Comunicazione, arma contro la medicina difensiva

07/06/2015 di Pasquale Cacciatore

Parlare col paziente dovrebbe essere un elemento fondamentale del rapporto medico, oltre ad evidente segno di rispetto nei confronti di chi ha difficoltà e cerca nel camice bianco la soluzione

Comunicazione Medica

Una vera e propria piaga che erode il settore medico da anni, minando le fondamenta intrinseche del rapporto medico-paziente e modificando in termini quasi anti-fisiologici il modo di intendere l’arte medica; parliamo di medicina difensiva, ovvero l’approccio “difensitivistico” del personale medico che, per evitare eventuali ripercussioni legali in caso di cattivo risultato, tende a massimizzare procedimenti ed operazioni nel paziente così da poter tutelarsi giuridicamente. Una mossa che, però, non è supportata dagli studi e che, anzi, finisce per ripercuotersi inevitabilmente sulla già martoriata finanza sanitaria (effettuare dieci esami inutili invece che uno solo utile diventa pericolosissima pratica).

D’altra parte, la strada della medicina difensiva appare effettivamente come quella più facilmente percorribile, soprattutto a causa del grande disequilibrio (non facilmente risolvibile) fra l’intrinseca incertezza della materia medica e la rigorosa applicazione della materia giuridica. Eppure, nel complesso meccanismo di presa in carico del paziente, c’è talvolta qualche elemento su cui è possibile lavorare. Come, ad esempio, la comunicazione col paziente stesso, campo impervio in cui i deficit sono ancora molto grandi.

Un concetto che è ben dimostrato da numerosi casi sanitari, che hanno negli anni indicato che le problematiche giudiziarie non colpiscono in modo randomico, ma selettivamente coloro che svolgono male la propria professione. Già un’analisi di fine anni ’80 in Florida aveva dimostrato che il 70% delle spese giudiziarie in un collegio di ostetrici derivava dalla cattiva pratica del solo 6% di essi. Altri studi hanno evidenziato che uno dei fattori di rischio per una causa legale è aver già ricevuto in passato una denuncia.

Capire perché i pazienti denuncino i medici è fondamentale per non commettere gli errori classici nell’approccio sanitario e allo stesso tempo evitare il ricorso alla medicina difensiva. Uno studio americano del 1992 circa i motivi per cui neo-madri avevano fatto causa a medici riguardo i danni permanenti dei loro neonati, aveva sottolineato come gran parte dei motivi ruotassero attorno al poco dialogo degli operatori sanitari, al loro presunto tentativo di ingannare il paziente o alla semplice mancata comunicazione chiara e precisa delle eventuali problematiche durante gli interventi sostenuti.

Altro studio di qualche anno più tardi, sempre in suolo americano, dimostrava che erano più propensi ad esser denunciati medici già condannati proprio per motivi relativi al senso di incuria, trascuratezza nei confronti dei pazienti e non spiegazione di motivazioni o risultati di esami. Il motivi principale, dunque, rimaneva la scarsa comunicazione.

Studi di anni, raccolti dalla rivista JAMA, hanno all’opposto dimostrato che i medici più aperti e solari nei confronti dei pazienti son quelli che ricevono il minor numero di accuse. Un dato che, però, rimane confinato all’analisi su carta: sondaggi nelle comunità mediche hanno messo in luce che il problema della comunicazione non appare importante agli occhi di chi opera attivamente nell’ambito medico, se non considerato addirittura completamente trascurabile.

Stabilire un dialogo concreto ed efficace, magari iniziando a promuovere corsi specifici durante la formazione medica, potrebbe essere un ottimo modo per ripararsi dalle pratiche giudiziarie senza cedere alla semplicistica ed economicamente distruttiva scorciatoia della medicina difensiva. Nel mondo, alcuni centri hanno iniziato a sperimentare qualcosa del genere. All’Università del Michigan, ad esempio, da 15 anni è portato avanti un progetto specifico che supporta i medici nel comunicare errori commessi durante interventi in modo da diminuire gli errori futuri. Dopo gli anni di applicazione, i risultati parlano chiaro: i tassi di denuncia per motivi sanitari sono calati del 65%.

Parlare col paziente dovrebbe essere un elemento fondamentale del rapporto medico, oltre ad evidente segno di rispetto nei confronti di chi ha difficoltà e cerca nel camice bianco la soluzione. Uno studio pubblicato sulla rivista nazionale di Medicina d’Emergenza statunitense qualche anno fa aveva dimostrato che molto spesso nelle terapie intensive i medici non si sforzavano nemmeno nel rassicurare i pazienti, convinti di aver subito un infarto o un ictus, quasi una volta su due nei casi in cui non ravvisassero alcuna patologia del genere.

Insomma, il problema della comunicazione va affrontato seriamente iniziando a far leva proprio sugli elementi attivi delle comunità mediche, ovvero il personale sanitario. La piena consapevolezza della ricchezza ed utilità di questo approccio è il punto di partenza per diminuire i rischi correlati alla “malasanità” ed educare alla cultura della trasparenza e dell’accortezza, che dovrebbe esser prioritaria in un rapporto tanto delicato come quello medico-paziente.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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