Congo, un paese dimenticato

11/02/2015 di Enrico Casadei

Dalla colonizzazione all'intervento dei caschi blu: la storia di un paese tra i più ricchi, in Africa, di risorse e potenzialità, ma massacrato da conflitti, debiti e regimi

COngo

La Repubblica Democratica del Congo, già Zaire, già Congo Belga, già Stato Libero del Congo. La colonizzazione europea del diciannovesimo secolo in Africa è stata dura per le popolazioni autoctone ma qui fu terribile. Il libro King Leopold’s Ghost di Adam Hochschild descrive nei dettagli la brutalità del dominio di Re Leopoldo II di Belgio tra il 1885 e il 1908. Secondo la ricostruzione storica, il sovrano belga sostanzialmente sentiva di possedere il Congo, lo percepiva come una “roba” sua e lo governò di conseguenza. Il “possedimento feudale” ebbe termine quando il Parlamento lo costrinse a cedere la colonia al Governo. Da quel momento fino alla sua indipendenza, raggiunta nel maggio del 1960, solo il nome della regione fu cambiato, e niente altro. Il Congo Belga fu amministrato da burocrati che non furono meno crudeli del loro predecessore, ma d’altronde seguivano le logiche del colonialismo e non erano certamente peggiori delle controparti tedesche, francesi, inglesi.

Il fenomeno di decolonizzazione fu improvviso. La popolazione dopo più di sessant’anni di dominio non era preparata all’indipendenza. Proprio per la presenza di un’elite europea, non si era formata nessuna classe dirigente congolese capace di dare stabilità al Paese, attraverso un governo funzionante. Pochi mesi dopo l’elezione del primo parlamento, si aprì la prima crisi politica e i disordini che ne seguirono terminarono solo nel 1965 con il colpo di stato che portò al potere Mobutu Sese Seko. Grazie al supporto, secondo fonti mai confermate, di Belgio e Stati Uniti.

Mobutu era stato nominato dal primo governo a capo dell’esercito e, come nei più classici scenari, laddove la democrazia è debole, sono spesso i vertici delle forze armate a fare da padroni. Approfittò della propria posizione per destituire il parlamento e divenire la guida autoritaria della nazione. Sebbene nei primi anni il nuovo governo diede l’impressione di aver finalmente dato prosperità e pace al Paese, presto l’opinione pubblica si rese conto di essere passata da un dittatore europeo ad uno autoctono. Lo sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie della regione, soprattutto rame, diminuì la povertà della popolazione. Senonchè dalla metà degli anni Settanta in poi Mobutu riuscì a smantellare tutto il benessere del decennio precedente appropiandosi dei business locali con un sistema di di clientele su cui si basava il suo stesso “regno”. Le sue azioni furono controverse proprio per la loro duplicità: costruì la prima diga idroelettrica della regione e numerosi ospedali, ma implementò anche una televisione di stato basata sulla propaganda nazionalistica e sull’autocelebrazione.

Inoltre, Mobutu cambiò il nome alla nazione nel 1971 in Zaire. Cambiò anche il nome di molte città per lasciarsi alle spalle la dominazione belga e affermare la propria autorità: la capitale Leopoldville divenne Kinshasa. Infine quando le ricchezze nazionali non bastarono più a sostenere il sistema di corruzione il leader ricorse agli aiuti internazionali. Per far capire la portata della situazione, mentre nel 1975 lo Zaire aveva un debito di 887 dollari (causato dalla crisi delle materie prime seguente la Guerra in Vietnam), l’anno successivo chiese al Fmi un prestito da 47 milioni di dollari. In cambio, il Governo promise di tagliare la spesa pubblica, svalutare la moneta, aumentare le tasse e risistemare le finanze pubbliche. Inutile sottolineare che le riforme non arrivarono e che il debito non fece altro che aumentare fino a toccare quota 10 miliardi nel 1990. Tuttavia non vi furono mai serie minacce al suo potere, a causa del regime di paura costituito: l’opposizione rischiava di essere arrestata, torturata, esiliata e uccisa.

Furono infine spinte esterne al Paese a causare la caduta di Mobutu. I governi di Rwanda, Burundi e Uganda aiutarono infatti LaurentDésiré Kabila, avversario politico di pensiero marxista, a prendere il potere. La Prima Guerra del Congo, successiva alla destabilizzazione dell’area causata dal genocidio dei tutsi in Rwuanda, portò quindi i ribelli guidati da Kabila a destituire Mobutu, che fuggì in Marocco e morì qualche anno dopo. Se la storia fosse una favola a lieto fine, i problemi del Congo sarebbero finiti e una nuova era di prosperità sarebbe potuta iniziare per la (rinominata) Repubblica Democratica del Congo. Ovviamente ciò non accadde.

Fonte: Wikipedia
Fonte: Wikipedia (Clicca per ingrandire)

Il Paese piombò nuovamente nel caos allo scoppiare della Seconda Guerra del Congo, nel 1998. Un conflitto che vide contrapporsi al nuovo dittatore proprio il Rwanda. I paesi sostenitori di Kabila non sembravano troppo propensi a rinunciare ad un’influenza sul paese, e la decisione di allontanare dai confini nazionali le forze “sostenitrici”, rappresentò la minaccia per un riaccendersi degli scontri, seppur tra protagonisti diversi. La guerra non può essere considerata una classica lotta tra due schieramenti. A caratteri generali, e molto sinteticamente, può dirsi che il Rwanda, insieme con Uganda e Burundi, invase il Congo. Non nel senso più tradizionale, perchè le truppe straniere furono sempre limitate, e spesso si trattava dei soldati già presenti sul territorio al momento dello scoppio del conflitto. Gli invasori, invece, diedero forte supporto a milizie di ribelli (le due principali erano la Rassemblement Congolais pour la Démocratie e  il Mouvement pour la Libération du Congo), approfittando delle tante divisioni etniche presenti sul territorio. In aiuto a Kabila intervennero, poco prima della capitolazione, una coalizione di nazioni, tra cui la Namibia e Angola, che permise di respingere l’avanzata ribelle.

