I conti con la storia, ovvero andare oltre il politicamente corretto

24/04/2014 di Matteo Anastasi

I Conti Con La Storia

Lo scorso 18 marzo, presso la Casa dell’Aviatore in Roma, si è svolta la conferenza I conti con la storia. Il ruolo di Aldo Finzi (un resoconto della conferenza, sul sito dell’Aeronautica), presieduta dal dott. Paolo Mieli. Europinione è intervenuta all’evento su cortese invito del prof. Leonardo A. Losito, che ha introdotto il simposio.

Foto: http://www.aeronautica.difesa.it/

Una rivisitazione della figura di Aldo Finzi – pioniere dell’Aeronautica Militare e autore del R.D. n. 645 del 1923 che istituì la Regia Aeronautica come Arma indipendente – ha fatto da cornice alla presentazione dell’ultima fatica letteraria di Mieli, pubblicata da Rizzoli, I conti con la storia. Per capire il nostro tempo. L’opera, raccogliendo una serie di interventi dell’autore sul Corriere della Sera, si pone un progetto ambizioso: intraprendere «un viaggio […] nella memoria intermittente», allo scopo «di fare i conti con la storia senza preconcetti o pregiudizi». In altri termini, l’obiettivo è andare oltre il politically correct, vero e proprio «virus che ha contagiato il mestiere dello storico alla fine del Novecento».

Seguendo tale monito la penna di Mieli si muove agilmente nello spazio e nel tempo. Ed ecco svelate storie poco note, occultate, che chiedono di essere ripescate, riviste, portate alla luce. Dal malcelato antisemitismo di Franklin Delano Roosevelt si passa a un inedito ritratto di Alexis de Tocqueville, comunemente collocato fra i padri del pensiero liberaldemocratico, “dimenticando” l’accesa passione con cui sostenne la conquista francese dell’Algeria negli anni Trenta dell’Ottocento. Il viaggio prosegue, e diventa fortemente affascinante, quando approda nella tumultuosa storia italiana. Partendo dall’eclettica parabola di Leandro Arpinati si giunge a un’acuta analisi dei ventuno mesi più tumultuosi dello Stato unitario, quelli che vanno dal 25 luglio 1943 (Ordine del giorno Grandi, caduta del regime) al 25 aprile 1945 (Liberazione dall’occupazione tedesca). È L’Italia smarrita ai tempi di Badoglio, una fase colma «di suggestioni e di contraddizioni che continuano ad attrarre gli studiosi ansiosi […] di capire quali difetti dell’Italia repubblicana siano riconducibili al convulso periodo».   

Nella seconda parte del libro, Mieli sposta l’attenzione su alcuni “autorevoli falsi” della storia. Si inizia con la rivolta del gladiatore trace Spartaco, elevata dalla letteratura marxista ad anticipazione della lotta di classe e invece condotta con fini assai meno idealistici («sconfiggere Roma e instaurare un suo dominio»). Poco conosciuta è anche la genesi della foto del bambino ebreo con le braccia alzate, entrata nell’immaginario comune come simbolo dell’occupazione nazionalsocialista della Polonia. Ciò che è scarsamente noto ai più è che si tratta di un’immagine tutt’altro che incidentale, poiché scattata per essere visionata da Himmler quale prova tangibile dell’oppressione perpetrata ai danni degli ebrei di Varsavia. Tra i falsi, intesi come verità sottaciute, si colloca anche Il segreto di Primo Levi e degli altri «partigia» (nome degli esponenti della Resistenza piemontese e valdostana) della banda di Amay, che nel 1943 uccisero col «metodo sovietico» – ossia a freddo, senza processo – due giovanissimi compagni, rei di non meglio precisati maltrattamenti ai danni dei valligiani.

I Conti Con la StoriaLa terza e ultima sezione dell’opera è dedicata interamente al nostro Paese, alle sue storie e ai suoi personaggi. Sono passati in rassegna nomi cruciali come quelli di Machiavelli, Ferdinando II di Borbone, Mazzini, Cavour ma per il lettore sarà facile focalizzare l’attenzione sul ridimensionamento del mito italiano per eccellenza, costituito dall’impresa dei Mille garibaldini. L’ironia di Mieli, al proposito, è pungente: «È davvero una stranezza che nel 1860 alcune centinaia di soldati assai anomali guidati da un personaggio oltremodo irregolare, quali erano i Mille di Giuseppe Garibaldi, abbiano sopraffatto il più grande esercito italiano dell’epoca che solo nell’isola, tra fanteria, cavalleria e artiglieria, schierava qualcosa come venticinquemila uomini». E ancora, riprendendo le parole di un testimone oculare come Massimo D’Azeglio: «Nessuno più di me stima Garibaldi ma quando s’è vinta un’armata di 60.000 soldati, conquistando un regno di sei milioni di abitanti, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualcosa di non ordinario».

L’invito di Mieli a far cadere i muri dell’omertà storiografia è evidente e accompagna ogni riflessione proposta all’interno di un testo dove forti sono gli echi dell’insegnamento di un grande maestro e storico quale Renzo De Felice, il cui pensiero è sintetizzabile in una frase che l’autore pone all’inizio del suo viaggio: «L’interpretazione della storia non è mai statica. Rivedere, per gli storici, è un obbligo. L’ultima parola non esiste».        

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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