Tra complotti e repressioni: il caso polio in Pakistan

11/05/2014 di Pasquale Cacciatore

Pakistan e poliomelite

Uno dei principî – purtroppo – classici nel mondo della sanità recita che “tanto più è rilevante una questione per il benessere socio-sanitario della comunità, tanto più difficile è la comprensione della stessa da parte della popolazione”. Tra i tanti argomenti che confermano la tesi, sicuramente un posto rilevante è occupato dalla vicenda relativa alle campagne di vaccinaziona obbligatoria e alle politiche di prevenzione. Nonostante la grande sicurezza tecnologica, l’informazione sempre più capillare e l’esperienza che il mondo dei vaccini ha raggiunto sino ad oggi nella sua ormai centenaria storia, la visione che – sia a livello locale che internazionale – ci viene oggi offerta è (almeno dal punto di vista sanitario) spesso desolante.

Lungi dal parlare dei dibattiti che da qualche anno rimbalzano tra amministrazioni locali e forum online nel nostro bel Paese, così come del tentativo di responsabilizzazione intrapreso da parte di alcune Regioni nei confronti delle famiglie, la fotografia della situazione che il Pakistan vive da un po’ di tempo è ritratto fedele dell’estrema deriva dei comportamenti che comportano l’abbandono scriteriato allo scetticismo scientifico e la paranoica gestione dell’educazione sanitaria, così come l’immagine dell’assenza di una politica sociale capace di supportare gli enti transnazionali nella promozione del diritto alla salute.

Pakistan e PolioDi cosa si parla. Enterovirus Poliovirus, più comunemente conosciuto alle cronache mediche come virus della poliomielite. Un’entità dalle dimensioni piccolissime (30 nm), anche bello a vedersi (quando si riesce) con le sue geometriche e regolari forme; un’entità devastante per gli effetti che comporta, in termini di morti e profonde debilitazioni fisiche. Il poliovirus è estremamente virulento; la trasmissione orofecale (ad esempio, attraverso drenaggi di acque reflue di scarsa qualità) assicura alti tassi di infezione. Nonostante buona parte degli infetti eradichi il virus senza presentare rilevanti danni – spesso l’infezione è asintomatica -, circa il dieci per cento sviluppa i terribili sintomi della poliomielite vera e propria, con infiammazione nervosa, distruzione dei neuroni motori, flaccidità permanente e paralisi. Contro il virus sono disponibili da decenni vaccini efficaci e sicuri (i famosi vaccini a virus ucciso o attenuato di Sabin e Salk), somministrati nell’ambito di una campagna di prevenzione su scala mondiale che ha portato, nel giro di vent’anni, alla riduzione del 99% dei tassi di incidenza di poliomielite in tutto il mondo.

Polio-free. Per l’Italia il traguardo è stato raggiunto il 21 giugno del 2002, con l’ufficiale dichiarazione dell’OMS di Paese “polio-free”. Se la situazione è quindi relativamente tranquilla in Europa, nelle Americhe ed in Oceania, all’appello dei virtuosi mancano da anni alcuni Stati asiatici ed africani, tra cui spiccano per incidenza Nigeria, India e – ultimamente – il Pakistan. Pakistan che, nel 2005, era giunto ad un soffio dall’ambita meta (“solo” 28 casi riportati), e che purtroppo è ricaduto in un vortice di violenza, complottismo e speculazione che ora rischia di minare seriamente la salute delle generazioni future. Secondo le stime dei sanitari locali, il traguardo si trovava a distanza di circa tre mesi. Adesso, però, il grave scenario rischia di provocare un ritardo di anni per l’eradicazione totale della malattia.

La situazione. Bastano alcune somministrazioni di gocce sotto la lingua, o lo scioglimento in bocca di una zolletta di zucchero impregnata del vaccino; vaccinarsi per la poliomielite, insomma, è semplice. Non in Pakistan, però, dove da anni sono in crescita i centri di prevenzione sanitaria vittima di attacchi terroristici, rendendo così il Paese l’unico caso al mondo in cui sia presente una rischiosa opposizione al programma di prevenzione guidato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sicuramente, al momento, uno dei tristi detentori del primato del maggior numero di casi, tale da costringere l’OMS a dichiarare ufficialmente uno stato d’emergenza per la rapida risorgenza della malattia. Immense aree del Paese rimangono totalmente sprovviste della copertura vaccinale, principalmente per la repressione violenta che i gruppi militanti di alcune regioni (nord e sud Waziristan principalmente) praticano nei confronti degli operatori sanitari; uno scriteriato gesto di autolesionismo colorato da fanatismo religioso ed imperante paranoia complottistica.

Complottismo. Proprio nel 2005, quando mancavano quei fatidici tre mesi all’eradicazione totale, i gruppi militanti pakistani iniziarono a creare stazioni radio che ciclicamente trasmettevano appelli contro la vaccinazione, ritenendola il frutto di una cospirazione americana atta a sterilizzare i bambini al fine di controllare il territorio musulmano. A ciò seguirono i periodici rapimenti – e spesso uccisioni – di sanitari coinvolti nel progetto della OMS, con una severa escalation determinata, nel 2012, dall’accusa ad un medico pakistano per la falsificazione di alcuni vaccini con il supporto dei gruppi segreti della CIA che indagavano su Osama Bin Laden. Facile capire, quindi, che in un Paese dove i dipendenti della OMS guadagnano 1500 rupie per tre giorni di lavoro (circa 10 euro), sono in molti ad abbandonare il programma vaccinale per non rischiare la vita.

Conseguenze. Con terribili risultati per la popolazione. Le vittime predilette dal poliovirus, infatti, sono i bambini al di sotto dei cinque anni. Bambini che, per non aver avuto accesso a qualche banale goccia vaccinale, son condannati alla disabilità permanente o, nei casi più gravi, alla morte per paralisi e complicanze respiratorie; bambini tanto più vulnerabili in quanto cittadini delle regioni più povere del Pakistan, dove il reddito non garantisce nemmeno la possibilità delle più elementari forme d’assistenza sanitaria. La triste morale Il primato del Pakistan è, come già detto, terribilmente grave per le conseguenze che da anni sta portando nella popolazione locale e per i rischi che ha fatto sorgere nell’area circostante. Oltre a compromettere la già dissestata politica vaccinale interna, infatti, la violenza e la repressione attuata in Pakistan sta minando infatti i vulnerabili risultati nelle regioni della Giordania, del Libano, della Turchia e – soprattutto – della Siria, che si è vista depennata dalla virtuosa lista degli Stati polio-free dopo ben quattordici anni. Un disastro sanitario forse per troppo tempo affrontato in maniera eccessivamente cauta, la cui crescita esponenziale in un periodo così breve ha allarmato i più alti enti sanitari del mondo, che ora dovrebbero focalizzare gli sforzi sulla cooperazione politica locale nel tentativo di salvaguardare un bene sanitario tanto prezioso quanto pratico come la vaccinazione per il poliovirus.

Una tragedia che ci insegna, ancora una volta, come nel nuovo modello socio-sanitario globalizzato la razionalizzazione delle risorse e degli sforzi cooperativi debba essere indirizzata ad una visione ampia ed estesa, mirata alla promozione del benessere sanitario anche delle popolazioni che vivono al di fuori del nostro confine/orticello. Oggi quanto mai, parlando di poliomielite e di malattie in rapida riaffermazione, non può che esser vero che “si può star bene solo se tutti stanno bene”. Un imperativo dalle caratteristiche pragmatiche direttamente ravvisabili nei tristi dati epidemiologici, prima ancora che morali od etici.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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