Conferenza di Parigi: gli Stati ripenseranno le politiche energetiche?

07/09/2015 di Marvin Seniga

La responsabilizzazione dei singoli Stati sarà il tema cardine intorno al quale ruoterà la Conferenza di Parigi. Ormai il cambiamento climatico è un’evidenza sotto gli occhi di tutti, non più negabile come in passato.

Clima e Ambiente

Mancano meno di tre mesi all’attesa Conferenza di Parigi sul clima. All’evento, che si aprirà ufficialmente il prossimo 30 novembre, parteciperanno migliaia di delegati in rappresentanza di 195 paesi, con l’intenzione di superare quelle divergenze che hanno decretato il fallimento dell’ultima grande conferenza, quella di Copenaghen, nel 2009. L’obiettivo è di convincere tutti gli Stati partecipanti a stilare un piano d’azione per ridurre le emissioni di “gas serra”, evitando così che nei prossimi anni la temperatura media del pianeta aumenti, come previsto dagli esperti, di oltre due gradi.

Un’impresa, a prima vista, titanica. Rare infatti sono state le occasioni in cui un così grande numero di Stati sia riuscito a trovare un’intesa su di un unico progetto condiviso. Tuttavia la sensibilità crescente – anche da parte dell’opinione pubblica mondiale – di intervenire prima che sia troppo tardi, e soprattutto il sistema di quote nazionali che verrà sperimentato a Parigi, potrebbero segnare una piccola svolta. La grande rivoluzione è rappresentata dal meccanismo delle Intended National Determined Contributions (INDC), il quale prevede che ogni paese, prima dell’inizio della conferenza, presenti un proprio piano a livello nazionale per ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica in un determinato arco di tempo. Un sistema che vuole responsabilizzare i singoli Stati, evitando di fissare obiettivi universali, uguali per tutti, indipendentemente dal contesto. I paesi in via di sviluppo avranno un maggiore margine di manovra, mentre le economie avanzate impegni più rigorosi. Un cambiamento significativo se si considera che uno dei principali motivi dietro al fallimento della Conferenza di Copenaghen fu quello di non prendere in dovuta considerazione i bisogni dei paesi emergenti, la cui crescita nei prossimi anni li porterà necessariamente ad aumentare le loro emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera.

Le principali potenze mondiali hanno già annunciato i propri piani. L’Unione Europea punta, entro il 2030, a ridurre di almeno il 40% le proprie emissioni di Co2 rispetto ai valori del 1990, mentre gli Stati Uniti – ma molto dipenderà dal partito che si insedierà alla Casa Bianca – dovrebbero ridurre tra il 26% e il 28% le proprie emissioni di “gas serra” rispetto ai valori del 2005.

Importante è anche quanto annunciato dalla Repubblica Popolare Cinese, in particolare per il suo effetto-guida nei confronti del resto della comunità dei paesi in via di sviluppo e per essere il principale responsabile singolo dell’inquinamento atmosferico. Il piano di Pechino, la cui economia è ancora in piena crescita, si divide in tre parti: in quanto paese in via di sviluppo, prevede che le proprie emissioni di Co2 continuino progressivamente a crescere fino a raggiungere il loro picco entro il 2030. Al tempo stesso, s’impegna, da una parte, a ridurre del 65% il proprio rapporto emissioni Co2/PIL entro il 2030 rispetto al livello del 2005, e dall’altra ad aumentare di almeno il 20% la percentuale di energie rinnovabili (nucleare compreso) utilizzate, sempre con il 2005 come anno di riferimento. L’Etiopia, che è stata una delle prime economie emergenti a pubblicare il proprio piano nazionale di contenimento delle emissioni di gas a effetto serra, ha preso spunto direttamente da quanto annunciato dalla Cina. Il governo di Addis Abeba si è fissato l’obiettivo di raggiungere entro il 2030 il limite massimo di 145 milioni di tonnellate di Co2 emesse. Un aumento considerevole rispetto ai valori attuali, ma decisamente inferiore rispetto alle previsioni future senza un intervento di contenimento, e il livello di emissioni dovesse continuare a crescere allo stesso ritmo di oggi.

La responsabilizzazione dei singoli Stati sarà il tema cardine intorno al quale ruoterà la Conferenza di Parigi. Ormai il cambiamento climatico è un’evidenza sotto gli occhi di tutti, non più negabile come in passato. L’inazione non è più un’alternativa, questo sarà il messaggio di Parigi, ognuno sarà chiamato a fare la sua parte, assumendosi la responsabilità delle proprie azioni. L’unità delle grandi potenze, almeno in questo caso, può essere una grande incentivo per tutta la comunità internazionale ad intervenire e a prendere con maggiore serietà i problemi ambientali, a lungo tempo assenti dall’agenda politica dei paesi in via di sviluppo. Parigi dunque si appresta ad essere un punto di partenza per tutto il mondo nella lotta al cambiamento climatico.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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