Nascimben

Alcune riflessioni su un tema in cui le speculazioni hanno abbondantemente superato la realtà

Nelle ultime settimane, in prossimità del semestre di presidenza italiano del Consiglio dell’Unione Europea, si è fatto un gran parlare del concetto di flessibilità, con dichiarazioni al limite del verosimile, di stampo propagandistico che con la realtà dei fatti, e di ciò che si è discusso nel Consiglio europeo del 26-27 giugno, avevano poco a che fare.

Certamente, Renzi, ha bisogno di “alzare la voce” in Europa per questioni di politica interna e per non far ricadere su di sé il classico sospetto di essere “un burattino al servizio tedesco”, retroscena ad uso costante del vero teatrino nostrano. Ad ogni modo rimane da capire cosa si intenda realmente con l’accezione flessibilità nel rispetto dei “patti”, degli “impegni presi” e dei “trattati”, concetto che Renzi ha ribadito nel suo discorso di ieri al Parlamento europeo, in cui infatti non ha dichiarato di voler sforare i parametri e non ha neppure messo in discussione criteri e meccanismi del c.d. “rigore” europeo – anche perché l’ex sindaco è ben conscio dell’immagine che in generale hanno dell’Italia a Bruxelles e non solo -, ma poi nella risposta al capogruppo del PPE, il tedesco Weber, ha ricordato che la Germania sforò quei parametri nel 2003, contraddicendo più o meno indirettamente a quanto detto in precedenza.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Vediamo quindi cosa è possibile intendere attraverso l’utilizzo del termine “flessibilità“, frutto di continue speculazioni da parte di politica e media. Andiamo con ordine, dato che anche lo stesso Renzi ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie sul tema: ad esempio, è passato dalcon riforme strutturali il 3% si può sfondare” al ““norma antiquata, ma la rispettiamo e non la cambieremo in modo unilaterale“, per poi arrivare ad una versione che per l’appunto ruota attorno al concetto di flessibilità.

A dispetto di quanto  fatto passare dai media, risulta interessante l’intervista di Fabrizio Forquet sul Sole24Ore al Ministro Padoan, in merito alla riunione del Consiglio europeo del 26-27 giugno:

Ministro Padoan, sull’ultimo vertice europeo si sono dette e scritte molte sciocchezze. Proviamo a mettere un punto fermo: si è parlato di una possibile flessibilità per l’Italia sui vincoli di bilancio?
«Nell’agenda non c’era una discussione sull’Italia. Non avevano motivo di chiederlo i partner europei, e dal nostro punto di vista quel vertice rappresentava il luogo e il momento in cui andare a fare proposte utili per tutta l’Unione. Forti dei nostri conti e delle riforme strutturali avviate e programmate non andiamo con il cappello in mano a chiedere favori o deroghe individuali»

Infatti, nelle conclusioni di quel Consiglio europeo, sul tema, l’utilizzo della parola “flessibilità” compare due volte:

1- Pag. 7: “Occorre prestare particolare attenzione a riforme strutturali che potenzino la crescita e migliorino la sostenibilità di bilancio, anche attraverso un’adeguata valutazione delle misure di bilancio e delle riforme strutturali, sfruttando al meglio, nel contempo, la flessibilità insita nelle norme esistenti del patto di stabilità e crescita”;

2- Pag. 15: “Per questo l’Unione ha bisogno di compiere passi coraggiosi per favorire la crescita, aumentare gli investimenti, creare maggiori e migliori posti di lavoro e incoraggiare le riforme per la competitività. Questo richiede anche di sfruttare al meglio la flessibilità insita nelle norme esistenti del patto di stabilità e crescita”.

Andando per esclusione, quindi, il concetto di flessibilità nel rispetto dei parametri – così come declinato da Renzi in ultima istanza – sembra riferirsi al rinvio del pareggio strutturale di bilancio; rinvio (dal 2015 al 2016) appena concesso da Commissione e Consiglio, a seguito delle recenti raccomandazioni inviate all’Italia, anche se vengono riconfermati quegli squilibri macroeconomici eccessivi e vengono sottilizzati tutta una serie di aspetti problematici interni al nostro sistema Paese. Tra l’altro, il rinvio di un anno è stato di fatto l’unico vero successo che il Governo Renzi ha potuto decantare in sede europea, per ora, ma questo è avvenuto – a quanto è stato possibile apprendere – solamente all’ultimo momento, grazie ad un’opera di mediazione piuttosto complessa, e che ora sembra addirittura venire rimessa in discussione.

