La Concorrenza tra Diritto e Politica nella Questione Ucraina

19/03/2014 di Vincenzo Romano

Diritto e Politica. La storia ha dimostrato che è sempre esistita una forte tensione tra politica e diritto nelle questioni internazionali. La linea di demarcazione tra i due ambiti è sempre stata poco chiara, soprattutto nelle questioni che hanno interessato l’indipendenza di popoli dall’affrancarsi dallo Stato di cui facevano parte. Domenica 16 marzo si è tenuto il referendum indipendentista in Crimea. Gli esiti erano quasi scontati: il  96.6% dei votanti si è pronunciato favorevole alla secessione della Crimea dall’Ucraina. Fortissima è stata anche l’affluenza alle urne: tre quarti degli aventi diritto. Volendo prescindere dal risultato referendario e dalle conseguenti posizioni dei diversi attori coinvolti, cerchiamo di capire nella sostanza quali saranno i risvolti di un simile esito. Dietro un tale plebiscito si celerebbe, infatti, un’azione illegale che Mosca starebbe perpetrando in Crimea, contrariamente ai più elementari principi di diritto internazionale.

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Il presidente russo Vladimir Putin

Obiettivo di questa analisi sarà quindi quello di analizzare le azioni messe in campo dalle potenze mondiali che hanno interessi in gioco, ed in particolare quelle della Russia, alla luce di quelli che sono (o dovrebbero essere) gli obblighi sanciti dal diritto internazionale. Verrà quindi affrontata non soltanto la questione del referendum indipendentista, ma soprattutto quella dell’invasione russa del territorio di Crimea . Partiremo da quest’ultima.

Invasione della Crimea. L’antefatto riguardante l’invasione della Crimea consiste nell’approvazione da parte della Duma (il parlamento russo) dell’intervento militare in Ucraina. Risoluzione di autorizzazione che, è bene ricordarlo, è stata estesa a tutta l’Ucraina, e non soltanto alla Crimea.

Da un punto di vista del diritto internazionale, vi è una chiara violazione del principio che vieta la minaccia e l’uso della forza sancito, sia nella Carta delle Nazioni Unite, che nello statuto dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Da parte sua, la Russia ha invocato il diritto di intervento a difesa dei propri connazionali (la maggioranza della popolazione) residenti in Crimea e nei pressi delle basi russe (dove sono altrettanti i militari).

Così come sottolineato da Natalino Ronzitti,  professore di diritto internazionale, in un suo ultimo articolo, “la dottrina dell’intervento a protezione dei cittadini all’estero prevede che si possa intervenire in territorio altrui soltanto quando i propri cittadini siano realmente in pericolo di vita e il sovrano (il governo ucraino) territoriale non voglia o non possa difenderli”. Tale situazione è chiaramente non presente, per il momento, nella penisola. Altra questione è se il referendum indipendentista possa essere fonte di trasmissione di instabilità tra le due fazioni che attualmente si contrappongono (filorussi vs filoccidentali).

La Russia ha altresì invocato il consenso delle autorità locali ai fini dell’intervento militare promosso ed attuato dall’esercito russo. Anche su tale punto le critiche da muovere sono molteplici. La principale riguarda il fatto che la Crimea non è uno stato sovrano ai sensi del diritto internazionale: il principio di indipendenza da stati stranieri e quello di effettività dell’attività di governo non sono presenti nella penisola che, seppur dotata di una notevole autonomia amministrativa, è pur sempre parte dello stato ucraino. La penisola di Crimea fu trasferita all’Ucraina nel 1954, con un atto interno all’allora Unione Sovietica (presidenza Kruscev) e che conseguentemente alla sua dissoluzione nel 1991entrò a far parte, a tutti gli effetti, dell’Ucraina.

Uno degli scenari possibili, ed anche più probabili, è che se si arrivasse ad una secessione della penisola dal resto dell’Ucraina, la comunità internazionale non avallerebbe tale atto, non riconoscendo l’annessione della Crimea alla Russia. Sebbene la Cina sia il maggior alleato russo che siede al tavolo del Consiglio di Sicurezza ONU, la posizione di Pechino si allineerebbe a quella dei  leader occidentali . Se si verificasse tale ipotesi, il principio dell’integrità territoriale, sancito dal diritto internazionale, prevarrebbe sul principio di autodeterminazione dei popoli. Quest’ultimo avrebbe un senso soltanto se (e la fattispecie non si è mai verificata completamente) l’autodeterminazione avvenisse in maniera spontanea da parte del popolo che la rivendica. Secondo la comunità internazionale, nel caso ucraino, la secessione del territorio di Crimea sarebbe  stata fortemente fomentata dall’esterno, ed in aggiunta, vi sarebbe stato anche l’intervento di una potenza straniera.

