Cos’è il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali?

14/09/2013 di Luca Andrea Palmieri

L’attuale articolo 138 della Costituzione recita: “le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti“.

Una legge Costituzionale molto contestata – Molto scalpore ha fatto negli ultimi giorni l’approvazione alla Camera del disegno di legge Costituzionale n. 813 per l’istituzione di un Comitato Parlamentare di riforma costituzionale che superi il cosiddetto “bicameralismo perfetto”, nell’ottica di un nuovo sistema istituzionale e legislativo. Insomma, l’obiettivo è un cambiamento epocale della nostra struttura parlamentare. La natura costituzionale della legge costringe il ddl a un altro passaggio al Senato, a cui ne seguirà un ultimo alla Camera: ci vorrà dunque ancora un po’ di tempo prima della sua approvazione definitiva, ma è presumibile che il documento verrà adottato in una forma quantomeno molto simile a quella attuale. Oltre a fughe imprevedibili da parte delle forze parlamentari di maggioranza, solo la caduta del governo potrebbe, in questo momento, fermarne l’iter, che pare piuttosto spedito. La polemica fondamentale su questa legge riguarda le deroghe che pone all’art. 138 della Costituzione, inserito dai padri costituenti nel titolo riguardante le garanzie costituzionali come garanzia contro cambiamenti indiscriminati della carta. Ma in cosa consistono questi cambiamenti? Sono così arbitrari? Europinione, vista la confusione che pare albergare in giro sui suoi contenuti, ha deciso di esaminare il disegno di legge per capire cosa fa, effettivamente, questo Comitato, con una prospettiva totalmente neutra: starà al lettore giudicarne con serenità il contenuto.

Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali
Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali

Un obiettivo ambizioso – L’obiettivo del Comitato è di mettere in atto i lavori in vista di una radicale riforma della seconda parte della Costituzione, ovvero dei titoli dal I al V della Seconda Parte, con l’esclusione del IV. Si tratta dei titoli riguardanti, nello specifico: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo e le Regioni, le Province e i Comuni. Insomma, il disegno di legge permette un intervento specifico sui vari livelli di governo, escludendo la possibilità di toccare tutti gli ambiti della prima parte della Carta, nonché la Magistratura e le stesse garanzie Costituzionali. All’art. 2 è specificato che i progetti di legge di cui il Comitato si occupa sono solo e soltanto questi, a cui si aggiungono i progetti di legge di materia elettorale, che di base non hanno una copertura costituzionale. Questa scelta non deve stupire: un’eventuale riforma, come quella auspicata da Enrico Letta, che comporti il superamento del “bicameralismo perfetto” (ovvero il nostro sistema legislativo, dove tutti i disegni di legge di competenza dello Stato richiedono un passaggio sia alla Camera che al Senato), comporterebbe un inevitabile cambiamento totale e immediato del sistema di elezione: la competenza del Comitato dovrebbe servire (il condizionale è d’obbligo) a un lavoro contestuale che permetta di avere allo stesso tempo sia un nuovo sistema legislativo che una legge elettorale calibrata sulla sua nuova natura.

La composizione – Il Comitato è composto da quaranta parlamentari: venti Senatori e venti Deputati. La loro scelta viene impostata in base ai gruppi parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione: questi indicano i loro rappresentanti, in un numero basato sulla “complessiva consistenza numerica dei Gruppi e al numero dei voti conseguiti dalle liste e dalle coalizioni di liste ad essi riconducibili”. In pratica, partiti e movimenti (di cui i gruppi sono la manifestazione organizzativa nelle Camere), sono rappresentati proporzionalmente. Ci sono tutti, nella stessa composizione percentuale presente alle Camere (salvo rappresentanze, anche minime, dei gruppi più piccoli).

Le funzioni – Un altro punto molto sensibile è quello riguardante le funzioni del Comitato. Questi ha un potere tipicamente istruttorio. Dunque esamina i progetti di legge sulle riforme (presentati solitamente dai singoli parlamentari o dal governo) e ne elabora eventuali modifiche (votate al suo interno). In sostanza, il Comitato si comporta come si comporterebbe normalmente una commissione Parlamentare. In pratica sembra sostituire le Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato, nell’ottica di un esame congiunto dei progetti di legge: ha infatti le medesime funzioni di esame e di possibile emendamento, nell’ottica di un iter più veloce. La cosa più importante da comprendere è che il Comitato non approva in via definitiva questi disegni di legge (questa sarebbe una violazione non scusabile della Costituzione), ma, una volta esaminati, emendati e definite le relative relazioni (che contengono i pareri), questi tornano al Parlamento, similarmente da come già succede con le Commissioni Parlamentari.

Il Parlamento – Questi deve approvare i disegni di legge in maniera non diversa da come già previsto dalla Costituzione: due volte per ciascuna Camera. Anche le prime letture seguono l’attuale dettato Costituzionale: devono infatti svolgersi a distanza di tre mesi l’una dall’altra. Differente la questione per le seconde letture, dove vi è una differenza rispetto all’art. 138. Queste vanno concluse “ad intervallo non minore di quarantacinque giorni”. Ovvero quindici giorni in meno per Camera. Tutto ciò nell’ottica di una chiusura dei lavori del Comitato entro un anno e mezzo (che è il tempo in cui ci si aspetta di concludere l’iter, tenuto conto anche dei sei mesi di lavoro per presentare i progetti di legge al Parlamento).

I referendum – Altro punto importante è quello riguardante i referendum: l’art. 5 della legge dice esplicitamente che un quinto dei membri di una delle Camere, cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali possono richiedere un referendum popolare sui progetti di legge presentati. Tutto è come la Costituzione già prevede. La differenza è che questi possono essere richiesti anche nel caso i due terzi delle Camere approvino le riforme: l’art. 138 della Costituzione invece dice che nel caso i due terzi dei membri di ciascuna Camera abbiano approvato in seconda votazione la legge, questa non può essere soggetta a referendum. In questo senso la legge sul Comitato pone una garanzia maggiore rispetto alla Costituzione per la creazione di quesiti referendari.

La fine dei lavori – Il Comitato, infine, si scioglie quando le leggi da lui presentati vengono pubblicati oppure in caso di scioglimento di una o di entrambe le Camere: ovvero nel caso il Governo cada e si torni alle elezioni.

Qualche conclusione – Questi sono dunque i punti fondamentali di una delle leggi costituzionali più discusse degli ultimi anni. Per fare un’analisi finale, la struttura non sembra lontana da quella di una bicamerale, con l’obiettivo di rendere più snelli e più veloci i lavori per una riforma dagli effetti enormi sul nostro Paese, da completare in teoria entro un anno e mezzo. Uniche differenzi palesi sul piano della discussione legislativa, sono il tempo di poco più breve per la discussione parlamentare (nella misura di un mese circa) e una certezza quasi totale che la riforma portata avanti sarà soggetta a referendum popolare. Sempre che, nell’ultima parte dell’iter, la legge costituzionale 813 non ci riservi sorprese.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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