Comuni italiani a pezzi, tra scandali, gettoni e giochi di potere

13/03/2015 di Luca Andrea Palmieri

Da Torino ad Agrigento, da Bari a Campobasso: che sia sud, centro o nord sono poche le zone dove non vi sia uno scandalo. Tra riunioni fantasma, leggi aggirate e furbate di ogni genere, un triste viaggio tra le inchieste che colpiscono gli enti base del territorio nazionale

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L’Italia: paese dei Comuni, molto prima che delle Regioni e dello Stato Italiano. Luogo in cui la cultura locale si è sviluppata in varie forme, portandoci una grande diversità e patrimoni artistici, e non solo, incredibili. C’è però una sola cosa in cui, oggi, la penisola sempre essere indissolubilmente unita: le furberie, la capacità della politica locale di inventarsi ogni trucco – legale o meno – pur di ottenere più di quanto dovuto dal proprio ruolo.

Se prendiamo in riferimento solo comuni medio-grandi, i casi sono comunque tantissimi. I primi due sono emblematici per come riuniscono nord e sud. Di Torino avevamo già parlato: tra i vari scandali, uno riguardava in particolare la circoscrizione 5 del capoluogo piemontese, dove venivano organizzate riunioni fantasma della giunta, che permettevano ai delegati di intascare gettoni di presenza extra per circa 600 euro al mese. Con l’aggravante del permesso lavorativo, che pure garantiva un rimborso per i datori di lavoro dei membri della giunta. Inutile dire che il sospetto è che anche questi ne approfittassero. Il fatto è stato reso ancora più grave dal coinvolgimento di Paola Bragantini, presidente della Circoscrizione fino a che non è entrata in Parlamento, nelle file del Pd.

In Sicilia sono riusciti a far persino di meglio. Ad Agrigento il Consiglio comunale si è dovuto sciogliere dopo le dimissioni di 17 Consiglieri, travolto dalle proteste di migliaia di cittadini dopo un’inchiesta di Ballarò. Anche qui c’era un “caso gettoni”, ma di proporzioni ben maggiori. Nel 2014 il Consiglio si sarebbe infatti riunito in commissione ben 1.133 volte. Ergo più di tre volte al giorno weekend compresi. Impossibile anche per il miglior Stakanov. Ovviamente il fine di questa follia è sempre nel denaro: il Comune avrebbe dovuto sborsare 285mila euro nel solo 2014 per le presenze, extra incredibili compresi. In media, contando tutti e trenta i membri del Consiglio, la spesa totale per consigliere sarebbe di circa 800 euro al mese.

La Sicilia resta grande protagonista del sistema gettoni: la Digos ha acquisito gli atti anche dal Comune di Messina, insospettita dai 900mila euro di spesa del 2014. “Sembra che alcuni consiglieri” scrive Repubblica, “si presentassero prima in convocazione e anche se non si raggiungeva il numero legale firmavano e andavano via, ottenendo comunque il gettone di presenza”. Il Movimento 5 Stelle poi ha denunciato anche il caso di Siracusa: in un anno le spese sono state di 760 mila euro per i gettoni di presenza, e di 1,2 milioni per i rimborsi, per 1.201 riunioni (anche più che ad Agrigento). Con in più l’approvazione di una delibera che prevede l’allargamento del gettone anche ai capogruppo non componenti in assemblea. Cosa che la legge non prevede, e contro cui gli stellati si sono scagliati. Intanto resta da chiedersi quanto si possa discutere in più di mille riunioni.

Quelle piemontesi e siciliane, simbolismi inappuntabili del nord e del sud, non sono però due storie isolate, unite dal caso. Evidentemente la “voce” si è sparsa, o, come si diceva, quando si tratta di furberie, l’Italia è più unita che mai: scandali gettoni – in questi mesi – sono presenti anche a Campobasso e Bari. Il Giornale del Molise racconta che, attraverso le Commissioni, i consiglieri comunali del capoluogo molisano hanno intascato più di 1000 euro extra al mese, frutto di più di una riunione al giorno. Secondo la fonte, che citiamo testualmente, “dentro ci sono tutti: dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle”. Il tutto con l’extra che, per moltiplicare i lavori, le Commissioni sono ben dodici: quasi quanto quelle di una camera del Parlamento. Con differenze a volte minime tra l’una e l’altra, come per quelle sui Lavori Pubblici e sull’Urbanistica.

