Cosa motiva i terroristi?

08/09/2015 di Stefano Sarsale

Una delle risposte a lungo prevalenti è che essi fossero ‘guidati’ o ‘spinti’ a farlo e che la guida e/o l’agente decisivo fossero quasi patologici, una visione che è andata modificandosi a fondo negli ultimi vent'anni, anche a seguito dei lavori di Bandura e Holmes

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Alla domanda “cosa motiva i terroristi”, esistono almeno tante risposte quanti sono i gruppi terroristici al mondo. Tutti, dagli ecclesiastici fino ai ragazzi che sentono le notizie di attentati nei telegiornali, hanno una chiarissima opinione in materia, tanto da far pensare che il mondo interiore di un terrorista sia di ovvia comprensione. Il problema è che questa fiducia è generalmente malriposta, soprattutto se confrontata con quanto poco chiara sia la questione in ambito accademico. È evidente quanto sia difficile accedere ai desideri soggettivi degli individui, a quelle emozioni interne che danno forma al mondo esterno di ognuno di noi.

In ogni caso, una delle risposte a lungo prevalenti riguardo il motivo per cui i terroristi compiono determinati atti è che essi siano ‘guidati’ o ‘spinti’ a farlo e che la guida e/o l’agente decisivo siano patologici. Questa risposta è evoluta negli ultimi anni, in linea con i progressi della conoscenza e della sensibilità morale. Negli studi di terrorismo della fine degli anni ‘60, non era raro per gli studiosi concepire la patologia come anomalia psicologica o afflizione radicata dentro l’individuo.

Dal 1980, questa teoria venne confutata e il consenso accademico è ora riposto nel fatto che le radici del terrorismo non si trovino nel singolo individuo, bensì nelle circostanze più ampie in cui i terroristi vivono e agiscono.  Ciò evidenzia un più ampio consenso nel campo delle scienze sociali sulla variabile violenza, essendo cioè ‘socialmente determinato ‘. In altre parole un prodotto di forze storiche, economiche, e culturali più profonde, che vanno ben al di là della dimensione del singolo .

Questo concetto è sintetizzato egregiamente dal noto psicologo sociale Albert Bandura. Basandosi su studi sulla violenza, presi in prestito da diverse discipline delle scienze umane, lo studioso giunse alla conclusione che ad essere necessarie, per commettere atti atroci, siano condizioni sociali favorevoli, piuttosto che persone mostruose e ‘deviate’.  Una volta che tali condizioni sussistono, infatti, la gente comune può essere portata a fare cose straordinariamente crudeli. Gli scienziati sociali hanno sempre sottolineato l’importanza del ruolo delle condizioni sociali dianzi menzionate, ma pochi metterebbero in dubbio il punto essenziale che la violenza sia radicata soprattutto nelle strutture storiche o nelle relazioni sociali piuttosto che negli individui – tantomeno nella loro mentalità ‘patologica’.

Questo consenso si riflette anche in molti commenti provenienti dall’ala di studio tendente a sinistra sul terrorismo, in particolare riguardo alla variante jihadista. Un esempio in tal senso è come le radici del terrorismo jihadista non siano da rintracciare nell’islam, bensì nella miriade di crimini storici e di ingiustizie – spesso protratte da ingerenze occidentali – e dall’imperialismo statunitense nel post 9/11, specialmente a seguito dell’invasione dell’Iraq, in particolare. In quest’ottica, la violenza jihadista diventa una reazione “inevitabile” alimentata dalla rabbia e dalla sete di vendetta e riscatto. Questo spiega anche il motivo per cui i mussulmani jihadisti occidentali, rifiutando le norme della società civile e gli ideali proclamati dai Paesi nei quali vivono, si sentono alienati, esclusi e umiliati dal modo in cui i mussulmani di tutto il mondo vengono trattati.

