Cooperazione nella Difesa UE? Alcool per alcolisti in attesa di Happy Hour

25/05/2013 di Elena Cesca

Pensate all’UE come un bar: la cooperazione e l’interdipendenza dovrebbero essere come l’alcool per gli alcolisti in attesa del prossimo happy hour”. Una similitudine d’effetto quella di Vivien Schimidt, Direttore del Centro per le Relazioni Internazionali della Boston University, rilasciata in una tavola rotonda sulle minacce interne ed esterne dell’Europa, tenutasi recentemente presso l’Istituto Affari Internazionali di Roma. In periodi di crisi come quello attuale, è necessario unire le forze per affrontare insieme le minacce comuni. Oltre a quella economica, l’Unione Europea necessita di una strategia comune nel campo della sicurezza e difesa. Gli Stati Uniti ci spianano la strada, ma Francia e Inghilterra intraprendono vie proprie alle crisi del Mediterraneo. Ripercorriamo insieme alcune tappe della controversa storia della cooperazione europea nel settore della difesa.

Cooperazione e Difesa Europea
Vivien Schmidt, intervenuta sul tema della cooperazione nell’ambito di difesa dell’Unione Europea

Piccoli passi. Nel Dicembre 1998, Francia e Regno Unito guidavano il Processo di Saint Malo, aprendo la strada a una nuova fase nella cooperazione europea verso una politica estera comune che includesse anche piani di difesa, e contribuisse alla graduale militarizzazione dell’UE (The Petersberg Tasks). Si cercò di fare della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) più di un accordo sulla carta per far fronte alla gestione delle crisi militari, civili e di prevenzione dei conflitti.

Guerre del terrore. Già le guerre in Afganistan e Iraq del 2003, tuttavia, misero in luce l’incapacità degli Stati Membri di staccarsi dal cordone ombelicale della homeland security. Ben presto, la stessa PESD risultò il prodotto dell’inabilità europea di agire in operazioni di peacekeeping e peace-enforcement al di fuori della propria aerea. L’ombrello della NATO era stato troppo ampio fino ad allora e gli Europei non avevano potuto, né tantomeno voluto, creare un sistema di difesa proprio. L’impatto delle guerre contro il terrore sulle agende nazionali è stato significativo: internamente, gli stati europei hanno rivisto e rafforzato le proprie politiche sull’immigrazione; esternamente, si sono divisi secondo un più o meno stretto legame con l’alleato americano. Gli stessi governi francesi e inglesi hanno registrato uno scisma nel loro impianto diplomatico avviato 5 anni prima.

European Security Strategy. Sull’impronta del National Security Strategy statunitense, nel 2003 gli Stati Membri dell’Unione si riunivano per identificare insieme le minacce del periodo. La Commissione avanzò la proposta, poi rigettata da tutti i governi, di condividere i sistemi di intelligence nazionali. Due anni dopo, sempre la Commissione proponeva di sviluppare dei meccanismi di intercettazioni telefoniche e di navigazione in internet, al fine di rafforzare gli sforzi antiterroristici. Il risultato fu intraprendere vie proprie e indipendenti (basti pensare all’Interception Modernization Programme britannico o ai francesi EDVIGE e CRISTINA).

Lisbona. Con il nuovo trattato del 2007, ci si impegna a muovere ulteriori passi nelle questioni di sicurezza e politica estera attraverso la cosiddetta “brussellizzazione” e sistemi di cooperazione rafforzata. L’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dovrebbe fungere da una sorta di Vice Presidente europeo e far parlare i 27 con un’unica voce. Anche l’European External Action Service, stabilito dall’art. 27 del Trattato, dovrebbe agire come corpo diplomatico dell’UE, mentre gli stati dovrebbero mettere i propri mezzi militari a disposizione delle attività dell’Unione e supportare i lavori intrapresi dall’agenzia della Difesa (EDA).

La nostra capacità di pensare in grande si perde in piccolezze. Solitamente si tende ad associare una dimensione prettamente militare al settore della sicurezza e difesa. Ci si dimentica che oltre al terrorismo e ai pericoli bellici, vi possano essere altre motivazioni capaci di mettere a repentaglio la sensazione di sicurezza di una realtà geografica, come ad esempio le calamità naturali. Detto questo, dato che l’aspetto armato risalta più prontamente nell’immaginario collettivo, ci chiediamo come mai i 27 sembrino non pensarla allo stesso modo. Non c’è ancora la capacità di individuare con chiarezza un nemico comune, né tantomeno una comunanza di intervento nella gestione delle crisi. Superflui risultano addirittura i discorsi su un esercito europeo, che, invece, favorirebbe di gran lunga i bilanci nazionali. Istituire un unico impianto militare, di fatto, permetterebbe agli stati di risparmiare negli investimenti solitamente rivolti all’ammodernamento dei propri impianti e investire maggiormente nelle politiche di welfare nazionali.

