Concorsi pubblici, l’ateneo di provenienza conterà. Giusto o sbagliato?

03/07/2015 di Luca Andrea Palmieri

Il decreto Madia si arricchisce di una norma che già scatena polemiche: per i concorsi pubblici in futuro non conterà solo il voto di laurea, ma anche l’ateneo in cui si è conseguita. Metodo questo, per contrastare certi abusi, ma che apre ad altre notevoli problematiche. Come saranno valutate le università? Intanto per il ministero la questione è “ancora aperta”

Giusto o non giusto? La novità del decreto sulla pubblica amministrazione per quel che riguarda i concorsi già sta facendo discutere. E inevitabilmente spaccherà l’opinione pubblica. Perché sono poche le questioni più controverse di quella sulla qualità dei nostri atenei, da nord a sud, tra i laureati di tutto il paese. Il pomo della discordia è la decisione di far contare, per i concorsi pubblici, non solo il voto di laurea, ma anche l’università di provenienza. Marco Meloni, firmatario dell’aggiustamento, ha spiegato sulle pagine de La Stampa il funzionamento del sistema: “il mio voto verrà considerato a seconda del voto medio che viene dato nella mia facoltà. Vogliamo impedire che gli studenti scelgano un certo indirizzo solo perché il meccanismo di valutazione è più generoso”. E se gli studenti di una certa facoltà sono, semplicemente, più capaci? In ogni caso non sono da escludere ulteriori valutazioni, magari in aula del Parlamento, visto che fonti del Ministero della Funzione Pubblica parlano di una “questione aperta”.

La statistica (nel senso più generale) in realtà darebbe pure ragione a Meloni: in un insieme ampio la distribuzione dei valori (i voti, in questo caso), tende sempre a distribuirsi secondo una normale (il famoso grafico a U rovesciata che tanto temono gli studenti): insomma, c’è sempre una quantità medio-bassa di persone che vanno male, una ampia di chi prende voti medi e una medio-bassa di chi prende voti altri. Deviazioni da questo standard sembrerebbero implicare variazioni esterne. Ergo, se le medie dei voti in due atenei sono diversi, in primis è perché i criteri di valutazione cambiano. Ma è anche vero che siamo nel paese dei casi particolari, e le varianti in gioco sono tante.

Non prendiamoci in giro: esistono atenei, o, più in particolare corsi di laurea dove le valutazioni tendono ad essere accresciute. Vuoi per il prestigio, vuoi per l’attrattività, vuoi per questioni interne. Ma è anche vero che esistono insegnanti più capaci dal punto di vista didattico, come situazioni socio-economiche, in certe aree, che facilitano la strada degli studenti. Si terrà conto di tutto questo? Difficile a dirsi in questo momento: si dovranno in primis attendere le possibili novità, e in ultima istanza i decreti attuativi del ddl Madia.

Resta da capire una questione fondamentale: quanto peserà ogni singolo ateneo? Lo stesso Meloni cita – come tra l’altro sarebbe normale che fosse –l’ANVUR (l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) come ente preposto alla valutazione. Ed in effetti il sito dell’agenzia presenta già una serie di dati (non aggiornati) che potrebbero contribuire, in vario modo, a determinare la capacità didattica di un ateneo. Ma lo stesso Meloni non garantisce che la scelta del Governo sarà questa. Si tratta comunque di un processo complesso e pieno di variabili, in cui è facile che una variazione nelle valutazioni finisca per favorire piuttosto che mettere in difficoltà certuni rispetto a cert’altri.

Una riflessione viene fuori da questa situazione, assolutamente attuale. In questo paese, siamo capaci di valutare i nostri servizi? Solitamente, e questo vale per la scuola come per l’università come per qualsiasi altro tipo di istituzione, soprattutto pubblica, quando si prova a valutare un servizio partono sempre le levate di scudi, spesso preventive, contro il sistema di valutazione in sé. Capita troppo spesso di avere la sensazione che le critiche abbiano l’obiettivo di depotenziare la capacità valutativa, piuttosto che migliorarla. E questo certo non aiuta il dibattito, perché chi magari vuole porre in evidenza questioni reali, che potrebbero davvero migliorare il modo in cui la nostra amministrazione lavora, finisce per rimanere sotterrato da una quantità di rumore assordante, che impedisce valutazioni serene.

E’ il solito scontro. Da un lato il timore, in parte giustificato, che le valutazioni danneggino certi atenei per questioni più politiche che oggettive. Dall’altro categorie che, per interesse o per paura, fanno di tutto per non essere valutate. In mezzo un mare magnum di soggetti più o meno moderati, costretti a schiacciarsi su posizioni esasperate da un dibattito pubblico sempre più improntato alla contrapposizione tra “bianco” e “nero”.

Chi subisce più o meno passivamente questa situazione sono però gli studenti stessi. Come quelli di eccellenza vera che, per questioni economiche o altro, avranno avuto la sfortuna di studiare nell’ateneo sbagliato (sempre contando però che c’è un concorso di mezzo, in cui possono mostrare tutta la loro bravura). Forse sono questi ultimi che devono temere più che mai le novità.

C’è chi propone, in senso totalmente opposto, di eliminare del tutto il valore legale del titolo di studio: che sia il concorso, in toto, a determinare l’abilità di chi vuol proporsi per un certo lavoro. L’alternativa è di togliere il vincolo del voto. Essere laureati sì serve, ma che i risultati precedenti non vengano conteggiati. In altri ambiti (per esempio, i concorsi europei) è così. Il rischio, di contro, è di avere frotte di decine di migliaia di candidati per ogni concorso, che rendono la selezione molto più lunga e complessa.

Insomma, come si fa sbaglia. Fatto sta che tutto questo è un discorso appena agli inizi (e non è affatto scontato che presto arrivino novità). Gli interrogativi da risolvere, non c’è dubbio, sono ancora molti. Perché si sa, il diavolo alla fine sta sempre nei dettagli.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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