Anche a Bari in Commissione si super-lavora, con veri numeri record: 55 riunioni a settimana, 220 al mese, ergo circa 2640 all’anno. A questo punto, Stankanov, avrebbe probabilmente commesso suicidio. Risultato: 300mila euro di costi (non solo extra, comprendono consigli comunali e commissioni regolari) per il Comune in soli tre mesi. La Digos sta indagando per capire se le riunioni vi siano effettivamente state, e quanto siano state conformi agli argomenti dichiarati (i più disparati); nel frattempo, i piani alti dell’ente hanno congelato i compensi extra per i consiglieri.

A furia di parlar di gettoni, ci si dimentica che a volte, a muovere le fila del comportamento “creativo” dei politici locali, c’è anche il potere. Come quello che – molto probabilmente – ha mosso per anni l’organizzazione dello scandalo “Affittopoli”. Roma è già piena di scandali di per sé (Mafia capitale ne è l’esempio per eccellenza), e l’ultimo riguarda i prezzi stracciati con cui il Comune, per anni, ha affittato il suo immenso patrimonio immobiliare. Si parla di un canone medio di 52 euro al mese. Un sogno per ogni cittadino. Un’utopia per quelli colpiti dall’emergenza abitativa, continuamente a rischio sfratto, in parte sovvenzionati dal Comune che pure spende abbondanti soldi pubblici per aiutare chi è oggettivamente in difficoltà. Senza contare che il Campidoglio, nel 2013, solo per i propri fitti di uffici e appartamenti ha speso 138,9 milioni di euro. Le entrate dai fitti ai privati del patrimonio immobiliare sono, invece di 27,1 milioni. Perdita netta: 111,8 milioni l’anno. La cosa più ironica è che la questione è esplosa proprio quando il Comune, per risanare le sue disastrate casse, ha deciso di mettere in vendita 751 dei propri immobili. L’84% di questi, per il Corriere, è occupato da inquilini abusivi. Facile intuire le motivazioni dietro il lassismo di questi anni: favori ad amici, a chi a sua volta ha fatto un favore, a chi porta voti. Insomma, il potere.

Concludiamo con il caso più particolare, che viene dalla Provincia di Salerno, ad Agropoli. Qui non ci sono evidenti o presupposte violazioni di legge, anzi: la legge, in questo caso, è stata furbamente aggirata perché si mantenga, anche indirettamente, la propria influenza e il proprio potere. Lo ricorda Massimo Gramellini su La Stampa: il sindaco di Agropoli, Franco Alfieri, ha intenzione di candidarsi alle elezioni regionali con Vincenzo De Luca, di cui è fervente sostenitore. Peccato che la legge non glielo permetta: esiste un’incompatibilità tra le cariche, ed il Comune, in caso di candidatura, verrebbe commissariato. Decide così di parcheggiare in sosta vietata e di farsi multare. Solo che la multa non la paga, anzi, la impugna davanti all’amministrazione comunale. Rappresentata da chi, se non sé stesso? E’ un paradosso: il Sindaco contesta l’ente che lui stesso presiede. La legge però prevede una risoluzione all’intrigo: il sindaco decade dall’incarico, ma il Comune, in questo caso, non viene commissariato: subentra il vice-sindaco. Così Alfieri può tranquillamente candidarsi al Consiglio Regionale, e chi meglio di un uomo di sua fiducia per la gestione della città?

Insomma, altro che Parlamento: nei Comuni, da nord a sud, spesso prende forma il peggio delle furbizie, delle ruberie, di sprechi che, riuniti in un’unica massa, arrivano a contarsi in centinaia di milioni di euro. Soldi che potrebbero davvero contribuire a migliorare il nostro paese. Invece finiscono per migliorare il tenore di vita di pochi, o, peggio, servono ad accrescerne l’influenza, dando loro la possibilità di scalare l’apparato, arrivare ai piani più alti, dove la fetta della torta è più grande. Ma la cosa più grave in assoluto, è che gli amministratori comunali sono i rappresentanti politici più alla base, quelli che dovrebbero essere più vicini in assoluto ai cittadini.

E allora povera Italia, perché se certi soggetti sono dove sono – da sempre o in un continuo ricambio –, allora significa che in questo paese, ancora e troppo, le furbate sono guardate con ammirazione, e non con sdegno.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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