Conflitto di interesse in medicina: quanto fa male?

06/09/2015 di Pasquale Cacciatore

Una questione annosa e controversa, in medicina, è relativa ai clinical trial finanziati dall’industria, e quanto questi finanziamenti possano influire sui risultati. Un bias di fondo che riguarda, in generale, la dimensione del conflitto d’interessi.

Medicina

A lungo, riviste di medicina prestigiose, hanno chiesto che gli autori di pubblicazioni indicassero in modo specifico eventuali conflitti di interesse incontrati durante i lavori; negli ultimi mesi il dibattito è stato riaperto proprio da una prestigiosa rivista come il The New England Journal of Medicine, che ha pubblicato una serie di articoli interrogandosi sul conflitto d’interesse in medicina.

Dati confermati anche da ricerche, hanno sottolineato come i risultati di studi finanziati da industrie farmaceutiche esitino in risultati più favorevoli, o siano più facilmente accettati da enti nazionali di riferimento (come la Food and Drug Administration). Studi magari focalizzati su un nuovo farmaco che, poco misteriosamente, risulta più prescritto degli altri anche grazie a viaggi premio o doni delle aziende.

Eppure, come in ogni ambito, anche in quello prettamente medico il conflitto d’interesse si articola su più facce: ambizione professionale, ideologia, opinioni religiose, e così via. Ogni fattore influenza il modo con cui uno studio è condotto (e necessariamente anche il suo risultato). Ovviamente, gli interessi di natura economica sono quelli che maggiormente risaltano e che si tenta di escludere con più forza. Eppure ciò che sarebbe importante ricercare è il grado di influenza che essi esercitano sul risultato di trial clinici e sulla loro interpretazione.

L’opinione comune è che il bias creato dai finanziamenti di industrie farmaceutiche sia troppo grande per considerare validi certi studi. A molti ritorna in mente il celebre caso di un antinfiammatorio, studiato e prodotto da Merck, inibitore selettivo della COX-2 (rofecoxib); per il farmaco in questione ci vollero anni prima che venissero alla luce i problemi cardiovascolari che il farmaco comportava, e quando finalmente nel 2004 il prodotto fu ritirato, decine di migliaia di pazienti erano già deceduti.

Per altri, invece, la dichiarazione di conflitti di interesse da parte di medici ed altro personale coinvolto negli studi rappresenta un segno di competenza ed onestà. Alcuni pazienti potrebbero preferire la somministrazione di un farmaco per cui un medico è stato direttamente coinvolto, anche sotto finanziamento di una industria. È quello che alcuni ricercatori chiamano “sostituzione d’attributo”, fenomeno psicologico radicato nelle relazioni industriali moderne. Quando un medico prescrive un farmaco o un trattamento, il paziente generalmente gli crede senza esaminare tutta la letteratura alla base della scelta. Al medico si attribuisce la competenza e la trasparenza a fronte dell’incapacità pratica del singolo paziente di decidere quanto sia giusto o sbagliato ciò che gli viene prescritto.

Giudicare una decisione come negativa solo perché ci si è precedentemente schierati contro chi la promuove, è un altro caso di “sostituzione d’attributo”. Un po’ ciò che avviene anche nel caso del conflitto d’interessi. Proprio uno studio del New England Journal of Medicine dimostrò, un paio d’anni fa, che i medici, automaticamente, sminuivano i risultati di studi finanziati dall’industria, nonostante questi fossero anche più rigorosi di quelli realizzati con altri finanziamenti.

Sforzarsi per rimuovere (o almeno evidenziare) il conflitto di interesse in uno studio medico è certamente una strategia ottima per perseguire i precetti di una scienza solida ed oggettiva. D’altra parte, però, per evitare di “sostituire attributi” anche quando non necessario – e conseguentemente perdere finanziamenti utili nell’ambito di ricerca – è doveroso chiedersi effettivamente quanto il conflitto di interesse incida in un’analisi e se sia necessario indagare oltre. D’altronde, i veri meriti di uno studio partono proprio dalla sua progettazione e dai suoi metodi, se esposti con trasparenza. L’ambito economico è purtroppo un problema che va affrontato con rigore ma in modo oggettivo, affinché il giudizio sempre e solo confinato al metodo scientifico.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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