Confessioni di una Cina pericolosa

02/02/2016 di Francesca R. Cicetti

La Cina non processa i suoi sospettati solo in tribunale, ma sul canale CCTV. Il terrore in televisione, come nel più classico dei romanzi distopici. Quelli di Li Xin, Gui Minhai e Peter Dahlin sono solo gli ultimi di una lunga serie di casi.

Cina

Alle 8:36 del 10 gennaio, Li Xin è salito su un treno per Nong Khai. Il giorno dopo, attorno alle 7:40, sua moglie lo ha contattato per l’ultima volta. Da quel momento, nessuno ha più visto Li Xin, nessuno ha più potuto parlargli. L’editorialista cinese si è dissolto in una nebbia di incertezze, è scomparso senza lasciare traccia. Su quel treno saliva per cercare asilo. Il 30 ottobre, Li ha pubblicato online fotografie di documenti che spiegavano il funzionamento interno della propaganda cinese, assieme a una lista di termini proibiti. Nomi di attivisti, di politici coi loro familiari, nomi di giornalisti, di luoghi, di fatti di cronaca troppo scomodi per essere ricordati. Li Xin li ha diffusi prima di chiedere protezione in India, e poi negli Stati Uniti. Senza essere accolto.

Gui Minhai è scomparso nell’ottobre del 2015. Uno dei cinque editori di Hong Kong svaniti negli ultimi mesi, autore di alcuni libri di gossip sui vertici cinesi. Era in vacanza in Thailandia quando se ne sono perse le tracce. A sorpresa, il 17 gennaio, è apparso di nuovo. Questa volta in televisione. Gui Minhai, con gli occhi pieni di lacrime, il viso rigato, tra i singhiozzi ha affermato di dover fare ammenda. Di dover confessare le proprie responsabilità. Piangendo, afferma di aver investito un ventenne, guidando sotto l’effetto dell’alcool. Più di dodici anni fa. Pubblicamente umiliato, moralmente inaccettabile, pericoloso. Gui Minhai ammette un crimine di cui nessuno era a conoscenza. E anche se l’opinione pubblica sembra sospettare che l’editore sia indagato per qualcosa di diverso da un incidente d’auto, la sua confessione costringe ogni voce a tacere. La televisione ha bollato Gui Minhai. Malizioso, criminale e depravato. Uno dei tanti che scompaiono per poi riapparire, in lacrime, fustigandosi per i peccati commessi. O per non riapparire affatto.

Anche Peter Dahlin ha confessato. Attivista per i diritti umani, trentacinque anni, svedese. Trattenuto in Cina da gennaio. È apparso anche lui dietro allo schermo, tre quarti, serio. Ha affermato di aver infranto le leggi, di aver ferito il paese. Si è battuto il petto e ha domandato scusa. Un giusto prezzo per essere poi rilasciato.

Così, la Cina non processa i suoi “sospettati” in tribunale, ma sul canale CCTV. È quasi sterile dibattere sulla sincerità di questi mea culpa. Quasi più simili a film di fantascienza, se ne potrebbe sorridere, se le implicazioni non fossero così pericolose. Non ci si può dimenticare della lotta forcaiola contro gli attivisti, quando si parla del fulgido impero cinese. Il suo superpotere nascente crolla di fronte alle campagne contro i giornalisti, l’informazione, le organizzazioni per i diritti umani. Pillole di giustizia arbitraria che mal si adattano a una potenza sofisticata e influente come la Cina. Il terrore via televisione è un gioco assurdo, che ci riporta più in oscuri mondi distopici. Non certo a una potenza moderna. E se le aule di tribunale vengono sostituite dalle telecamere, le luci calde degli studi saranno l’accusa. È solamente la difesa a mancare.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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