Il principio della legittima difesa collettiva. Alla luce della Carta dell’ONU, nel momento in cui uno stato viene attaccato da un altro stato, si può invocare la legittima difesa come principio legalizzante di un eventuale attacco armato. Lo stato, se minacciato o se, peggio ancora, attaccato da uno stato straniero può attivarsi per difendere i propri confini, nonché il proprio territorio, la cui incolumità viene minacciata. È bene sottolineare che la legittima difesa, per essere operativa, non ha bisogno di un avallo del Consiglio di Sicurezza (attraverso una risoluzione o una decisione).

Strettamente collegato al diritto di legittima difesa individuale è quello della legittima difesa collettiva, che consiste nella possibilità di coinvolgere stati terzi nella difesa del territorio dello stato attaccato. nella situazione ucraina, tuttavia, il terreno sul quale si muovono gli stati “terzi” al conflitto è molto scivoloso. L’Ucraina, infatti, non fa parte della NATO, e quindi, non può chiedere aiuto a tale organizzazione (lo statuto del Patto Atlantico prevede che nel caso in cui un membro dell’Organizzazione venga attaccato, gli altri membri debbano correre in suo aiuto). Dall’altra parte, il Consiglio di Sicurezza è bloccato da qualsiasi tipo di intervento dal diritto di veto della Russia.

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Per ciò che riguarda l’UE, come accaduto in passato (vedi i casi Libia, Siria, ecc.) le diverse posizioni dei vari stati membri coinvolti nella discussione non riescono ad accomodarsi lungo un approccio comune. Il risultato è, anche qui, un non-intervento militare in Ucraina, ed una blanda presa di posizione contro la Russia.

Il Memorandum di Budapest del 1994. L’ultima questione di diritto internazionale che è stata sollevata riguarda il Trattato di Budapest del 1994 stipulato da Russia, Regno Unito, Stati Uniti ed Ucraina. La sostanza del trattato riguarda  la non proliferazione nucleare, e l’impegno delle tre potenze a non utilizzare le armi nucleari, nell’eventualità di un conflitto armato. Ovviamente non è il caso in questione, ma nel trattato viene  stabilita un’altra condizione che rileva ai nostri fini, e che potrebbe essere impugnata dall’Ucraina stessa, e cioè la conservazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina nell’ambito delle “frontiere esistenti”, inclusa la Crimea. Vi è quindi un riconoscimento formale della Federazione Russa delle frontiere ucraine, così come stabilite nel 1991, anno di dissoluzione dell’Unione Sovietica.

 Le conseguenze del Referendum. Riuscire a fare pronostici rispetto alle possibili, future, mosse delle potenze coinvolte nella crisi ucraina è arduo tanto quanto sciocco. La storia ha sempre smentito il determinismo di molti analisti che riuscivano a prevedere e pronosticare tutte le possibili mosse dei giocatori coinvolti: in politica internazionale tutto è concesso e tutto è possibile. Le esternazioni dei leader occidentali, che si sono affrettati a condannare il referendum dichiarandolo nullo; l’animosità dei manifestanti scesi in piazza a favore dell’indipendenza; la freddezza del presidente Putin, che viene costretto ad una forte prudenza nel riconoscimento del risultato referendario; questi ed altri motivi spingono a ritenere che la legittimità del referendum è demandata a scelte politiche ben precise. Il precedente del Kosovo, con tutte le differenze del caso, può essere richiamato come forma di abuso del diritto per la legittimazione di scelte politiche compiute dalle potenze straniere (occidentali). Ora anche l’Ucraina, e la sua popolazione, saranno costrette ad accettare scelte politiche che dovranno essere prese da attori esterni all’Ucraina stessa. L’unica cosa in cui si può sperare è che, sebbene imposte, tali scelte siano quelle giuste.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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