I conti in rosso dell’INPS e l’incognita sul futuro

16/06/2015 di Alessandro Mauri

La commissione finanziaria dell'INPS ha pubblicato le sue valutazioni sull'ente da cui emerge un enorme deficit che peserà sulle generazioni più giovani

La relazione della commissione economico-finanziaria dell’INPS per il periodo che va dal 2014 al 2023 evidenzia come il sistema previdenziale italiano presenti grandissimi squilibri e come questo potrebbe incidere pesantemente sui conti dello stato nei prossimi anni.

Rosso da 56 miliardi – Secondo le previsioni della verifica tecnico-attuariale dell’INPS per i prossimi anni, i deficit che l’istituto dovrà mettere a bilancio saranno così imponenti da determinare non solo l’eliminazione totale dell’attivo del 2014, che ammonta a oltre 18,5 miliardi di euro, ma nel giro di una decina di anni un passivo vicino ai 57 miliardi di euro. Si tratta di cifre enormi, anche perché occorre sottolineare come l’INPS raccolga i contributi e la gestione di diverse categorie per cui, in linea di principio, le eventuali perdite su alcune linee di gestione strutturalmente in deficit dovrebbero essere compensate da altrettanti surplus in altre categorie. Ovviamente tutto questo si ripercuoterebbe sui conti pubblici italiani, che già non versano in condizioni di particolare salute, e che potrebbero essere fortemente compromessi qualora le previsioni elaborate dalla commissione finanziaria dell’INPS dovessero rivelarsi corrette e qualora il Paese non imboccasse un sentiero di crescita sostenuta e duratura (cosa che, al momento, appare essere alquanto improbabile).

Le prospettive di crescita – Il documento elaborato dai tecnici dell’INPS tiene conto delle condizioni e delle norme vigenti al 31 ottobre dello scorso anno nonché, per quanto riguarda l’analisi del periodo 2014-2018, dei dati contenuti nel Documento di Economia e Finanza (Def) del 2014. Questo ci porta a fare qualche ulteriore considerazione: innanzitutto occorre evidenziare come il Def 2015, tenendo in considerazione le mutate condizioni macroeconomiche, prevede un miglioramento dei dati contenuti nel documento dell’anno precedente, il che potrebbe rendere le previsioni dell’INPS leggermente peggiori di quanto non potrebbe manifestarsi nella realtà. Queste considerazioni, tuttavia, valgono solamente per la prima parte del periodo preso in considerazione in quanto, per gli anni 2019-2023, è stata ipotizzata una crescita e un’inflazione al 2% annuo e una diminuzione della disoccupazione dell’1% all’anno: dati molto ottimistici, se si considera la situazione attuale, e pertanto difficilmente realizzabili e poco attendibili. L’effetto sui conti dell’INPS e dello stato potrebbe pertanto essere molto pesante, anche considerando la recente sentenza della Corte Costituzionale sul blocco delle rivalutazioni delle pensioni oltre 3 volte il minimo, che potrebbe ulteriormente compromettere i conti INPS.

Le cause del dissesto – Analizzando più nel dettaglio l’analisi dei conti prospettici dell’INPS, emergono con chiarezza le cause del dissesto: se da un lato la gestione del settore dei dipendenti privati e delle prestazioni temporanee (i contributi versati in occasione dell’attivazione degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione) sono decisamente in attivo, dall’altro tutto il settore pubblico e dei fondi speciali, nonché artigiani e coltivatori diretti, presenta passivi molto pesanti. Per quanto riguarda l’ex Indpai (fondo dei dirigenti pubblici), il deficit di 5 miliardi di euro all’anno porterà ad un disavanzo di 71 miliardi di euro nel 2023; cifre analoghe per quanto riguarda il fondo dei coltivatori diretti, e pesanti passivi per i fondi speciali legati ai servizi elettrici, telefonici e ai trasporti. Anche il settore legato all’ex Indpap, cioè i dipendenti pubblici, è in forte deficit. Viceversa il contributo sul risultato di esercizio delle prestazioni temporanee e dei dipendenti privati comporterà utili per rispettivi 3,8 e 15,6 miliardi di euro nel 2023.

Un sistema insostenibile – Una volta emersi questi dati occorre fare alcune valutazioni sulle modalità con cui le prestazioni previdenziali sono state erogate nel corso degli anni: se da un lato parte del deficit può essere giustificato dal minore numero di lavoratori che paga le prestazioni ad un numero più elevato di pensionati, nonché dal fatto che alcuni fondi siano a esaurimento (con il trasferimento dei nuovi iscritti al fondo dei privati), dall’altro è evidente come i criteri con la quale sono state determinate le pensioni erano assolutamente insostenibili. Il rapporto tra contributi versati e pensione percepita è stato troppo generoso, e il peso di questo sbilanciamento ricade inevitabilmente sulle generazioni più giovani; si sarebbe dovuto sin da subito operare un criterio di erogazione contributivo e non retributivo, limitando le pensioni più alte e incentivare l’adesione a fondi pensione e polizze integrative per poter così giungere ad un assegno previdenziale più corposo senza per questo incidere profondamente sulle casse dell’INPS e dello Stato. Inoltre non si comprende come sia stato possibile generare due categorie di lavoratori, una molto più tutelata dell’altra, senza che vi fosse un valido motivo economico o sociale alle spalle, se non la maggiore sindacalizzazione di alcuni settori. La profonda disaffezione delle generazioni più giovani nei confronti del sindacato, e del sistema politico in generale, deriva anche dalla gestione più che miope del sistema previdenziale, che ora ricadono interamente sulle loro spalle.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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