La controversia del Beagle: storia di una crisi alla fine del Mondo

11/09/2014 di Lorenzo

La storia di una delle crisi più durature della storia del XIX e del XX secolo, risolta, dopo anni di fallimenti, dall'intervento di Papa Giovanni Paolo II

Crisi Beagle, Cile e Argentina

Nel periodo della loro indipendenza, le repubbliche sudamericane – con la sola eccezione dell’Impero del Brasile, allora retto da regime monarchico- adottarono unanimamente, per definire le proprie frontiere, l’antico concetto giuridico dell Uti Possidetis iuris. Oggi tale concetto è  inciso come principio di ius congens nel diritto internazionale consuetudinario ed è atto a redimere ogni problema di disputa territoriale.

Ciascun paese latino-americano si costituì sulla base dei territori di cui disponeva durante la dominazione spagnola: la delimitazione amministrativa delle antiche provincie della Nuova Spagna vennero adottate come frontiera politica tra le nuove entità statali, sorte nei primi due decenni del secolo XIX. Non tutti gli stati, tuttavia, si preoccuparono immediatamente di prendere possesso delle regioni ereditate dalla corona borbonica, né di dichiarne dettagliatamente l’estensione. Tale carenza deve essere ricercata, in primo luogo, nella questione legata alla stabilità interna e alla organizzazione di ogni stato, e, quindi, anche alla fine del sogno degli Stati Uniti del Latino-America di bolivariana memoria.

Solo dopo il definitivo consolidamento degli stati sorsero varie dispute territoriali fra i “figli” di Spagna e di Portogallo. Una delle questioni più scottanti e complesse fu quella legata alla sovranità delle isole del canale del Beagle e del suo strategico spazio marittimo adiacente, fondamentale per il passaggio tra gli oceani Atlantico e Pacifico, tra l’Argentina e il Cile. Tale processo si lega ad un altro ancor più grande: quello della chiara e lunga delimitazione tra le frontiere cilene e quelle argentine che risultano essere le più estese del globo (circa 5000 childeli) e che furono aggiustate tramite un processo lungo e difficoltoso. Dalla Puna de Atacama (regione andina) alle valli di Palena, dal famosissimo Stretto di Magellano – ove si applicò il principio del “bi-oceano”: Argentina nell´Atlantico e Cile nel Pacifico – fin giù, al Canale di Beagle, teatro di una controversia durata fino ai giorni nostri e risolta solo dall’abile mediazione del Pontefice e del suo legato, il Cardinale Antonio Samorè.

Crisi Beagle
Immagine: Wikipedia (clicca per ingrandire)

Nel 1881, i due paesi conclusero uno storico trattato per porre finalmente un termine alle contrapposizioni politiche, ai contrasti diplomatici e agli incidenti territoriali che avevano caratteriazzato fortemente la politica estera dei due paesi a partire dalla loro indipendenza da Madrid. Di particolare importanza era l’articolo 3 del suddetto trattato:“Nella Terra del Fuoco si traccerà una linea immaginaria che, pendendo dal Capo dello Spirito Santo si prolungherà fino al Sud, coincidendo col meridiano occidentale di Greenwich, fino a toccare il Canale di Beagle. La Terra del Fuoco sarà cilena nella parte orientale e argentina in quella occidentale. Apparterranno all’Argentina l’isola degli Stati, gli isolotti ad essa immediamente prossimi e le altre isole che sono site nell’Atlantico, a oriente delle Terra del Fuoco e delle coste orientali della Patagonia. Apparterranno al Cile tutte le isole a sud del Canale di Beagle, fino a Capo Horn e quelle che sono site ad occidente della Terra del Fuoco.”

Tutto sembrava finalmente risolto e, soprattutto, profondamente chiaro: tutte le isole site al sud del Canale appartenevano d’ora in avanti al Cile. Non fu così per gli argentini, che subito iniziarono a domandarsi quale fosse in realtà questo “Sud del Canale”, facendo sorgere seri problemi interpretativi. Secondo i cileni, il Canale che collegava il Pacifico all’Atlantico aveva una lunghezza di 230 chilometri, mentre per gli argentini era di soli 190. La differenza, che geograficamente pare irrilevante, generò un chiaro pericolo ai fini dell’interpretazione del trattato. Nel primo caso, quello di Santiago, le isole del canale contese (Picton, Nueva e Lennox) erano site a sud del Canale, dal punto di vista di Buenos Aires queste si troverebbero ad est e quindi sotto sovranità argentina. Di conseguenza, il governo argentino denunciò l’applicazione dell’articolo 3 del trattato. Chiara era la volontà di capovolgere il risultato del 1881, poichè profondamente interessata ad una demarcazione in suo favore in quella zona marittima, dalle potenzialità economiche importanti e molto sensibile nelle proiezioni strategiche. Il canale di Beagle insieme a quello di Magellano e di Drake, nell’estremo sud, costituivano i soli tre passaggi tra Altantico e Pacifico nei Mari del Sud.

