Cos’è il quantitative easing?

17/04/2014 di Giovanni Caccavello

Nel corso di queste ultime settimane “quantitative easing” è divenuta una delle formule più utilizzate: politici, giornalisti, economisti, investitori. Tutti sembrano, a parole, essere diventanti i nuovi banchieri centrali dell’Euro-Zona.

Quantitative Easing

L’era del QE – La crisi dei mutui sub-prime, scoppiata negli Stati Uniti tra il 2006 ed il 2007, che portò alla conseguente crisi finanziaria del 2008-2009, ha ufficialmente aperto una nuova era economica: l’era del Quantitative Easing. Fino alla “Grande Crisi” di sei anni fa, quasi nessuno, a parte gli economista monetari e gli addetti ai lavori, era a conoscenza dell’alleggerimento quantitativo (traduzione italiana di Quantitative Easing). Nessuna Banca Centrale, con l’eccezione della Bank of Japan, ne aveva mai fatto uso. A partire dagli anni ’80 gli istituti centrali incominciarono ad utilizzare in modo sempre più decisivo le politiche monetarie. I loro strumenti principali rimasero però due: la base monetaria ed il tasso di interesse.

La prima volta – La Banca Centrale del Giappone adottò delle politiche monetarie non convenzionali per la prima volta nel Marzo 2001. Dopo quasi otto anni di stagdeflazione, termine economico per indicare una situazione di bassa crescita economica e di deflazione (inflazione negativa – decrescita mensile dei prezzi), l’istituto centrale di Tokio “iniettò” moneta nell’economia del Sol Levante con la speranza che nel corso degli anni successivi il paese sarebbe riuscito a sconfiggere un male che sembrava essere diventato cronico. La Banca Centrale del Giappone incominciò ad acquistare titoli di stato, anche titoli meno sicuri, pur di “stampare moneta”. Le banche commerciali ottennero così moneta fresca che fu poi utilizzate per promuovere il prestito ai privati. Il tentativo riuscì solo in parte poiché l’economia Giapponese riuscì, da un lato, ad avere una crescita più forte da un lato ma, dall’altro, non riuscì ad uscire dalla deflazione.

Ad oggi, il Giappone, sotto la guida del duo Shinzo Abe e Haruhiko Kuroda sta portando avanti un programma simile a quello lanciato nel 2001 con lo stesso obiettivo: “combattere la deflazione”. A questo programma si aggiunge poi un’altra sorta di politica monetaria poco convenzionale, la cosìddetta “Forward Guidance”, cioè la decisione di raggiungere gli obiettivi macroeconomici solo dopo aver prefissato dei livelli di lungo termine. Ad oggi uno degli obiettivi dichiarati di tutte le Banche Centrali più importanti è quello di puntare ad un livello di inflazione del 2% nel lungo periodo.

Quantitative EasingCosì fan tutti – A partire dal Novembre 2008, la Federal Reserve Americana, sotto la guida di Ben Bernanke, decise di promuovere politiche monetarie non convenzionali per combattere la gravissima crisi finanziaria che aveva portato solo due mesi prima al fallimento di Lehman Brothers, una delle banche d’investimento più importanti degli Stati Uniti. Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2014 la FED mise sul piatto trilioni di miliardi di dollari per riportare la calma e la fiducia negli investitori. Dopo due piani di acquisto di titoli denominati QE1 e QE2, nel Settembre 2012 Ben Bernanke annunciò di voler iniettare nell’economia circa 40 miliardi di dollari al mese con un operazione monetaria di potenziale infinita durata. Dal Dicembre 2012 i miliardi passarono da 40 a 85 e l’economia globale ringraziò. Tra il Marzo 2009 ed il Luglio 2012 la Bank of England ha “stampato moneta” per una cifra pari a 375 miliardi di Sterline (oltre 450 miliardi di Euro). Anche in questi caso l’obiettivo di “Forward Guidance” dichiarato era di un’inflazione pari al 2%.

La BCE – Anche all’interno dell’Euro-Tower di Francoforte sembra incominciare a circolare in maniera sempre più insistente l’idea di lanciare un programma di Alleggerimento Quantitativo. Dopo le ultime parole di Jens Wiedmann, attuale governatore della BundesBank, che hanno lasciato intendere la possibilità di ricorrere ad operazioni monetarie non convenzionali per combattere lo spettro della deflazione, il Comitato Esecutivo della BCE sta ragionando seriamente sul da farsi visti i dati sempre più deboli del tasso di inflazione (0,5% in media nell’Euro-Zona, ben lontana dall’obiettivo di lungo periodo del 2%).

Come accennato in un nostro precedente articolo (qui il link) le opzioni di scelta per la Banca Centrale Europea sono diverse ma la decisione di utilizzare il Quantitative Easing potrebbe rivelarsi la migliore. L’idea circolata di un acquisto di titoli pari a circa 80 miliardi di Euro al mese per un anno è interessante da valutare. Viste le diverse esigenze dei paesi europei secondo noi la soluzione migliore dovrebbe essere l’acquisto sia di titoli di stato (dei paesi più periferici) che l’acquisto di titoli privati (dei paesi nordici).

Possibili risultati per la BCE – Queste politiche monetarie non convenzionali dovrebbero aumentare sia la base monetaria che l’offerta di moneta, mentre allo stesso tempo si dovrebbe abbassare il rendimento dei tassi di interessi dei titoli di stato e privati dei paesi membri dell’Euro-Zona. Questo potrebbe, visti i precedenti attuali (soprattutto quelli dalla Bank of England) rafforzare l’economia della Zona-Euro nel suo insieme e stimolare l’inflazione. Al tempo stesso, se la Banca Centrale Europea attuerà nel corso dei prossimi mesi delle politiche non convenzionali, l’euro dovrebbe deprezzarsi nei confronti del Dollaro e di tutte le altre principali valute mondiali (in particolare Sterlina e Yen) andando così ad aumentare la competitività degli Stati Membri nel breve-medio periodo.

Conclusioni – Il Quatitative Easing risulta essere quindi la nuova frontiera raggiunta dalle Banche Centrali. Pur esaltandone i potenziali effetti positivi, alcuni economisti come John Taylor, professore di economia monetaria presso la Stanford University, ne individuano anche i potenziali rischi. Tra questi, che riportiamo solamente, i rischi principali sembrerebbero essere un effetto negativo sulle condizioni di sotto-finanziamento dei fondi pensioni, un effetto positivo sulla creazione di nuove bolle immobiliari (nel Regno Unito i prezzi delle case sono tornati a correre troppo in fretta), un effetto negativo sui paesi in via di sviluppo (come si è potuto vedere dopo il primo “Tapering” da parte del nuovo governatore della FED Janet Yellen) ed un effetto negativo sulla distribuzione di ricchezza (un divario sempre maggiore tra ricchi e poveri).

Pur considerando le politiche monetarie espansive troppo frequenti, parte del problema della crisi finanziaria del 2008-2009 rimane il fatto che al momento, in un periodo di sostanziale indecisione economica, nonostante gli importanti passi per stabilizzare le variabili macroeconomiche dei paesi “occidentali”, il QE sembra essere l’operazione più apprezzata dagli investitori e dal mercato.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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