Gli USA spianano la strada. “La crisi in Libia e la conseguente primavera araba sono state il banco di prova per un’Unione più cooperativa nel Mediterraneo”, ha sostenuto Jolyon Howorth, professore della Yale University, nell’ambito della stessa tavola rotonda di cui sopra. La primavera araba ha chiarificato come alcune regioni geografiche, quali il Medio Oriente e il Nord Africa, siano da considerarsi aree di instabilità prioritarie. Il caso libico funge da scenario paradigmatico di crisis management e l’Europa dovrebbe trarne occasione per formulare una strategia comune. “Stare sui confini è stato l’approccio americano al graduale distacco degli USA dalla sicurezza e difesa europea. È come se gli Stati Uniti stiano avviando l’Unione Europea ad un processo di iniziazione”, ha continuato il Professore. Il momento attuale è propizio per una convergenza di programmi di protezione tra i paesi europei. Ancor di più lo sarebbe tra l’Unione e gli Stati del Golfo. V’è la preoccupazione condivisa circa i governi siriano e iraniano, le ambizioni nucleari, la violazione dei diritti umani e la crisi energetica. Le rivolte arabe hanno sensibilmente innalzato il livello di cooperazione diplomatica e militare tra l’Europa ei paesi del Golfo, ma le relazioni intraprese, ad esempio da Francia e Inghilterra, sono ancora di tipo bilaterale. In Libia, sono stati proprio Francia e Inghilterra a guidare l’intervento armato, aprendo la strada all’operazione Unified Protector della NATO. Il problema, anche qui, è che gli sforzi francesi e britannici nel Golfo non sono guidati né da una visione comune, né da una visione strategica di lungo periodo che non riguardi la propria condizione economica nazionale.

Cooperazione e difesa europea
Cooperazione e difesa europea

Economia come struttura. Le ultime previsioni di spesa dei maggiori stati europei registrano profondi tagli nel settore difesa. Allo stesso tempo, le industrie europee si ritrovano in disperato bisogno di nuovi mercati. Sarebbe, dunque, il bisogno di soddisfare il mercato interno, attraverso l’esportazione, il motivo primario del ritorno dell’Inghilterra a est di Suez. Dopo il fallimento degli accordi con le autorità francesi per la vendita di 60 caccia, l’impegno tra Londra e Abu Dhabi è cresciuto negli ultimi 2 anni, tanto che il confronto franco-britannico nel Golfo appare più di tipo industriale che strategico-militare. Ancora una volta, noi Europei non poniamo in essere alcuna pianificazione strategica collettiva e di interoperabilità militare che vada a sostituire, o almeno essere di complementarietà, a quella della NATO.

La prospettiva europea. Recentemente, il presidente francese Hollande ha posto l’Europa al centro di una sua conferenza stampa, mentre il prossimo meeting di dicembre del Consiglio che riunisce i capi di Stato e di Governo porrà il tema della difesa comune tra i punti in agenda. Con i suoi ormai 28 stati, 500 milioni di cittadini e il contributo ad un quarto del PIL mondiale, l’Europa è inevitabilmente destinata ad agire sulla scena mondiale come un attore globale.

Fino ad ora, tuttavia, l’UE si è mossa goffamente, non è stata in grado né di formulare una identità coesa, né presentare capacità credibili con cui proiettarsi sulla scena mondiale. Mancano ancora compattezza politico-istituzionale a livello interno, e strategie comuni a livello esterno. Indubbiamente, la preminenza della NATO come attore onnicomprensivo nel campo della sicurezza, e le capacità politiche, economiche e militari degli Stati Uniti hanno vincolato lo spazio d’azione occidentale, permettendo ai governi europei di godere del free ride. Ciò nonostante, l’UE ha la consapevolezza del ruolo che può giocare. Ne ha già dato dimostrazione in Libano nel 2006. Ciò che le manca è la volontà di mettere in campo un gioco di squadra concreto. È qui, dunque, che si vuole richiamare la similitudine delle prime righe: gli stati europei devono essere mossi dall’ardore alla cooperazione, devono avvertirla come il motore primo per il proprio benessere, come la botta alcolica che ricerca un alcolista incallito.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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