Contro la gravidanza ingegnerizzata: studio USA apre nuovi scenari

12/10/2014 di Pasquale Cacciatore

Uno studio mette in discussione gli approcci "aggressivi" di ginecologia e neonatologia. Il parto prima dela 39a settimana avrebbe ripercussioni sulla salute fisica e mentale del bamino

Neonatologia e Ginecologia

Nel corso degli ultimi decenni il campo della neonatologia ha vissuto importantissimi cambiamenti, permettendo risultati inimmaginabili fino a poco tempo fa in termini di gestione dei neonati pretermine. Negli Stati Uniti, circa il 50% delle nascite oggi sono assistite sia farmacologicamente che chirurgicamente; percentuale che è raddoppiata in poco più di venti anni.

La neonatologia e ginecologia stesse, grazie al grande sviluppo dell’assistenza medica, son diventate addirittura programmatiche: la gravidanza è ormai un processo medicalmente assistito dal concepimento sino al parto, con questo ultimo, importante evento sempre più spesso schedulato in funzione di impegni o interessi di medici e/o famiglia. Il tutto si basa sull’idea, considerata ormai come caposaldo della materia, che a 39 settimane di vita (e peso di almeno 2,5 kg) ogni feto è pronto per venire al mondo, ed ogni giorno passato in più nell’utero materno non comporta alcun beneficio.

Uno studio condotto in Florida in un arco di tempo di undici anni, tuttavia, sembra iniziare a modificare l’approccio fino ad ora adottato in tal senso, ponendo interrogativi seri sulla ginecologia e neonatologia del XXI secolo, molto più aggressiva del passato. Lo studio sembra suggerire che in realtà l’asticella minima per il tempo di permanenza nell’utero andrebbe innalzata, lasciando che il feto rimanga nell’utero per un tempo superiore ad accrescere il proprio peso (aumento di circa 110 g a settimana). I bambini nel trial che superavano i 3 kg risultavano avere una salute globale migliore di quelli di peso minore, con risultati più elevati in termini scolastici una volta cresciuti, valutati con test standardizzati nel periodo di istruzione elementare. Lo stesso avveniva per i bambini di peso superiore rispetto a quelli che raggiungevano i 3 kg. Insomma, il peso appare nello studio come un importante fattore predittivo di migliore salute, fisica e mentale, per i bambini, anche dopo dieci anni dal concepimento.

Lo studio ha sollevato un polverone di critiche nel mondo medico, e si tratta ovviamente solo di un primo approccio alla questione. Quello che è certo, tuttavia, che i risultati della ricerca si inseriscono in quel percorso che già la Società Americana di Ginecologia ed Ostetricia aveva cercato di seguire dal 2011, quando iniziò una dura campagna che eliminasse il parto assistito prima della 39a settimana in assenza. Estendendo il concetto, inoltre, ancora una volta una ricerca esaspera lo scontro fra Madre Natura ed Intervento Umano, soprattuto in sistemi sanitari oggi in rosso che vedono con favore la possibilità di ridurre considerevolmente l’intervento medico.

Se confermato,  lo studio americano potrebbe confermare l’ipotesi di Barker, teoria proposta dall’omologo epidemiolgoo inglese negli scorsi anni secondo la quale la salute futura del neonato dipende considerevolmente dalle condizioni della gravidanza e della sua nascita. Garantire la salute di intere comunità e popolazioni, così, potrebbe riguardare anche l’assisenza al periodo gravidico, permettendo un approccio più vasto (e, per alcuni punti, diverso) da quello fino ad ora adottato.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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