La situazione del Corriere della Sera e lo stato del giornalismo in Italia

22/03/2013 di Luca Andrea Palmieri

Lo sciopero – Nel caos degli eventi di quest’ultima settimana, uno è stato quasi ignorato dagli organi di informazione: lo sciopero di due giorni del Corriere della Sera, che martedì e mercoledì non ha aggiornato il sito e mercoledì e giovedì non è uscito in edicola. Si tratta di un segnale allarmante per il giornalismo italiano, per quanto mediaticamente sommerso. Suona paradossale che una notizia del genere sul quotidiano più grande d’Italia sia stata ignorata dal resto dei media, ma nella settimana del nuovo Papa, delle consultazioni e della crisi di Cipro, tutto è possibile, ed è noto quanto lo stato del giornalismo italiano non sia certo dei migliori

Il fatto – Lo sciopero nasce dal piano di ristrutturazione della RCS, l’azienda proprietaria del Corriere, che prevede una riduzione dell’organico di 110 giornalisti su un totale di 355, con conseguenti riduzioni di stipendio, e di pagine del giornale. Il taglio di quasi un terzo dell’organico si iscrive nel contesto di una crisi societaria dovuta alla crisi generale del settore, all’incidenza sempre maggiore di internet (che ancora porta molti ricavi in meno del cartaceo) e ad una crisi finanziaria successiva all’acquisizione, nel 2007 di Recoletos, società editrice spagnola, proprietaria di quotidiani molto noti come l’economico Expansion o lo sportivo sportivo Marca.

Corriere della Sera

Un’operazione poco chiara– Rcs, che fino a quel momento aveva un utile di 219 milioni di euro e quasi zero indebitamento, ha pagato la società spagnola, già al tempo molto indebitata, ad un prezzo per azione superiore a quello di mercato, arrivando a investire 1,1 miliardi di euro (per il 100% dei titoli, posseduti dal venditore). Pesano sulla situazione i dubbi sulla presenza alla base dell’acquisizione di interessi particolari, lontani da quelli dell’azienda; la multa di 200 mila euro emanata dalla Consob per la poca trasparenza nell’operazione non aiuta certo a fugarli.

Intrecci pericolosi – Il passaggio di proprietà non era stato diretto: la Recoletos era inizialmente proprietà della Pearson, società editrice inglese detentrice, tra gli altri, del Financial Times. Venne venduta alla finanziaria Retos Cartera, la cui offerta, di circa 743 mln di euro per il 79% della società, già sovrastimava il prezzo per azione della Recoletos del 19%. Il pacchetto azionario della suddetta finanziaria era molto composito, ma spicca in ogni caso la presenza, con il 5% dei titoli, di Investindustrial, a cui faceva riferimento Andrea Bonomi, che è nell’attuale consiglio di Amministrazione di Rcs. A questi si accompagnavano alcuni fondi e banche spagnole, nonché le figure di Joaquin Gull, e Jaime Castellanos, allora rispettivamente direttore finanziario e presidente di Recoletos. Una situazione dai contorni quantomeno poco chiari, dove tra rapporti personali e di affari gli intrecci si fanno via via sempre più complessi.

Il debito – Il risultato per Rcs è stato il passaggio da una situazione di utili a un debito difficilmente sanabile nell’attuale situazione di mercato. Pare, per arrivare a una soluzione, vi sia bisogno di una ricapitalizzazione da parte dei principali azionisti per una cifra che varierà tra i 400 e gli 800 milioni di euro. Ovviamente si tratta di una cifra importante, non facile da collezionare, soprattutto per un gruppo il cui azionariato è diviso tra una moltitudine di proprietari (tra cui diversi tra i più importanti gruppi industriali e finanziari italiani), tra i quali vigono equilibri delicati. L’attuale amministratore delegato del gruppo, Pietro Scott Jovane, ha così annunciato a febbraio un piano per lo sviluppo triennale che prevedrebbe un esubero di ben 800 dipendenti all’interno di tutto il gruppo, nonché la vendita di ben 10 periodici e l’abbandono della storica sede di via Solferino per Corriere della Sera e Gazzetta dello sport. Solo le improvvise dimissioni di Papa Benedetto XVI, con il conseguente dovere deontologico di fornire adeguata copertura alla vicenda, hanno fatto si che si evitasse uno sciopero immediato. Sciopero che è stato però inevitabile in questi giorni nonostante le consultazioni per la formazione del nuovo governo.

Attacchi su tutti i fronti – La situazione sa di beffa per il mondo del giornalismo italiano, già attaccato da altri fronti: da un lato vi sono le accuse, sempre più insistenti (e certamente non del tutto infondate) di una tendenza alla poca parzialità con una propensione al pettegolezzo e al sensazionalismo piuttosto che alla concentrazione sulla notizia vera e propria. Dall’altro delle proprietà in difficoltà economiche sempre più gravi, che periodicamente disinvestono e rischiano di lasciare un vuoto preoccupante nel mondo dell’informazione.

NiemancopertinaUn mestiere importante… – Attacco al giornalismo o meritata punizione? La verità probabilmente sta nel mezzo. Molti redattori lavorano con passione e dedizione per fare un mestiere che è stato sempre più svilito nella sua professionalità. E’ facile pensare che “tanto oggi è tutto in rete”, ma si dimentica che in rete gira di tutto, che il “rumore” è forte e che una notizia falsa, può girare molto ed essere assorbita nella società prima di essere smentita; con quest’ultima che, spesso, viene ignorata dai più. Il compito del buon giornalismo è proprio quello di fare selezione, approfondimento e sintesi, di modo da dare ai consumatori le informazioni più giuste e chiare possibili: è il sistema fondamentale per la creazione di un’opinione pubblica sana, e richiede un lavoro professionale e a tempo pieno da parte di soggetti ben preparati.

… dai molti difetti – Troppo spesso il giornalismo italiano non ha seguito questa strada. L’assenza di un’editoria pura (ovvero di gruppi industriali che si occupino solo di editoria, senza altri interessi economici), non ha certo aiutato. La stessa Rcs ne è un esempio, solo in parte ridotto dall’ampia diffusione del suo azionariato. Allo stesso tempo i cospicui finanziamenti pubblici all’editoria (figli, nel loro scopo originario, della necessità di un sostegno al pluralismo informativo, dato che nel nostro paese le industrie editoriali hanno sempre faticato a autosostenersi) sono diventati mezzo di ingerenza politica, perdendo il loro scopo originale Così posizioni troppo schierate hanno portato a una brutta fama, a volte meritata a volte meno, della maggioranza delle testate, e spesso anche delle loro firme di maggior notorietà.

Pluralismo – Fatto sta che per un buon giornalismo il pluralismo è necessario. Se da un lato bisogna tornare a mettere al centro il lettore, ed il suo diritto ad essere informato sulla verità dei fatti, dall’altro non possiamo dimenticare l’importanza dell’opinione. Trovare un modo per unire informazione di qualità e pluralismo opinionistico, preparazione dei giornalisti e capacità critica, è un obiettivo essenziale non solo per il futuro del giornalismo, ma per la società intera. Accontentarsi degli estremi tra poche voci selezionate, o molte spesso menzognere può portare a risultati negativi. Allo stesso modo cercare misure drastiche dagli effetti difficilmente prevedibili, e demonizzare una categoria nella speranza che si redima (svilendo le qualità di chi fa bene e con passione il suo lavoro), non migliora la situazione: bisogna che tutti, dai giornalisti agli editori, ma anche ai lettori con la loro capacità critica si mettano in moto, tenendo presente che un buon giornalismo è lo specchio di un buon paese.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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