Il consenso accademico sulla violenza ha molto da offrire dal momento che tende ad umanizzare coloro che commettono violenza insistendo sulla loro ordinarietà e contestualizzando le loro azioni. In poche parole queste teorie obbligano le persone a riflettere sulle proprie eventuali carenze e vulnerabilità e su come, in circostanze diverse, anche loro potrebbero essere portate commettere atti violenti. Questo argomento calza perfettamente con un recente rapporto stilato per la House of Commons britannica, il quale sottolinea come essi si sentono alienati e sentano di non appartenere ad un mondo secolare che spesso prende in giro e sfida la loro religione e la loro identità come musulmani.

Ma allora è vero che i terroristi hanno un motivo per commettere atrocità? È stato evidenzia come una serie di ragioni di base ci siano, ma come il Prof. Stephen Holmes sottolineò, ‘le motivazioni private non sempre possono essere raccolte da giustificazioni pubbliche’. In parole povere, in alcuni casi le persone compiono determinate azioni per i motivi che professano, ma in altri no, dal momento che le ragioni sono troppo oscure, vergognose o bizzarre per essere dichiarate pubblicamente. A volte le persone fanno cose che sono così moralmente controverse che, quando chiamate in causa, tendono a scusare o giustificare le loro azioni, piuttosto che spiegarle. I terroristi rientrano senz’altro in questa categoria.

A volte le persone fanno quello che fanno, senza avere la minima idea del perché.  Il famoso studioso di terrorismo John Horgan, è giunto ad una conclusione simile affermando come le interviste più preziose che egli sia riuscito a fare con ex terroristi, siano state quelle in cui gli intervistati hanno ammesso, a precisa domanda sul perché: “ad essere onesto, non lo so”.

Quello che emerge chiaramente è che ‘la motivazione’ è una questione molto complessa. Spiegare il motivo per cui ciascuno di noi fa un qualcosa è una matassa complicata da sbrogliare, senza considerare quanto, spesso, alcune azioni siano motivate da una molteplicità di ragioni, e anche se queste possono essere identificate in modo affidabile, è sovente difficile distinguerle tra di loro e calcolarne il rispettivo peso causale.

Come suggerisce Horgan, una domanda molto più gestibile e utile da chiedere sul terrorismo non è il ‘perché’, ma il ‘come’, il ‘quando’ e il ‘dove’. Come ha fatto questa persona a entrare a far parte di questa specifica organizzazione terroristica? Quali sono stati i contatti che hanno contribuito a facilitarne l’atto di adesione? Dove e come ha avuto accesso a queste reti?

Dato che queste domande riguardano le circostanze del terrorismo e non il mondo interiore dei terroristi, esse non sono solo intellettualmente più trattabili per gli studiosi, ma anche maggiormente rilevanti per che deve prevenire o fermare il reclutamento dei terroristi. Gli agenti delle forze di polizia del mondo non hanno modi di incidere sul movente, ma con la giusta intelligence possono essere posti in condizione – se non di fermare – perlomeno di ostacolare il processo di reclutamento. Il lavoro di Marc Sageman sui terroristi jihadisti occidentali ‘senza leader’ (cfr. ‘Leaderless jihad’), evidenzia l’importanza di un simile approccio. Anche se Sageman ha alcune cose interessanti da dire sul ‘perché’, la vera forza della sua ricerca risiede nella dimostrazione del quanto decisive siano le reti sociali e di parentela, durante la fase di radicalizzazione.

Con questo non si intende in alcun modo affermare che la domanda sul ‘perché’ vada del tutto abbandonata, al contrario spingere coloro che questa domanda la pongono a considerarne la vasta portata e soprattutto che, specialmente nel caso di azioni orribili come un attentato terroristico, le ragioni di chi ha compiuto quel gesto rimarranno per sempre opache e mal definite. Non solo per chi queste azioni le osserva, ma anche e soprattutto per coloro che queste azioni le hanno compiute e dovranno convivere con le conseguenze.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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