Si giunse così alla pace di Lusaka che, come è facile immaginare, non durò a lungo. Il conflitto si trasformò da politico a economico e la zona degli scontri divennero le ricche regioni orientali congolesi al confine, Kivu e Katanga. Le milizie locali – in origine finanziate da Kabila – si rivoltarono e deciserò di controllare loro stesse i ricchi giacimenti di oro, diamanti e coltan. La lotta, con caratteristiche di guerriglia perpetua, divenne così uno stile di vita. La situazione sembrò migliorare nel 2001 in seguito all’assassinio di Kabila, per mano, tra l’altro, di una delle sue guardie del corpo-bambino. I negoziati della pace (Pace di Luanda) presero parte soprattutto in Sud Africa e la tregua dovette essere monitorata dal più numeroso contingente di caschi blu mai messo insieme dall’Onu.

Alle successive elezioni fu nominato presidente il figlio, Joseph Kabila, il quale fu anche rieletto nel 2006 e nel 2011, non senza dubbi sulla validità delle tornate elettorali in un clima di generale tensione. Nondimeno, Kabila, figlio di un dittatore, è il primo presidente eletto democraticamente dal 1960. Venne varata una nuova costituzione con controlli e contrappesi tra i vari poteri dello stato. In realtà la situazione non è cambiata e può essere descritta con le parole dello storico David van Reybrouck, nel libro Congo: “Emularono il mobutismo con uno zelo tale che avrebbe sorpreso lo stesso Mobutu”. Il controllo passa tutt’oggi dall’esercito e il Parlamento congolese ha più volte approvato incrementi del proprio salario e riduzioni di responsabilità. In mancanza di un governo centrale, a prendersi carico dei servizi essenziali sono organizzazioni non profit e agenzie della società civile locale. Ad oggi il 30% della popolazione è analfabeta e più di un congolese su due non ha accesso ad acqua potabile. Le infrastrutture della regione sono rimaste quelle dell’epoca colonialistica, predisposte, cioè, allo sfruttamento piuttosto che allo sviluppo.

Tuttavia, un nuovo soggetto è apparso sulla scena del Paese: la Cina. All’inizio solo investitori privati scommettevano sulle sue risorse ma nel 2007 la Drc ha stretto un accordo commerciale direttamente con la People’s Bank of China, la banca centrale cinese, in base al quale in cambio dei profitti dallo sfruttamento delle risorse congolesi la Pboc avrebbe investito circa nove miliardi di dollari delle infrastrutture del Paese. Sembra proprio un esempio di neo colonialismo“Vi aiutiamo a costruire la vostra nazione ma solo se in cambio voi ci date le vostre risorse”. In realtà, ad oggi, le lamentele maggiori non arrivano dalla popolazione locale ma dall’Occidente che si vede sottrarre l’unica leva in suo possesso nei confronti della Repubblica Democratica del Congo, quella economica.

Il rapporto non è così semplice. La Cina, grazie agli investimenti, ha creato le condizioni per la nascità di nuove opportunità commerciali per i congolesi ma allo stesso tempo la manifattura cinese, venduta a basso prezzo, sta distruggendo il mercato interno del tessile. Quindi ancora non è chiaro se il Congo sarà o meno un altro esempio di debole economia sfruttata da un altra più forte. Gli Occidentali tendono di solito a vedere in modo univoco, monilitico, l’Africa, ma l’Africa è enorme ed è anche enormemente differenziata al suo interno. Molte delle economie con il tasso di crescità del Pil maggiore sono in Africa: Sud Sudan, Tanzania, Sierra Leone, Nigeria e Ghana ad esempio. La Drc non è tra queste a causa dell’instabilità e della poca lungimiranza politica degli ultimi cinquant’anni, non certo per mancanza di materie prime. Si tratta infatti di una delle nazioni più estese del continente, probabilmente la più ricca in termini di risorse naturali e capace di giocare un ruolo da play-maker nella scena geopolitica africana.

I media occidentali, allora, dovrebbero prestare maggior attenzione allo stato africano, e alle pesanti divergenze che ancora oggi colpiscono il suo territorio, in cui gli scontri sono tutt’altro che finiti. Ad esempio, negli scorsi anni gli scontri con le milizie dell’M23. Di soli quattro giorni fa, inoltre, la notizia della sospensione del sostegno della missione Monusco ONU, contro i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda. Il motivo? Le mancate dimissioni di due generali dell’esercito congolese a capo delle truppe nel Nord Kivu, accusati di violazioni dei diritti umani. Quella che doveva trasformarsi in un’operazione congiunta – nei limiti del mandato delle forze ONU – e in una grande offensiva contro quei ribelli tra cui vi sono molti dei responsabili del genocidio dei Tutsi in Rwanda, è divenuta così un’azione portata avanti unicamente dall’esercito del Congo. Ma una soluzione alla divergenza, si dice a Kinshasa, sarà presto trovata.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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