Confindustria e CGIL: due visioni opposte a confronto

28/01/2013 di Federico Nascimben

squinzi-camussoLa principale associazione datoriale italiana ed il principale sindacato italiano hanno presentato la scorsa settimana le proprie proposte per la prossima legislatura, per rilanciare lavoro e crescita. Quello che ovviamente balza subito agli occhi è l’opposta impostazione dei due programmi. Banalizzando, potremmo dire che se Confindustria vuole “meno Stato e più mercato”, la CGIL – al contrario – vuole “più Stato e meno mercato”.

Soltanto l’esito delle urne ci dirà con certezza quale dei due progetti riuscirà ad entrare con maggior forza nell’agenda del futuro Governo, anche se ormai è quasi certo che sarà quello della CGIL a prevalere. Infatti, nella due giorni di Roma, dedicata alla presentazione della conferenza di programma, è stato saldato l’asse con la coalizione di centrosinistra: sia Bersani che Vendola che Tabacci erano presenti, con la partecipazione straordinaria di Amato e del Ministro Barca.

CGIL: il Piano del Lavoro. O, meglio, “creare lavoro per dare futuro e sviluppo al Paese”, è questo in sintesi quello che fuoriesce dalle 27 pagine del documento. Ma, secondo il sindacato, qual è il soggetto deputato alla creazione di lavoro? Naturalmente è lo Stato (soprattutto attraverso la Cassa Depositi e Prestiti), infatti, come si legge, “se si vuole costruire un nuovo modello di sviluppo, o più brutalmente se intendiamo fermare davvero il declino, contrastare la deindustrializzazione e riavviare una crescita del Paese, l’intervento pubblico è non solo necessario, ma essenziale”. Potremmo definirlo un approccio neo-keynesiano, che propone un Piano del Lavoro per il periodo 2013-2015, teso a mobilitare risorse per circa 50 miliardi medi nel triennio, volte a finanziare “la messa in sicurezza del territorio e la valorizzazione dei beni culturali e artistici (anche attraverso lo sviluppo dell’innovazione tecnologica); la riforma ed il rinnovamento della PA e del welfare; l’economia della conoscenza; l’innovazione e lo sviluppo delle reti infrastrutturali”. Oltre a questa serie di interventi si prevede la realizzazione di “un piano straordinario nel Piano del Lavoro per avviare da subito la creazione di posti di lavoro” per giovani e donne, in particolare nel Mezzogiorno, e per favorire la riduzione di disuguaglianze e la l’inclusione sociale. Le risorse per fare tutto ciò deriveranno per 40 miliardi dalla “riforma organica del sistema fiscale” che prevede, in sostanza, la lotta all’evasione fiscale, una maggiore progressività nell’imposizione tributaria e da una patrimoniale su immobili e rendite finanziarie; per 20 miliardi dalla riduzione dei costi della politica, degli sprechi e della redistribuzione della spesa pubblica; per 10 miliardi dal riordino delle agevolazioni e dei trasferimenti alle imprese. Secondo lo studio che la CGIL ha commissionato al Centro Europa Ricerche, dall’attivazione del Piano del Lavoro, si potrebbe generare nel triennio una crescita del PIL del 3,1%, un aumento dell’occupazione del 2,9% sulla base di un aumento degli investimenti del 10,3%, del reddito disponibile del 3,4%, dei consumi delle famiglie del 2,2% e da un incremento delle esportazioni dell’1,8%, in questo modo il tasso di disoccupazione nel 2015 tornerà al livello pre-crisi. Stando sempre alle previsioni, però, il livello del debito pubblico al termine del triennio rimarrebbe stabile sopra il 120% del PIL.

Il progetto di Confindustria: crescere si può, si deve. “Abbiamo bisogno di un’Italia veramente liberale, di uno Stato che arretri nel suo perimetro, lasci spazio ad una sana concorrenza dei privati e che per primo applichi la legge, pagando i propri debiti e rispettando i diritti dei cittadini e delle imprese”: potremmo sintetizzare così il progetto di Confindustria. Questo rappresenta una vera e propria tabella di marcia dal 2013 al 2018 da seguire passo per passo, per evitare il declino. Infatti, per superare l’emergenza economica e sociale – si legge – è necessaria una vera e propria “terapia d’urto” che prevede: il pagamento immediato dei 48 miliardi di debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni alle imprese; il taglio dell’8% del costo del lavoro nel manifatturiero e la cancellazione dell’IRAP per tutti i settori; un aumento di 40 ore di lavoro all’anno (pagate però il doppio in quanto detassate e decontribuite); la riduzione dell’IRPEF per i redditi più bassi e l’aumento dei trasferimenti agli incapienti; l’aumento del 50% degli investimenti infrastrutture ed il sostegno a quelli in ricerca e sviluppo; l’abbassamento del costo dell’energia. L’attuazione immediata e totale di tutte queste misure mobiliterebbe, nel suo insieme, 316 miliardi in cinque anni. Le risorse verranno trovate “rendendo più efficiente la burocrazia, tagliando e razionalizzando al spesa pubblica, dismettendo e privatizzando una parte del patrimonio pubblico”; “armonizzando gli oneri sociali”; “riordinando gli incentivi alle imprese”; aumentando gli incassi provenienti dalla lotta all’evasione fiscale del 10% all’anno; aumentando l’IVA. Inoltre, contestualmente a tali misure, è necessario avviare un processo di riforme volte a riformare il Titolo V, riorganizzare la Pubblica Amministrazione, ridurre e semplificare regole, fisco e rapporti fra contribuente ed Erario. L’insieme di tutti questi provvedimenti – di qui al 2018 – porterà il tasso di crescita del PIL al 3%, un aumento del PIL di 156 miliardi in cinque anni (al netto dell’inflazione), oltre 2.500 euro in più per abitante e quasi 4.000 in più a famiglia; un aumento del tasso di occupazione al 60,6% e la diminuzione della disoccupazione all’8,4%; l’aumento del peso dell’industria al 20% del valore aggiunto dell’intera economia, l’aumento degli investimenti al 55,8% e dell’export al 39,1%; l’inflazione attorno all’1,5% ed un incremento della produttività dell’1% all’anno; il debito pubblico al 103,7% e la pressione fiscale al 42,1%.

Aspetti critici dei programmi. Naturalmente gli scenari e le previsioni sono soggette a revisioni continue, quindi non mi metterò a contestare le cifre forniteci, ma mi limiterò a sollevare le criticità a livello d’impostazione dei programmi. Per quel che riguarda il Piano del Lavoro della CGIL, lo ritengo eccessivamente sbilanciato a favore del peso e del ruolo dello Stato nell’economia che, oltre ad avere causato tutta una serie di problemi – storicamente parlando – nella realtà italiana, sarebbe difficilmente compatibile con gli impegni presi in sede europea (leggi deficit e debito pubblico). Parlando, invece, del progetto di Confindustria – il quale, come abbiamo detto, affronta i problemi in un’ottica diametralmente opposta –, questo pare non voler ancora rinunciare alla vecchia logica dei contributi statali alle imprese (stimati in ben 33 miliardi annui), che tante distorsioni ha prodotto nel nostro Paese, e pare voler aumentare “il peso dell’industria al 20% del valore aggiunto dell’intera economia”: in linea teorica non avrei nulla in contrario, ma credo che – viste le tendenze dell’economia contemporanea globalizzata – sia necessario investire anzitutto nei servizi (e soprattutto nel turismo), che nel nostro Paese scontano un notevole ritardo nella produzione di valore aggiunto e rappresentano di gran lunga il settore preponderante.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus