Confederations Cup: un’Italia stanca, simile al paese che rappresenta

25/06/2013 di Luca Andrea Palmieri

Confederation Cup Italia

La nazionale azzurra in questa Confederations Cup è senza dubbio la più atipica degli ultimi anni, capace di segnare, ma che subisce molto. C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno, ma i media si sono soffermati sulla parte mezza vuota: che fine ha fatto la nostra tanto amata difesa? Chiellini non ha preso ancora una sufficienza, Buffon non ne blocca una, sulle fasce non c’è pace.

Da un lato la formazione è più offensiva del solito: dei tre centrocampisti il solo De Rossi è adatto all’interdizione, uno è il regista per eccellenza (Pirlo), l’altro è una mezzala (Montolivo o Marchisio o Aquilani, a seconda dei casi). Col Brasile, data l’assenza di De Rossi, la situazione era persino peggio: neanche un interditore, momento quasi storico per la nostra nazionale. Il problema principale comunque resta un altro: la squadra ha giocato buona parte delle partite da ferma. Col Messico il ritmo era contenuto da entrambe le parti, dunque il problema è stato notato poco. Col Giappone è successo l’opposto: il pressing degli orientali ha letteralmente schiacciato la nostra nazionale, al punto da annullare praticamente Pirlo: una cosa mai vista negli ultimi anni in nazionale (e non solo). Le difficoltà di Montolivo a non buttar via la sfera (in parte per la lentezza dei suoi movimenti, in parte per l’assenza totale di giocatori in appoggio) è una dimostrazione ulteriore del discorso appena fatto.

Discorso che diviene ancora più grave se si estende ai difensori. Il terzetto di difensori juventini già ha sofferto il passaggio ai due centrali, ma ha anche dimostrato di essere piuttosto giù di corda. La dimostrazione di tutto ciò sta in ben tre avvenimenti: l’errore di Barzagli che ha portato al rigore per il Messico (errore di concentrazione, ma anche un’insospettabile lentezza di reazione), il gol del 3-1 brasiliano subito da Fred (che si è tranquillamente infilato in mezzo ai Bonucci e Chiellini), e, soprattutto, le difficoltà enormi sui calci piazzati. E’ in queste situazioni che l’esplosività fisica della difesa dovrebbe fare la differenza: sui calci da fermo contano i riflessi, la concentrazione nel tenere la marcatura, la repentinità dello scatto e la capacità di staccare al momento giusto con il giusto slancio. Quel che è successo all’Italia lo sappiamo: Okazaki ha anticipato tutti riuscendo a inchiodare Buffon con un perfetto colpo di testa a incrociare (tutto molto bello, ma una marcatura più difficile avrebbe reso molto più complesso il gesto atletico), e Fred ha staccato praticamente senza opposizioni sul gol di Dante. Poco conta che il difensore verde-oro fosse leggermente in fuorigioco.

Su Buffon va fatto un discorso a parte. Del portierone della nazionale vanno comunque ricordati alcuni ottimi interventi oltre agli errori. Ma si sa, la critica vuole che uno debba giocare bene in ogni momento, e per tutta la partita. Anche se sei il portiere e gli avversari ti prendono sostanzialmente a pallate. Va detto, è vero che su due dei gol del Brasile l’errore tecnico c’è stato, in particolare sul tiro di Marcelo, respinto con troppa sufficienza, così da rendere facile il tap-in di Fred; e forse anche sulla punizione di Neymar si poteva fare di più, visto che era sul suo palo. Ma va dato onor del merito al giocatore per il gesto tecnico. Le attenuanti, in ogni caso non mancano, a partire dal problema del classico pallone da competizioni internazionali, sempre più leggero del solito, e dunque meno prevedibile nel giro.

Il punto che a questo punto è evidentemente da analizzare è quello riguardante la condizione atletica. E’ normale che i giocatori azzurri sembrino così spompati? Salvo poi i moti d’orgoglio che permettono di giocarsela col Brasile e di ottenere un’insperata (e non poco fortunosa) vittoria contro un Giappone che avrebbe abbondantemente meritato. Sorgono diversi dubbi, e due sono le possibilità: o la squadra non sente la competizione, non vuole correre e quindi lo fa solo quando lo ritiene strettamente necessario (e in questo caso ci sarebbe un problema con le capacità motivazionali di Prandelli e del suo staff), oppure la condizione latita, i serbatoi sono vuoti e si cerca di usare la riserva quando si rischia di perdere la faccia (magari approfittando di avversari che pensano di avere in pugno la gara): col Giappone il trucco sarebbe riuscito, col Brasile no. La quantità di infortuni che sta massacrando la squadra (Abate, Montolivo, Pirlo e l’ultimo è Balotelli) fa pensare che sia più giusta la seconda ipotesi. E’ ironico, la nazionale italiana somiglia all’Italia stessa: stanca, indebolita e piena di problemi, ma che per ora riesce a rimanere in gioco grazie a veri e propri moti d’orgoglio.

Difficile capire come una nazionale di alto livello, composta da giocatori che, a livello internazionale, non hanno avuto un calendario tropo intenso, possa arrivare a una competizione in queste condizioni. Soprattutto considerando gli spagnoli, tutti con una media di cinquanta partite a giocatore sulle spalle, capaci di portare avanti il loro pressing e il tiki-taka come fosse la cosa più naturale del mondo. Sorge qui un altro problema, quello della preparazione altletica, dove l’Italia e i suoi club, probabilmente, sono rimasti indietro di anni e soffrono di problemi strutturali evidenti. Certo che, se non si dovesse trovare una soluzione, il rischio e’ di ripetere gli ultimi Mondiali.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus