Cosa nostra americana: declino o stallo?

11/10/2013 di Luca Tritto

Dopo arresti e processi, la malavita italo-americana sembra indebolita, ma forse è presto per dichiararla morta

Lucky Luciano, cosa nostra americana

Era il 9 Gennaio del 2003, una nuova alba. Gli agenti del Federal Bureau of Investigation, membri della divisione antimafia, misero le manette ai polsi a colui che veniva ritenuto l’ultimo grande Padrino di New York: Joseph “Big Joey” Massino, boss della Famiglia Bonanno. A detta degli investigatori, la sua cattura e la successiva condanna potevano rappresentare l’epilogo di una saga iniziata quasi cento anni prima, con l’arrivo degli italiani in America. La Storia di Cosa Nostra Americana. A distanza di dieci anni, molti la ritengono la brutta copia di ciò che era, anche se alcuni inquietanti avvenimenti, sembrano smentire questa ipotesi. Allora, qual è la vera situazione delle Five Families di New York, i Gambino, i Genovese, i Lucchese, i Bonanno, i Colombo e gli altri clan americani?

Joseph Massino, mafia americana
Joseph “Big Joe” Massino

Ieri… – Nell’immaginario collettivo, la comunità mafiosa italo-americana ha le sembianze di Marlon Brando, alias Vito Corleone, e la sua famiglia. Una vita di criminalità, ma con un grande senso di appartenenza e di onore. Nulla di tutto ciò. Lo stereotipo mafioso è un’altra cosa. Le attuali Cinque Famiglie, come i grandi gruppi delle altre città americane, nascono nel 1931 dall’idea di Charlie Lucky Luciano, al secolo Salvatore Lucania, un siciliano immigrato negli States. Durante la Guerra Castellammarese, combattuta tra Joe “the Boss” Masseria e Salvatore Maranzano, per il controllo del traffico di alcool nel periodo del Proibizionismo, Lucky tradì prima il suo capo, Masseria, per poi eliminare Maranzano, istituendo così il nuovo assetto della Mafia Americana. Poche e semplici furono le regole: omertà, divisione in cinque grandi gruppi con  gerarchie ben definite, nessun rapporto di sudditanza con la Mafia siciliana. La vera svolta fu l’allargamento degli interessi. Dunque, non più solo contrabbando di alcolici, ma sfruttamento del gioco d’azzardo, usura, estorsioni, intromissione negli appalti pubblici e nei sindacati, grazie anche a personaggi come James Hoffa, il leader degli autotrasportatori, sparito nel nulla dopo la sua incriminazione ad opera di Robert Kennedy. E la droga? La paura per le lunghe pene detentive per reati in materia di stupefacenti, spinse i Padrini ad emanare un editto di morte contro chi vi avesse trafficato. Non di certo per senso dell’onore, bensì per paura che qualcuno potesse iniziare a collaborare, dato che le strutture gerarchiche avevano il compito di proteggere il capo della Famiglia da incriminazioni e attacchi da parte della Legge. Ed ecco rispuntare i cugini siciliani: nel 1956, al Grand Hotel et des Palmes di Palermo, il gotha della Mafia mondiale si diede appuntamento per dar vita ad uno dei traffici più prolifici della storia, l’importazione di eroina in America. Raffinata in Sicilia, la droga veniva poi inviata oltreoceano tramite corrieri isolani, sconosciuti alle forze dell’ordine americane. Servirebbero libri interi per raccontare questo mondo, tuttavia mi limiterò a brevi cenni, per capire la situazione attuale.

Le risposte dello Stato – Nel 1936, si registra la prima azione efficace del Governo Federale: la condanna di Luciano. Lungi dall’interpretare correttamente il fenomeno, il Procuratore Dewey riuscì ad incastrare il giovane Don, salvo poi graziarlo dopo la Guerra per dei mai precisati rapporti con i Servizi della Marina. Tuttavia, solo negli anni 60 il primo pentito ufficiale svelò l’organigramma e l’esistenza della struttura mafiosa. Si chiamava Joe Valachi, un tirapiedi di basso livello della Famiglia Genovese. Davanti le commissioni senatoriali, ruppe il giuramento di omertà e vuotò il sacco. Nonostante ciò, ci vollero altri dieci anni affinchè uno sconosciuto professore di diritto penale ed ex assistente di Bob Kennedy, Robert Blakey, ideasse un pacchetto normativo in grado di smantellare l’intera gerarchia delle Famiglie. Il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, o semplicemente RICO, poneva il concetto di responsabilità oggettiva, e quindi chiunque favorisse l’impresa mafiosa era esposto a pene draconiane fino a 100 anni di reclusione. Purtroppo, le autorità giudiziarie non ebbero il coraggio di sfruttare questa nuova arma. Nel 1981, quando ancora la Mafia era al culmine della propria potenza, avvenne un fatto sensazionale: l’agente federale Joseph D. Pistone, sotto lo pseudonimo di Donnie Brasco, si rivelò al mondo dopo 6 lunghi anni passati sotto copertura da infiltrato nella Famiglia Bonanno. Le conseguenze furono disastrose: più di 200 uomini d’onore furono condannati e i Bonanno estromessi dalla Commissione, l’organo supremo della Mafia ideato da Luciano per riunire i padrini delle Famiglie e decidere le linee comuni. Nel 1986 fu inferto un colpo tremendo, quando il Governo condannò, in base alla RICO, i capi delle 5 Famiglie di New York nel famoso Commission Trial . La Mafia si trovò scoperta. Le conseguenze durarono per anni, a seguito delle lotte di potere scoppiate per il comando e la fuoriuscita di numerosi affiliati per paura di essere uccisi. Le collaborazioni con le autorità italiane, specialmente con il pool di Falcone e Borsellino, misero in luce i rapporti tra le cosche a cavallo dell’Atlantico nel traffico di droga. Storie che si intrecciano, legami indissolubili mostrati alla luce del sole. Pizza Connection e Iron Tower sono operazioni simbolo.

