Coluccio Salutati, alle origini dell’umanesimo

17/08/2016 di Davide Del Gusto

Figura di spicco del ’300 italiano, Salutati fu cancelliere della Repubblica Fiorentina e, in seguito, un patrono del mondo intellettuale, che cercò di spingere per lo sviluppo della libertas e della socialitas del popolo fiorentino.

Solamente nel XIX secolo, nel pieno della congerie culturale legata sia agli ideali romantici che a quelli più squisitamente patriottici dei rivoluzionari, iniziò a circolare l’idea che, conclusa in qualche modo la tenebrosa e decadente – ma tutto sommato affascinante – stagione medievale, la società occidentale si fosse risvegliata all’improvviso dal precedente torpore e avesse rivolto il proprio modo di pensare la vita alla riproposizione di modelli antichi, greci e romani. Così, nel gioco storiografico delle periodizzazioni, cruccio necessario per tentare di categorizzare nel tempo il vissuto delle società del passato, gli uomini dell’Ottocento individuarono nel neologismo Renaissance il concetto stesso di risveglio generale che avrebbe riportato l’Europa del XIV e del XV secolo a riprendere la giusta strada del proficuo progresso intellettuale. Tentando comunque di dare ordine a un’idea letteraria che contribuiva a rimodulare sensibilmente la visione del passato, storici quali Jules Michelet e Jacob Burckhardt concepirono il periodo compreso tra la più avanzata stagione del tardo Medioevo e i primi passi della scalpitante modernità cinquecentesca come un’effettiva parentesi per la ricostruzione della società di quel tempo, quasi si trattasse di una “risurrezione” dell’uomo.

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca

L’idea secondo cui, a partire dalla metà del Trecento e poi per tutto il Quattrocento, lo stato sarebbe pensato e costruito come un’opera d’arte permise così di ricondurre alla percezione petrarchesca l’avvio desiderato di una nuova stagione slegata dalle pastoie di un medius tempus che, come una cesoia, aveva troncato di netto il ponte con la magnificenza della poesia e dell’arte degli antichi padri, facendo precipitare l’intera Europa all’interno di una grigia cappa di regressione. Effettivamente, superata la grave crisi del XIV secolo, la sensibilità degli uomini del primo Quattrocento si stava significativamente trasformando: i pilastri dell’idem sentire cristiano avevano iniziato a subire un primo arresto dinanzi alla mutata sensibilità della società tardomedievale, la quale in diversi momenti cercò nuovi metodi di lettura della realtà cercando comunque di mantenere i suoi punti fermi.

L’uomo in quanto tale finì così al centro della discussione sul suo destino nel mondo, virando così verso una visione che lo avrebbe posto al centro dell’universo e mettendo di fatto da parte il sistema valoriale teocentrico innalzatosi nei secoli precedenti come una solida cattedrale. Tutto ebbe inizio con Francesco Petrarca e la sua smania di ritrovare il più possibile la retta via degli antichi, ponendosi spiritualmente come una sorta di apostolo delle humanae litterae e dell’idea stessa di rinascenza. Inoltre, seguendo l’affascinante folle volo dell’Ulisse condannato da Dante, i primi umanisti del Trecento mossero la loro costante attività di ricerca sotto la spinta di una fervente curiositas intellettuale effettivamente inedita: se fino a quel momento i magistri avevano affollato le università creando un sistema educativo basato sulla trasmissione delle arti liberali, del diritto e della teologia, ora i nuovi esponenti del mondo culturale italiano ed europeo iniziarono a rendersi autonomi dalle istituzioni legate all’istruzione superiore e si avvicinarono sempre più alle nascenti corti delle signorie premoderne, luoghi in cui il lavoro della mente veniva retribuito.