Inoltre, occorre purtroppo aggiungere altri tre fattori che complicano il tutto:

1- Le previsioni di crescita del Governo, contenute nel DEF, pari allo 0,8% per il 2014 e 1,3% per il 2015 che, seppur meno ottimistiche rispetto a quelle del Governo Letta (rispettivamente, 1,1% e 2%), risultano eccessive rispetto allo 0,2% per il 2014 che si aspetta Confindustria e alla crescita per il secondo semestre prevista dall’Istat, compresa tra lo -0,1% e il +0,3%. Dello stesso parere sembrano essere, tra l’altro, anche i principali istituti internazionali. Come al solito, quindi, previsioni eccessivamente ottimistiche che vengono tradizionalmente riviste al ribasso, e non fanno altro che prolungare la stagione di bassa crescita ed alto debito (ormai oltre il 130%) che stiamo vivendo, e che quindi certamente porterà con sé, con il protrarsi della stagnazione della domanda interna, tutte quelle conseguenze tipiche (minori entrate, minori investimenti, minori consumi, maggiore incertezza ecc.).

2- Finora, delle tante promesse, nulla si è trasformato in riforme strutturali: i famosi 80 euro al momento sono un bonus per il solo 2014, finanziato in maggioranza attraversomisure una tantum, di natura incerta e soprattutto dal lato delle maggiori entrate; il dl Poletti, non fa altro che liberalizzare ulteriormente i contratti a termine per gli outsider; il dl sulla PA contiene solo misure marginali, ben lontane da quella rivoluzione annunciata; del pagamento dei debiti della PA non si riesce a capire ancora quando e quanto verrà pagato; la delega fiscale è bloccata in Commissione; legge elettorale, riforma del Senato e del Titolo V ad ora sono ancora oggetto di discussione (ma qui, oggettivamente, era difficile ottenere di più nel breve periodo). Per il resto si continua a rimandare attraverso future deleghe al Governo (come nel caso del JobsAct e della PA) oppure attraverso consultazioni pubbliche visto che manca una posizione univoca in seno all’esecutivo (come nel caso della Giustizia), mentre si continua troppo spesso a lasciare i contribuenti nella più totale incertezza (come nel caso della TASI) e la pressione fiscale continua ad aumentare. Di certo, risulta difficile accontentarsi del taglio del 10% dell’IRAP e delle bollette per le imprese.

3- Del Piano Cottarelli per razionalizzare e tagliare l’ingente spesa pubblica italiana non si vedono i risultati. Nel DEF, infatti, si legge che “sono previsti risparmi fin dall’anno in corso per circa 6,0 e fino a 17 e 32 miliardi di euro rispettivamente per il 2015 e 2016 in termini cumulati”, ma – visto quanto finora fatto nel dl irpef – nell’anno in corso sembra difficile che si arrivi a quella cifra, e i risultati per il 2015 e il 2016 appaiono difficilmente raggiungibili.

Tutto questo per dire che, al netto di dichiarazioni propagandistiche, risulta difficile capire quali riforme strutturali l’Italia abbia finora portato avanti (i famosi “compiti a casa”): sicuramente stiamo cercando di andare avanti, seppur tra mille difficoltà, dal lato delle fondamentali riforme istituzionali, ma dal lato economico non è stato fatto nulla di sostanziale. Certamente, alcuni Paesi, fra cui Spagna e Francia, hanno beneficiato di tempi di rientro da deficit eccessivi molto più lunghi dei nostri, ma nel primo caso è dubbio se questo sia servito a tornare realmente a stimolare la domanda interna e a crescere; mentre nel secondo vi è un esecutivo debolissimo che non ha portato avanti alcuna riforma strutturale e presto correrà il rischio di diventare la prossima Italia.

Per provare a rispondere alla domanda presente nel titolo, la soluzione di politica economica europea che sembra più probabile nel caso italiano – visti soprattutto i lunghi tempi richiesti da modifiche dei trattati europei e la composizione della nuova Commissione che va insediandosi – dovrebbe essere quella dei c.d. “contractual agreement” (CA), visto il crescente rischio di avvitamento del debito pubblico in un contesto di bassa crescita e bassa inflazione (o meglio, disinflazione tendente alla deflazione). Per CA, si intende un accordo bilaterale in cuisi ottiene più tempo per il riequilibrio a fronte di interventi “veri” su mercato del lavoro, pubblica amministrazione e quant’altro”. Tale tipologia è stata ventilata dalla Cancelliera Merkel in alcune occasioni, e l’Italia – se continua a proseguire nel cammino intrapreso – rischia fortemente di essere il primo test ufficiale, dato anche che questa opzione lascerebbe al nostro Paese qualche margine di manovra in più rispetto all’intervento della famigerata Troika, e si adatterebbe maggiormente alle caratteristiche italiane (riconducibili alla categoria dei “too big to fail”).

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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