…e oggi – Dopo l’arresto di John Gotti, padrino dei Gambino, nel 1992, le cose sembrano essere andate in discesa per le forze dell’ordine. La progressiva scomparsa dei quartieri “etnici” abitati da italiani, l’aumento delle possibilità di lavoro, la repressione dello Stato, hanno influito parecchio sulle riserve di manovalanza di giovani delinquenti. Non sono più i tempi di Quei bravi ragazzi, i dritti. Del resto, anche Gotti se ne lamentava.

Dopo l’11.09.2001 – Gli attentati dell’11 settembre hanno tuttavia modificato le strategie degli inquirenti. Numerosi agenti, comprese le squadre assegnate alle singole Famiglie, sono stati convertiti alla lotta al terrorismo, distogliendo l’attenzione dalle bande italiane, considerate moribonde dopo la campagna a cavallo degli anni 80 e 90. Invece, proprio questa mancanza ha permesso alla Famiglia Bonanno, considerata la più debole dopo il caso Brasco, di risorgere grazie a Massino, il quale la rese più potente delle altre consorterie. Il suo arresto, e quello della catena di comando, ha di nuovo ridotto le potenzialità del clan. E gli altri gruppi?

I Colombo hanno il proprio boss, Carmine Persico, rinchiuso all’ergastolo. Eppure questi seguita a comandare e a dettare le strategie. I Lucchese, dopo il bagno di sangue causato da Anthony “Gaspipe” Casso, sembra abbiano ritrovato la leadership grazie a Steven Crea, un capodecina accusato di aver estorto denaro alle ditte impegnate nella rimozione dei detriti del World Trade Center. Il boss ufficiale resta Vittorio Amuso, anche se condannato a vita. I Bonanno sembrano senza guida, dopo che il boss Salvatore Montagna è rimasto ucciso nella guerra di potere con gli alleati di Montreal, come già avevamo raccontato. I Genovese, dopo l’arresto di Vincent “Chin” Gigante, il padrino che si fingeva matto, mantengono una posizione forte, grazie all’alto numero di affiliati e il giro d’affari stratosferico che permette di incamerare circa 500 milioni di dollari l’anno. Restano i Gambino, poiché meritano una maggiore attenzione.

La Famiglia prende il nome dal suo più importante Don, Carlo Gambino, palermitano doc, imparentato con le grandi famiglie perdenti della Seconda Guerra di Mafia che a Palermo ha visto l’ascesa di Totò Riina, ossia gli Spatola, i Di Maggio e gli Inzerillo. Proprio questi, scappati negli U.S.A., riuscirono a salvarsi. Nel 2008, un capodecina di nome Francesco Paolo Augusto Calì, detto Frankie Boy, è stato arrestato insieme ad altre 90 persone tra America e Italia, nell’ambito dell’Operazione Old Bridge. I vertici dei Gambino sono stati azzerati, mentre in Italia venne fuori come i palermitani si fossero divisi sulla questione degli americani: Nino Rotolo, fedele a Provenzano, non voleva che rientrassero a Palermo per paura di ritorsioni dopo la guerra degli anni 80; Salvatore Lo Piccolo, boss emergente di San Lorenzo e Zen, cercava di tirarli dalla propria parte per metterli contro a Rotolo. Da qui l’ambasceria di Gianni Nicchi e Nicola Mandalà a New York, immortalata dall’FBI. Provenzano mantenne un profilo neutro, confidando nella riconciliazione in nome degli affari. Tuttavia, il suo arresto e quello di Lo Piccolo e Rotolo ha mandato a monte il tentativo di riallacciare i rapporti.

Oggi, come già prima, il Governo americano ha declassato la minaccia Mafiosa di matrice italiana, considerata alla stregua di bande di strada. Invece, proprio questo calo di attenzione ha permesso alle Famiglie di risorgere. La concorrenza a New York delle Triadi Cinesi, dei Narcos Latini, dei Russi e degli Albanesi ha messo a dura prova gli equilibri di potere. Una volta, forse non sarebbe successo, ma oggi bisogna adattarsi ai tempi. Ciò che è stata la più potente organizzazione criminale americana è l’ombra di sé stessa, anche se, in molti campi, resta egemone in numerose attività, subordinando ad essa le altre mafie etniche. Se a Los Angeles, St. Louis, New Orleans, San Josè e altre città, la RICO ha smantellato Cosa Nostra, lo stesso non può dirsi per Chicago, Boston, New York, New Jersey e Florida, dove gli italiani continuano a fare, anche se in misura nettamente ridotta, il bello ed il cattivo tempo.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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