La questione sembrava, però, destinata a risolversi. Tra i due paesi ufficiali richieste di revisione del trattato o di denuncia non erano state avanzate, questo perchè Buenos Aires era ancora impegnata nella politica della c.d. “colonizzazione interna del territorio” e quindi non ancora pronta per uno scontro. Va aggiunto che i due paesi, nel 1902, stipularono un ulteriore accordo di Arbitrato – un patto chiave per le vicende future – che impegnava i contraenti a cercare di risolvere qualsiasi disputa territoriale con misure amichevoli e, qualora non fosse possibile, a sottomettere a giudizio arbitrale tutte le controversie irrisolvibili. L’arbitro permanente venne indicato nella persona del sovrano di Gran Bretagna o, in caso di rottura delle relazione di uno dei due paesi con Londra, nel presidente della Confederazione Elvetica. La sentenza dell’arbitro doveva poi essere accettata obbligatoriamente.

Terminata la consolidazione interna, l’Argentina cominciò a guardare al di là delle sue frontiere, scoprendo che il Cile era divenuto assai intraprendente nel sud del continente, tanto da far temere a Bueno Aires una messa in discussione del sacro principio del bi-oceano. Nacque cosi la controversia tra i due stati latino-americani. Dal punto di vista cileno, il trattato del 1881, regolò la questione secondo una chiara linea di separazione Nord-Sud, mentre il principio del bi-oceano era riferito solamente allo Stretto di Magellano. Per il governo argentino, rigettante tali insinuazioni, era esattamente l’opposto: esisteva una linea di separazione Est-Ovest. Risultò così molto difficile trovare un chiaro accordo tra le regole dettate dal diritto (impersonate dal Cile) e gli irrinunciabili interessi nazionali della nascente Argentina.

Passeranno diversi anni – quasi 100 – nel corso dei quali i due paesi svilupparono la loro battaglia attraverso fasi e metodi alterni, come scontri giuridici, tensioni militari, incidenti diplomatici il tutto condido dalla sempre di più coinvolta ed interessata opinione pubblica, oramai sensibilissima alle questioni della “sovranità nazionale” e al bene della propria patria. Si arrivò fino al punto che i giuristi argentini, per giustificare il loro reclamo sul territorio conteso, crearono ex novo dei veri e propri capolavori di bizzarria. Dall’altra parte, vi era l’irremovibile Cile, che continuava a prestar fede al trattato del 1881 e tenere sotto stretto controllo i territori a lui assegnati. Si arrivo, dunque, al 1970, quando i due paesi chiesero l’intervento di un arbitro internazionale, ma rimodulando il trattato del 1902, per il timore argentino di parzialita della Gran Bretagna, a cui contestava la sovranità sulle isole Falkland-Malvinas. La regina Elisabetta II delegò la sua funzione di arbitro ad un tribunale ad hoc, composto da cinque giudici della Corte Internazionale di Giustizia dell´Aia.

Il 18 aprile 1977, ratificata la decisione dei giudici, la regina Elisabetta II emettè la sentenza. Essa, però, ribadiva chiaramente l’appartenenza delle isole del Canale al Cile , confermando quindi, quasi interamente, il trattato del 1881. Ricevuta la tremenda decisione, la giunta militare argentina, allora guidata dal generale Jorge Rafael Videla, rigettò la decisione di arbitrato, argomentando tale decisione come parziale e condotta contro gli interessi nazionali argentini. Di tutta risposta, il non meno rigido, Augusto Pinochet, generale e presidente del Cile, rispose picche alla denuncia argentina, contestando singolarmente tutte le obiezioni poste da Videla.

La situazione, dunque. si fece sempre più dura e i due governi, entrambi autoritari, premevano per una soluzione militare. Particolare fu il piano della giunta argentina per riprendersi il maltolto: esso rispondeva al nome di Operazione Soberania e prevedeva un triplice attacco, per cielo, terra e mare. Un attacco che, se attuato, avrebbe sicuramente colpito al cuore il debole Cile, al tempo colpito dall’embargo internazionale contro la dittatura di Pinochet.

Il culmine della crisi venne raggiunto nel dicembre 1978 e disinnescato solo dall’unanime richiesta di mediazione del nuovo pontefice, Giovanni Paolo II. Il nuovo Papa spedì nelle due capitali il suo legato Antonio Samorè, che riuscì nell’intento. L’8 gennaio 1979, le due parti arrivarono a sottoscrivere una dichiarazione, base della successiva mediazione papale. La grande opera del Samorè riuscì a riavvicinare i due paesi.

Nonostante la morte del Cardinale, a Roma, il 3 febbraio 1983, la questione ebbe una felice conclusione il 29 novembre dell’anno successivo con la sottoscrizione nella Città del Vaticano di un trattato di pace e di amicizia tra i due paesi e con il solenne scambio degli strumenti di ratifica avvenuto in Vaticano il 2 maggio 1985.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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