Conflitto d’interessi? No, grazie

07/03/2014 di Giacomo Bandini

Conflitto d'interessi e Italicum

Una questione irrisolta – Il grande tabù del Paese, una pratica miliare, una croce della democrazia. Così è stato definito più volte il conflitto d’interessi, tematica presente prima nel programma di Pier Luigi Bersani, uno degli otto punti riguardava infatti l’incandidabilità e l’incompatibilità, ed oggi una priorità per il nuovo governo Renzi. Il Pd, assieme a Forza Italia, però, ne ha determinato l’ennesimo rinvio a data da destinarsi nella seduta di votazione riguardante l’Italicum avvenuta ieri notte, facendo sorgere numerose critiche nei confronti della compagine di centrosinistra.

Gregorio Gitti
Gregorio Gitti

Il Pd dice no – Il deputato Gregorio Gitti, ex montiano del gruppo Per l’Italia, ieri sera verso la mezzanotte ha proposto un emendamento al testo della nuova legge elettorale che prevedeva l’ineleggibilità per i titolari di imprese concessionarie di beni o servizi pubblici “a livello quantomeno nazionale”. A questa premessa iniziale seguiva una parte piuttosto importante: “È equiparata alla titolarità diretta la titolarità indiretta o la titolarità attribuita ad una società fiduciaria o ad un trust”. In realtà anche Sel e il Movimento 5 Stelle ne hanno presentati rispettivamente due simili. La votazione finale ha visto invece una maggioranza compatta Pd e Forza Italia, oltre a Ncd, opporsi al passaggio dell’emendamento Gitti. Scoppia così una dura critica, anche interna al centrosinistra, ma i renziani rispondono sostenendo che non è ancora giunto il momento adatto per regolamentare il conflitto d’interessi. Ogni cosa a suo tempo.

Un tuffo nel passato – Il ricordo della cosiddetta Legge Frattini, ossia la legge 20 luglio 2004 n. 215, non è poi così tanto pallido dal momento in cui la problematica sul conflitto di interessi in Italia non ha ancora trovato una vera e propria risoluzione e l’ultima vera e propria legge in merito risale a dieci anni fa. La legge dell’ex Ministro degli affari esteri, però, non è riuscita a proporre un quadro completo per la risoluzione dei possibili nodi, dimenticandosi, ad esempio, nelle sue previsioni, di regolare la prevenzione di tale conflitto. I vent’anni in cui il premier durato più a lungo è stato Silvio Berlusconi, hanno difatti visto più di un richiamo da parte dell’Unione Europea su questo punto per l’incompatibilità delle norme nazionali con quelle comunitarie.

Leggi da adattare – Se si volge lo sguardo a monte nella Costituzione italiana sono gli artt. 65 e 66 a incaricare il Parlamento della valutazione sull’eleggibilità dei suoi membri in base alla legge ordinaria. Quella fondamentale risale però al 1957. È un Decreto del Presidente della Repubblica, il n. 361 del 30 marzo 1957, a regolare le modalità di accesso alle cariche pubbliche ed i casi di incompatibilità e ineleggibilità. Una legge oggettivamente obsoleta e dalla mutevole applicazione nell’età dei grandi oligopoli italiani. Berlusconi ha suscitato l’interesse internazionale proprio perché in possesso di grandissime aziende nei più svariati settori economici e dunque potenzialmente portatore di un conflitto di interessi multiplo.

Tre ipotesi, tre rinvii – C’è dunque da chiedersi: se la problematica risulta centrale nell’idea riformatrice di Renzi e, in generale, del centrosinistra, che ne ha fatto un cavallo di battaglia per anni, perché non approvare un emendamento di tale rilevanza e chiarezza? Le risposte ipotizzabili sono molteplici. È infatti probabile che nell’accordo con il centrodestra di Berlusconi sull’Italicum fosse stato previsto di non inserire alcuna norma che modificasse lo status quo dell’accesso alle cariche. Dunque Renzi e i suoi avrebbero semplicemente rispettato un patto politico. È altrettanto probabile che, a fronte di numerose problematiche riguardo la composizione del governo, sia importante per il premier e i suoi proteggere Federica Guidi, Ministro delle Sviluppo Economico, e a capo della Ducati Energia.  Dopo il caso Gentile, la difesa a oltranza del ministro Guidi ha caratterizzato impegnato buona parte del tempo e delle dichiarazioni di premier e compagni, comortando un deficit di attenzione sulla reale azione di riforma. Infine è probabile che Renzi sullo spinoso argomento abbia davvero la necessità di una profonda discussione tra le parti e che voglia dedicarvi una grande riforma, anche culturale.

Ecco, la speranza di questo Paese passa proprio da quest’ultima proposizione. Speriamo che il rinvio sia veramente tale, al fine di arrivare a qualcosa di ben strutturato e incisivo. Di tutto il Paese ha bisogno, tranne che di essere nuovamente in balia del suo passato.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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