Chiave di volta della renovatio fu l’approccio filologico ai testi: l’applicazione di un metodo ben preciso nell’analisi delle opere antiche pose così nuove questioni che esulavano dalla semplice accettazione o esegesi di quanto scritto, sempre con l’obiettivo ultimo di raggiungere le vette di un latino ciceroniano perfetto e idealizzato ben diverso da quello volgarizzato negli ultimi secoli. Dalla rilettura dei testi alla tentata e auspicata imitazione dei modelli classici il passo fu tutto sommato obbligato e, specie in un’Italia in cui abbondava un’incredibile quantità di vestigia romane, la volontà di un superamento dell’epoca medievale si fece sempre più scalpitante: dalla lirica poetica petrarchesca ai progetti artistici e architettonici delle vagheggiate e perfettamente prospettiche città ideali, fino alla ripresa del metodo e delle teorie filosofiche di Platone, il vento di un cambiamento culturale prese piede in una società in continua trasformazione, tanto da far constatare a Johan Huizinga che «l’umanista italiano rappresenta la crescita graduale della civiltà italiana e quindi il primo tipo dell’uomo moderno».

L’economia e la politica stessa dei nuovi stati regionali italiani e delle grandi monarchie avevano in effetti contribuito alla spaccatura del concetto medievale di ordine sociale e soprattutto alla decadenza delle due istituzioni universali per eccellenza, la Chiesa romana e l’Impero germanico, ormai legate a sistemi di potere di dimensione quasi locale: alla fine del Trecento, infatti, il mondo cattolico visse la profonda spaccatura del grande scisma d’Occidente, quando per un certo periodo si arrivò ad avere contemporaneamente tre papi regnanti, mentre l’istituzione imperiale finì per essere circoscritta alla sola area centroeuropea. Inoltre, nel medesimo contesto, i comuni italiani vennero pian piano sostituiti dal sistema oligarchico signorile creato da alcune grandi famiglie affermatesi sulle altre nella lotta per il potere cittadino. La grande intuizione degli stati regionali italiani fu comunque quella di finanziare il più possibile il lavoro delle proprie cancellerie, ormai gangli effettivi della gestione dello stato. Fu così che in particolar modo Firenze riuscì a barcamenarsi nella crisi dell’ultimo quarto del XIV secolo grazie all’azione di funzionari che non esaurivano il loro compito nella sola gestione della documentazione del comune ma che, con un’energia sempre maggiore, indirizzarono la città verso un preciso programma di rinnovamento umanistico. In tal senso è d’obbligo far coniugare la transizione fiorentina verso la modernità con l’azione amministrativo-culturale del primo e più importante dei nuovi intellettuali locali, il pistoiese Coluccio Salutati, vero e proprio araldo di quell’umanesimo italiano figlio di Petrarca.

Nato nel borgo di Stignano in Valdinievole nel 1331 egli venne ben presto catapultato nella dimensione lavorativa del padre Piero, assistente di Taddeo Pepoli signore di Bologna: le mansioni del genitore, molto vicine a quelle che avrebbe rivestito il figlio all’apice della sua carriera pubblica, permisero al giovane Coluccio di seguire i corsi di diritto nella prestigiosa università emiliana e di poter frequentare anche autori e opere più strettamente legati all’ambito letterario e retorico sotto l’attenta guida di Pietro da Moglio. Quest’ottima formazione assicurò al ragazzo la possibilità di tornare in Toscana alla caduta dei Pepoli e di essere assunto come notaio prima a Todi e poi a Lucca, potendo mettere a frutto le proprie spiccate capacità gestionali e giuridiche. Apprezzato e ormai abbastanza noto, nel 1374 venne convocato a Firenze per essere nominato cancelliere della Repubblica, carica strategica che mantenne ininterrottamente per trentuno anni, accrescendo il prestigio della sua patria adottiva fino alla fine dei suoi giorni: Salutati fu infatti lo scrupoloso custode dell’ordine amministrativo locale, capace di affrontare numerose criticità per tutta la durata del suo mandato.

Già nel 1375, infatti, il comune fiorentino si ritrovò coinvolto suo malgrado nella Guerra degli Otto Santi combattuta assieme ad altre città dell’Italia centrale contro le milizie pontificie incaricate di sondare il terreno per l’imminente ritorno a Roma di Gregorio XI dalla cattività di Avignone: la ricostruzione di uno stato della Chiesa solido aveva messo in allerta le amministrazioni comunali e lo stesso Salutati, in virtù del suo potere pubblico e facendo ampio ricorso alle sue ben note qualità letterarie, armatosi di penna scrisse continue invettive contro l’azione papale allo scopo di sobillare la popolazione romana; l’immediata scomunica del cancelliere e l’interdetto su Firenze non riuscirono a fermare il conflitto che tuttavia, a causa dello scisma, si risolse ben presto con un compromesso siglato a Tivoli da Urbano VI e dai rappresentanti dello schieramento comunale nel 1378.

