Corfú. Il preludio della politica estera fascista

26/11/2014 di Lorenzo

A quasi un anno di distanza dalla sua nomina a primo ministro del Regno, Benito Mussolini si ritrovò implicato in una questione delicata e potenzialmente esplosiva.

Incidente di Corfù

Nel settimo incontro, avvenuto il 9 di novembre 1921, della nota Conferenza degli Ambasciatori di Parigi, si era deciso di affidare alla compagine italiana il compito di delimitare le nuove frontiere greco-albanesi secondo i principi stabiliti dai famosi punti di Wilson e della Pace di Parigi, e che Roma si ponesse, quindi, come loro garante.

La personalitá scelta per redimere tale disputa di confine ricadde sul generale italiano Enrico Tellini, che stabilí immediatamente il suo quartier generale nella cittá greca di Giannina. Da qui, il mattino del 27 agosto 1923, il corpo di spedizione del Tellini cadde in un imboscata mentre si dirigeva verso la frontiera greco-albanese di Kakavià. Le prime indagini riguardanti il massacro, si concentrarono sul possibile assalto da parte di banditi e criminali, dei quali quelle zone pullulavano. Questa linea fu peró ben presto sementita quando venne riscontrato che tutti gli oggetti e il denaro delle vittime non vennero rubati, ma restarono nelle tasche dei malcapitati. L’omicidio, rimasto irrisolto, fece infuriare Mussolini, che ai tempi deteneva ad interim anche il ministero degli esteri. Questi tuonó contro il governo greco, reo di non aver reagito con sufficiente prontezza, e chiese soddisfazione.

L’accusa venne rafforzata dal fatto che l’aggressione ebbe luogo in territorio greco, anche se l’assassinio avrebbe altresì potuto recare firma albanese. Dopo una breve diatriba fra i due governi balcanici, Mussolini decise di inviare un pesante ultimatum nei confronti del governo greco, redatto in termini tali da risultare inaccettabile, attenendo con intrepridanza il rifiuto di Atene ad adempire alle richieste.Tra queste vi erano, oltre alle scuse formali, l’istituzione di una commissione d’inchiesta che individuasse i colpevoli, la pena capitale per questi, un risarcimento economico di cinquanta milioni di lire italiane, nonchè il tributo (o l’umiliazione, dipende dai punti di vista) della flotta greca, in un’apposita cerimonia, alla bandiera del Regno d’Italia.

La risposta del governo greco, guidato dal nazionalista e filo-britannico Stylianòs Gonatàs, fu parziale. Egli accolse solo parte dei punti mussolinani, adducendo come alcuni di questi fossero denigratori dell’onore e della sovraniá nazionale. Mussolini – il quale probabilmente non aspettava altro – decise quindi di occupare militarmente Corfú: una misura definita come temporanea, che sarebbe venuta meno nel momento in cui Atene avesse accettato le richieste di Roma.

Inutile dire quanto, le reazioni sulla scena internazionale, furono varie. La Gran Bretagna attribuì con veemenza all’Italia mire espansionistiche nei Balcani: per la prima volta, Mussolini mise in pratica ció che fino ad allora era considerato un puro gioco propagandistico, facente leva sulla emotività del mito della “Vittoria Mutilata”. Evitando di portare la discussione a Ginevra, Mussolini decise di affrontarla innanzi alla Conferenza degli Ambasciatori a Parigi, organo mandatario della spedizione del generale ucciso.

In tale sede, la Francia non si dimostó contraria alle scelte del leader fascista: era infatti profondamente preoccupata delle conseguenze che avrebbe avuto una condanna rispetto all’eventuale appoggio italiano nella complicata questione della Ruhr. Londra, invece, – critica verso le azioni repentine e unilaterali della Ruhr e di Corfú – si mostró decisa ad evitare l’annessione italiana dell’isola a qualunque costo, anche se si espresse contrariamente all’eventualità di qualsiasi tipo di intervento militare.

A dare una accelerata alla situazione creatasi fu il timore italiano di essere citato dinnanzi alla Societá delle Nazioni e, quindi, subire una debacle politica e diplomatica. Il governo di Gonatàs, in una nota verbale, aveva infatti comunicato la disponibilitá a concedere riparazioni per l’accaduto, ma se ancora fossero state respinte e giudicate insufficienti dall’Italia, si sarebbe rivolto all’autoritá ginevrina. Minacciando una sua eventuale uscita dalla Societá delle Nazioni, il governo italiano giocó d’anticipo. A Parigi la conferenza stabiliva, consenziente il governo italiano, che l’isola, avendo il governo greco accettato le riparazioni imposte (50 mln di lire e gli onori militari alla Regia Marina nel porto del Pireo), venisse sgomberata entro il 27 di settembre dello stesso anno.

La crisi di Corfú non gettó in cattiva luce Mussolini e il suo governo dinnanzi alla comunitá internazionale, lasciando solo dei dubbi da parte di Londra. Per quasi tutte le cancellerie europee – intimamente convinte della responsabilità del governo greco nell’eccidio Tellini – l’Italia aveva fatto valere le sue ragioni con la forza e la determinazione che il caso richiedevano. E non soltanto nei confronti della Grecia, ma anche nei confronti della stessa Gran Bretagna, che nei giorni della crisi aveva minacciato il blocco marittimo dell’Italia e aveva addirittura fatto balenare – dopo il tentennamento iniziale – la possibilità di un attacco militare, tanto che lo stesso ministro della Marina Thaon di Revel dovette mitigare la sua azione, sconsigliandogli di alzare ancora la posta in gioco.In caso di guerra, infatti, le difese tirreniche italiane non avrebbero retto.

Per la Gran Bretagna e lord Curzon, l’Italia era uscita bene dalla crisi, umiliando ancora gli “Alleati” (cosa che invece evitó di fare com il revanscismo tedesco fino al 1938), ottenendo prima la conferma della sua sovranitá sul Dodecanneso in Luglio e, negli stessi giorni di Corfú, riuscendo a mettere le mani su Fiume. Quest’ultima occupazione della citta quarnerina fu risolta dall’eminenza grigia del palazzo della Consulta, il palermitano Salvatore Contarini. Questi, se da un lato non riuscì a contenere l’animositá e il revanscismo mussoliniano súbito dopo la morte del Tellini, ebbe successo – almeno sino al 1926 – nell’evitare che Mussolini si comportasse, parafrasando Sergio Romano, come il proverbiale elefante in un negozio di porcellana e rischiasse di rimanere completamente isolato internazionalmente.

Un’altra Corfú, insomma, non era possibile. Contarini, incollando i cocci rotti dell’azione avventata, trasformó l’altra occupazione militare –quella fiumana- in un successo diplomatico, messo per iscritto a Roma l’anno sucessivo nell’omonimo trattato. Con lo stesso spirito favorí poi il riconoscimento diplomatico dell’Unione Sovietica (7 febbraio 1924), spiazzando tutti coloro che tacciavano di ideologismo il governo Mussolini, e firmò il Patto di Locarno, un anno piú tardi. L’Italia, per il momento, era salva dal perdere le proprie relazioni con i principali stati europei.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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