Il colpo di stato nella Repubblica Centrafricana: storia di un conflitto infinito

26/03/2013 di Luca Andrea Palmieri

La Repubblica Centrafricana è nel caos più assoluto. Uno dei leader del gruppo ribelle Séléka, Michel Djotodia, si è autoproclamato presidente in seguito all’occupazione, da parte delle sue truppe, della capitale Bangui. Il presidente in carica del paese, Francois Bozizé, aveva lasciato il palazzo presidenziale per fuggire in Camerun poco prima che questi venisse espugnato dalle forze anti-governative.  La situazione è però tutt’altro che chiara.

Divisioni – Séléka è un gruppo formato da tre milizie principali, il Democratic Front of the Central African People (FDPC), la Convention of Patriots for Justice and Peace (CPJP) e la Union of Democratic Forces for Unity (UFDR) di Djotodia. Un altro dei leader, Nelson N’Jadder, ha dichiarato di non riconoscere l’autoproclamazione di Djotodia, nonché di avere le forze militari per contrastarlo. Insomma, una situazione che rischia di infiammarsi ancor più.

Un paese povero – Di certo alla Repubblica Centrafricana questa situazione non giova. Il paese, come indicato da Emergency, risulta 179simo su 187 paesi nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano dell’”United Nations Development Programme”. La speranza di vita è di 48 anni e il tasso di mortalità infantile è di 112 decessi ogni 1000 nati vivi. Numeri che evidenziano come si tratti di uno degli Stati più poveri della terra.Repubblica Centrafricana

Una storia tormentata – Guerre e regimi ne hanno segnato la storia recente, da quando la dichiarazione di indipendenza del 1960 sancì il completo distacco del paese dalla Comunità francese, ultimo residuo della dominazione coloniale che la Francia aveva nel continente. Per trent’anni si sono seguiti diversi regimi militari che, governando col pugno di ferro e con politiche repressive, hanno affossato la già fragile economia del paese. Dopo la caduta del muro di Berlino iniziarono a prendere forza pressioni democratiche (aiutate da rappresentanze internazionali) che portarono a elezioni controllate dall’ONU. I governi di questo periodo durato un decennio, sempre guidati dal presidente Patassé, non furono però in grado di dare stabilità al paese. Al contrario nel 2001, le forze governative, riuscite a sventare un sanguinoso tentativo di colpo di Stato, misero in atto una campagna di vendetta che colpì pesantemente la popolazione civile.

Nel 2002 il generale Bozizé, già sospettato in precedenza di tramare un ennesimo colpo di stato contro il governo, diede inizio a un’altra serie di attacchi che, l’anno dopo, portò alla conquista del paese. Venne riscritta la costituzione ed indette nuove elezioni che Bozizé vinse nel 2005. Ma l’instabilità non venne assolutamente minata. Nel 2004 emerse la figura di Djotodia, che organizzò la ribellione dell’UFDR insieme con altri gruppi. Negli scontri furono uccisi 20 membri del governo di Bangui; diverse città vennero occupate e circa 212.000 persone, secondo i numeri del’Human Rights Watch, furono costrette ad abbandonare le proprie case. Tra il 2007 e il 2012 però furono firmati alcuni trattati di pace tra governo e UFDR che garantivano a quest’ultimo amnistia, riconoscimento come partito politico e integrazione nell’esercito.

Il conflitto attuale – La pace non è durata affatto: già a dicembre 2012 è cominciato il nuovo conflitto. Nacque il gruppo Séléka che, accusando il governo di non aver rispettato i trattati di pace, ha dato inizio ad una campagna di occupazione di molte delle principali città delle regioni centrali e dell’est del paese. Il governo di Bozizé ha avuto l’appoggio della comunità internazionale africana, e paesi come il Cameroon, l’Angola e il Sud Africa hanno inviato truppe in difesa della capitale. Un “cessate il fuoco” era già stato firmato a gennaio, ma è stato violato dopo pochi giorni. Il 22 marzo le truppe di Séléka hanno così raggiunto Bangui e preso la capitale.

Francois BozizéComunità internazionale – La storia della Repubblica Centrafricana è dunque ricchissima di violenza, divisioni interne ed instabilità politica. La comunità internazionale si è interessata della zona in maniera troppo marginale: per quanto negli anni ’90 vennero fatti passi per avviare la transazione democratica, è innegabile che questi siano stati influenzati dalla presenza di giacimenti di petrolio e di uranio che danno vita a forti interessi economici nell’area. Non a caso la Francia, legata al paese dal passato di dominazione coloniale, ha influenzato in passato la situazione del paese appoggiando o ostacolando regimi più o meno favorevoli. Un intervento internazionale è in ogni caso plausibile, e, soprattutto sul piano umanitario, auspicabile. Difficile che tale iniziativa non venga presa dalla stessa Francia, ma viene da chiedersi se l’impegno già importante in Mali non limiti le capacità di azione del governo di Parigi.

La reazione dell’Africa – L’Unione Africana intanto, nella persona del suo presidente Nkosazana Dlamini-Zuma, ha fortemente condannato la situazione.  Questi ha esortato gli Stati Membri a prendere una posizione unanime contro l’attuale regime, dichiarando con una nota di prevedere “la sospensione dell’attività del’UA nel paese, il completo isolamento dei responsabili e l’adozione di sanzioni contro di loro”. La difformità dei gruppi ribelli tra l’altro ha permesso che si susseguissero diverse razzie, a cui si sono accompagnati vari casi di sciacallaggio. Inoltre gli uomini di Séléka hanno attaccato e ucciso militari dei paesi che avevano dato appoggio al governo di Bozizé, tra cui ben 13 sud-africani. Sarà dunque molto difficile per il nuovo regime convincere la comunità internazionale ad accettare la presa del potere con le armi.

Un popolo oppresso – L’unica cosa certa è che, come quasi continuamente successo negli ultimi 60 anni, a perderci è sempre il popolo centro africano. L’ultimo rapporto di Emergency dal coordinamento di zona, gestito da una dottoressa italiana, parla di elettricità ed acqua mancanti e di corsie degli ospedali piene. E’ decisamente ora che l’opinione pubblica internazionale sia sensibilizzata davvero su queste situazioni, e che le emergenze umanitarie siano trattate come tali ovunque indipendentemente da petrolio, uranio e diamanti.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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