Cosa è successo in Vietnam dopo la guerra?

04/07/2015 di Marco Cillario

Della guerra del Vietnam si è parlato, scritto, cantato tanto. Un po’ meno si sa di quello che è accaduto nel Paese dopo la sua fine.

Repubblica Socialista Vietnam

Il 30 aprile 2015 Ho Chi-Minh City, già Saigon, era in festa: una imponente parata militare celebrava il quarantesimo anniversario della presa della città, una volta capitale del Vietnam del Sud, da parte delle forze nordvietnamite, la fine della guerra, la riunificazione del Paese. Pochi giorni fa, il 2 luglio, la Repubblica Socialista vietnamita ha compiuto 39 anni. Cosa è accaduto durante quattro decadi di regime comunista? Cosa succede oggi?

La fine di un lungo conflitto – L’istante in cui, alle 12 del 30 aprile 1975, la bandiera del Fronte di Liberazione Nazionale, o Vietcong, fu issata sul tetto dell’Indipendence Palace di Saigon, segnò per il Vietnam la fine di un conflitto che è molto più lungo di quello che conosciamo come “guerra del Vietnam”: chi all’epoca aveva 35 anni non aveva trascorso praticamente neppure un giorno della propria vita senza il sottofondo degli spari e delle bombe, senza lo scenario degli aerei militari nel cielo e dei militari per le strade. La Lega per l’Indipendenza (Vietminh) guidata da Ho Chi-Minh aveva combattuto già durante la Seconda Guerra Mondiale contro il dominio della Repubblica francese filonazista di Vichy. Gli scontri per l’indipendenza dell’Indocina dalla Francia (che la occupava dal 1858) erano proseguiti dopo la fine del conflitto mondiale, fino agli accordi di Ginevra del 1954, che sancivano la nascita del Vietnam del Nord socialista guidato da Ho Chi-Minh, con capitale Hanoi, e del Vietnam del Sud filo-occidentale, con capitale Saigon. Contro il regime meridionale si era a quel punto scatenata la guerriglia dei Vietcong per l’unificazione del Paese, armati da Hanoi e sostenuti da Cina e Russia; gli Stati Uniti, preoccupati dalla possibile estensione del blocco orientale a Sud, avevano proceduto a un impegno militare sempre più forte nella zona: era la guerra del Vietnam propriamente detta. Incapaci di far fronte alla guerriglia e screditati dalle proteste in tutto il mondo, gli USA avevano firmato un armistizio a Parigi nel ’73 e lasciavato definitivamente il Paese l’anno successivo. La strada dei Vietcong verso Saigon era spianata. La città veniva ribattezzata con il nome del leader del Nord, morto durante la guerra. Di Vietnam, da allora, ne sarebbe esistito uno solo.

Il regime comunista – Il 2 luglio 1976 nasceva la Repubblica Socialista del Vietnam, retta da un regime a partito unico. Il nuovo governo si trovava a guidare un Paese distrutto: più di tre decenni di guerra ininterrotta, oltre 3 milioni di morti solo negli ultimi 10 anni, città bombardate, campagne devastate dalle armi chimiche. Un Paese che usciva da una guerra civile: insieme agli americani avevano combattuto centinaia di migliaia di sudvietnamiti. Un Paese riunificato politicamente ma ancora diviso culturalmente ed economicamente. A fare le spese di questa situazione fu prima di tutto la popolazione meridionale: gli ufficiale dell’esercito sconfitto furono spediti nei “campi di rieducazione”, costretti a lavori forzati e sedute di indottrinamento; molti altri, soprattutto mercanti espropriati dei propri averi in nome del collettivismo, furono costretti ad abbandonare il Paese. L’esodo durò per l’intero decennio successivo all’unificazione e coinvolse centinaia di migliaia di persone. Malgrado uno sviluppo economico praticamente nullo e una popolazione ridotta alla fame, Hanoi perseguì negli anni successivi il progetto di portare l’intera Indocina sotto il proprio controllo: si inseriva in questo progetto l’invasione della Cambogia, avviata nel 1978, che portò a un conflitto che sarebbe durato fino al  1991 (la guerra cambogiano-vietnamita); per ritorsione, la Cina alleata dei Khmer rossi cambogiani attaccò il Vietnam nel ’79, piegandone ulteriormente l’economia prima di ritirarsi. La penisola indocinese era diventata il teatro di un clamoroso e terrificante scontro interno alle forze comuniste, che si sarebbe risolto solo con gli accordi di pace del ’91, seguiti al rientro delle truppe vietnamite.

La svolta verso l’economia di mercato – Il volto del Vietnam è cambiato totalmente a partire dal 1986, con l’attuazione del cosiddetto Doi Moi, “rinnovamento”. In seguito all’acutizzarsi della crisi, il Congresso del Partito ha deciso di modificare l’assetto economico del Paese, passando dalla collettivizzazione a una “economia di mercato orientata in senso socialista”: di fatto, nel giro di pochi anni si è portato a compimento un processo di privatizzazioni alla fine del quale il Paese restava socialista solo di nome. A parte le bandiere con falce e martello, Ho Chi-Minh City appare oggi come una città in pieno stile occidentale, con filiali di diverse multinazionali e giovani che cercano di inserirsi nel mercato globale, dedicando molta più attenzione all’economia che alla politica o alla storia. In questo contesto, il Sud si è preso la sua “rivincita”: le città meridionali si stanno sviluppando molto più in fretta di quelle settentrionali, Hanoi inclusa, dove dominano ancora i rapporti corporativi. Nel complesso, comunque, il Vietnam rientra a pieno titolo tra i Paesi di cui, fino a qualche tempo fa, si parlava come “tigri asiatiche”.

La guerra civile vietnamita: una ferita ancora aperta – Se economicamente è cambiato molto, politicamente non è stato fatto praticamente alcun progresso: persa la spinta egualitaria, il regime a partito unico è rimasto tale. Il Vietnam è il sesto Paese al mondo per rigidità della censura, più in alto di Cina e Iran. In questo contesto, le ferite della guerra tra Nord e Sud non sono ancora state sanate. Proprio il rigido controllo sui media ha infatti impedito una vera discussione e un aperto confronto sull’eredità della guerra: il governo ha continuato a rappresentare il conflitto solo come un processo di liberazione dall’oppressore straniero; i civili e soprattutto i veterani di Saigon sono rimasti soli con le loro ferite e la loro prospettiva sulla guerra, di cui è vietato fare menzione. La stampa del libro del giornalista vietnamita Huy Duc, The winning side, dedicato a questi temi, è stata vietata dal regime. Insomma, l’unificazione del Vietnam, attuata politicamente nel ’75 ed economicamente nel decennio seguente, a quarant’anni di distanza non è ancora compiuta psicologicamente. Almeno per chi, il 30 aprile di quarant’anni fa, si trovava dalla parte “sbagliata” della barricata.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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