 Gian Galeazzo Visconti offre la Certosa di Pavia alla Vergine
Gian Galeazzo Visconti offre la Certosa di Pavia alla Vergine

Ricevuta l’assoluzione, Salutati si ritrovò immediatamente ad osservare gli effetti della rivolta del popolo minuto di Firenze guidato dai lavoratori della lana, i Ciompi, contro il ceto magnatizio, commentando con una punta di amara delusione l’inadeguata gestione del potere da parte dei popolani insorti, il cui declino arrivò inesorabilmente nel 1382 con il ritorno delle famiglie più abbienti e l’ascesa pubblica degli Albizzi, fautori del Reggimento oligarchico. Il ribollire della guerra in Italia si ripresentò subito dopo, nel 1390, quando Firenze reagì con vigore alla paventata espansione manu militari di Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, in Toscana; a differenza della parentesi dei Ciompi, che lo aveva visto in un ruolo tutto sommato marginale, Salutati affilò nuovamente la sua penna risvegliando con le sue lettere l’orgoglio dei suoi concittadini in nome della florentina libertas, da opporre al nemico: la propaganda contro il Visconti, salutata con entusiasmo da Firenze, ebbe quindi un ruolo importante per la risoluzione del conflitto, scongiurato infine nel 1402 con la morte improvvisa di Gian Galeazzo per via della peste.

A partire dai primi anni del XV secolo, finalmente, la città del Giglio poté dar vita alle sue ambizioni umanistiche e Salutati, soprattutto grazie alla stima di cui godeva in gran parte dell’Italia colta del tempo, divenne una sorta di patrono del mondo intellettuale, spingendo il più possibile per far sì che l’eredità petrarchesca potesse dare frutto. In particolare, riprendendo un primo progetto di Giovanni Boccaccio, egli si rese protagonista di una rinascita dello studio del greco antico affermando che «i Greci riuscirono più dotti quando fecero tesoro della cultura latina, e i Latini quando unirono alla propria la cultura greca»: sperando in un nuovo, proficuo scambio culturale e umano, egli riuscì in tal modo ad invitare a Firenze il bizantino Emanuele Crisolora dandogli l’opportunità di insegnare la lingua antica a spese del comune. Seppur di breve durata, l’esperimento di Salutati costituì un importante precedente, permettendo così un legame solido tra la corte levantina dei Paleologi e Firenze, rinverdito in occasione dell’accoglienza degli esuli bizantini e delle opere letterarie salvate allo scempio della conquista turca di Costantinopoli nel 1453.

Negli ultimi anni di una sfolgorante carriera, grazie alla sua intensa, variegata e raffinatissima attività letteraria, Salutati riuscì quindi ad elevare Firenze al rango di patria della nuova cultura umanistica, ritenendo fondamentale lo studio degli antichi ideali di libertà, all’interno di un più ampio quadro diviso tra la vita contemplativa propria degli studi filologici e filosofici, miniere inesauribili di solidi e irrinunciabili principi morali ed etici, e la vita attiva del servizio civile in nome delle leggi, proprie degli uomini ma ispirate da Dio perché tendenti tutte al bene comune; il tutto in nome della libertas e della socialitas che egli riteneva proprie del popolo fiorentino. Ormai riconosciuto ovunque come l’intellettuale par excellence, maestro a sua volta di altri volti noti dell’umanesimo fiorentino del Quattrocento quali Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni, Salutati si spense il 4 maggio 1406, lasciando un’eredità pesante alla comunità cittadina; la celebrazione del suo funerale in Santa Maria del Fiore fu imponente e sulla sua bara venne posta una corona d’alloro, simbolo tangibile dell’importanza intellettuale e poetica che aveva conquistato in vita. Spinta da un motore inarrestabile, la nascente modernità europea passò de facto attraverso l’esperienza di vita del cancelliere toscano, destinata a un percorso di profonde trasformazioni che avrebbero cambiato completamente il volto dell’Europa nei decenni e nei secoli successivi.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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