Corruzione e immoralità: è ora di dire basta!

17/12/2012 di Luca Tritto

Fiorito
Cominciò tutto con Fiorito.

Quando scoppiò il caso Batman nella Regione Lazio, i rimborsi folli al capogruppo PDL Franco Fiorito, ci si auspicava che le procure e la Corte dei Conti andassero a spulciare tra i conti di tutti i gruppi consiliari delle regioni italiane. In effetti, le inchieste su corruzione e peculato si sono allargate a macchia d’olio su tutto lo stivale, andando a verificare i conti e i rimborsi di Lombardia, Molise, Veneto e Piemonte. Il quadro che ne viene fuori non solo è allarmante, è addirittura un teatro dell’assurdo.

Quando venne arrestato Fiorito con l’accusa di peculato, ha fatto molta impressione vedere come il gigante dal volto rubizzo di Anangni fosse totalmente sicuro di aver agito secondo le regole, oltre a dover sopportare in televisione le interviste ai suoi compaesani che lo descrivono come una brava persona, una vittima della giustizia. Uno stereotipo troppo frequente nel nostro Paese. Non farebbe più neanche tanto scandalo se Fiorito, una volta uscito di galera, riuscisse a diventare sindaco di Anangni. Non sarebbe mica la prima volta di casi del genere, nel Paese in cui gli Americani sbarcati in Sicilia nel 1943 nominarono come sindaci i principali capi mafiosi dell’epoca (Zu Calò Vizzini docet).

Ciò su cui, però, bisognerebbe riflettere è molto più a monte. I cittadini italiani hanno votato nel 1993 il referendum promosso dai Radicali sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti con il 90,3% dei voti favorevoli, sull’onda dello scandalo di Tangentopoli. Ma il politico italiano, si sa, fatta la legge trova sempre il modo di aggirarla. E allora che succede? Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la legge sui rimborsi elettorali, che vengono da quel momento indicati come “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 Marzo 1994. Ricorda un po’ la storia del Ministero dell’Agricoltura, abrogato tramite referendum nel 1993 in quanto l’agricoltura è maggiormente di competenza regionale, e che miracolosamente rispunta sotto il nome di Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Chissà se è solo un caso che nei giorni scorsi un’indagine della Guardia di Finanza di Roma ha portato a 11 arresti e 37 avvisi di garanzia per l’accusa di corruzione e turbata libertà nella scelta del contraente.

L’ultimo caso che fa scalpore è l’indagine in Lombardia sui gruppi consiliari di PDL e Lega Nord che detengono la maggioranza al Pirellone, il cosiddetto “governo dell’eccellenza” come definito dal Presidente Formigoni. Ancora ci chiediamo a cosa si riferisse, visto l’andazzo dell’amministrazione. Non era bastata la bufera sulla Lega e i vizi del rampollo di casa Bossi, il Trota, che con i soldi dei rimborsi elettorali si era addirittura comprato un diploma di laurea in Albania prima ancora di finire le scuole (da pluribocciato), conseguito nientemeno che in un solo anno (e poi fanno i razzisti). Per non parlare dei presunti affari con la ‘Ndrangheta della cosca De Stefano di Reggio Calabria, imparentata con i Coco-Trovato, che in Lombardia dettano legge dagli anni ’70 (e poi sono anti-meridionalisti). Sempre a proposito di ‘Ndrangheta vorrei ricordare il caso del consigliere regionale del PDL Domenico Zambetti, arrestato per aver comprato i voti dai clan calabresi, dei quali poi aveva una paura tremenda, visto il tenore di una intercettazione nella quale un soldato dei clan afferma che il consigliere “piangeva..si è ca…. addosso”. Governo dell’eccellenza, appunto. Si potrebbe continuare con il caso Daccò e le ricevute delle vacanze di Formigoni ma si rischierebbe davvero di non trovare fine alla vergogna.

Una vergogna. Ecco cosa esce fuori dalle indagini sui gruppi di maggioranza del Pirellone. Gente che con i soldi pubblici paga sigarette, cioccolatini, pranzi in ristoranti alla moda, difficilmente giustificabili come attività di rappresentanza politica. È arrivato il momento di dire basta a questo indegno spettacolo. Paradossalmente ci verrebbe da dire che almeno una volta, con Tangentopoli, i politici finanziavano in primis il loro partito, come un appartenenza di casta. Quello che emerge oggi, invece, è solo un canovaccio egoistico di chi, non direttamente scelto dal popolo sovrano, si appropria di ciò che non merita. E che non si sente nemmeno in dovere di chiedere scusa.

È un riflesso culturale, se di cultura si può parlare, del fare politica all’italiana, dove se si è indagati ci si dichiara vittime della giustizia invece di farsi processare e dimostrare la propria innocenza (in fondo se si è in buona fede non si rischia), dove l’attaccamento alla poltrona è d’obbligo e dove si usa la politica per i più beceri interessi personali, ponendosi però come i salvatori della Patria ricchi di false promesse pur di racimolare i voti di quelli che, se ci credono per davvero, sono gli esponenti dell’ignoranza italiana. Non abbiamo più la forza di indignarci, tanto alla fine sono brave persone no? È proprio a questo atteggiamento mentale che dobbiamo dire basta! La corruzione è solo figlia di questa mentalità.

Luca Tritto

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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