Colosseo, è davvero la soluzione migliore?

18/09/2015 di Luca Andrea Palmieri

I servizi pubblici essenziali fanno riferimento ai settori che offrono servizi indispensabili per garantire ai cittadini il godimento di diritti della persona costituzionalmente tutelati: possono l’arte e la cultura rientrare nell'annovero dei servizi pubblici essenziali? Difficile a dirsi in realtà

Colosseo Arena

18 settembre 2015, Roma. Colosseo. Gruppi di turisti, scesi dalla metro, si avvicinano alla biglietteria di quello che forse è il sito culturale italiano più famoso al mondo. Vogliono, ovviamente, visitarlo. Ma arrivati vicino alle barriere, una sorpresa li aspetta: il sito è chiuso, per tutta la mattinata. Per chi parla solo inglese sembra ancora peggio, perché il foglietto affisso parla riapertura alle 11 p.m. Di sera, in pratica. E’ ovviamente un errore, banale, ma che può fare i suoi danni. Uno dei tanti problemi di un’amministrazione del bene pubblico culturale troppo spesso superficiale, soprattutto quando si parla di gestione di flussi turistici.

Motivo della chiusura straordinaria? Un’assemblea sindacale. Assolutamente regolare e legale, sia chiaro. Senza contare che il tema è quello del pagamento degli arretrati, una questione che, nella sua natura economica, diventa automaticamente spinosa. Eppure le polemiche sono scoppiate subito. In primis perché in fila sono rimaste ben 5 mila persone – in una giornata tra le più calde e afose della fine di quest’estate bollente – colte di sorpresa e costrette ad aspettare anche per ore. Comprensibile anche la loro scelta: c’è chi ha un’organizzazione ben definita, chi ha poco tempo, chi semplicemente non vuole dover tornare.

Le reazioni istituzionali non sono mancate: via Twitter. Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ha subito proposto di trasformare i musei in “servizi pubblici essenziali”, alla pari quindi con ospedali, forze dell’ordine e mezzi pubblici. Una scelta che imporrebbe, di fatto, la garanzia di un’operabilità minima anche in caso di scioperi ed assemblee. Gli ha fatto eco direttamente Matteo Renzi che, attaccando i sindacati, ha introdotto la possibilità di un decreto legge immediato.

Uno dei motivi dell’attacco è facilmente immaginabile, visto quel che successe già a giugno, a Pompei, quando per lo stesso motivo, i cancelli del sito rimasero chiusi per un’ora e mezza. Così, ancora una volta, i turisti rimasero sotto al sole e la notizia comparve sui giornali di tutto il mondo. Il problema principale è fondamentalmente questo: la legittimità della protesta è indiscutibile, ma questo genere di organizzazione reca un danno notevole all’immagine del paese. Non certo qualcosa di cui si sente il bisogno, vista la necessità di rilanciare fortemente il turismo, carta potenziale indiscutibile per la crescita del paese.

Ma possono l’arte e la cultura rientrare nell’annovero dei servizi pubblici essenziali? Difficile a dirsi in realtà. Una visione romantica potrebbe vedere nella fruibilità dell’enorme patrimonio culturale italiano un qualcosa di innegabile, sia per i cittadini che per i turisti, vuoi per l’importanza di storia e cultura, vuoi proprio per il peso che il settore turistico ha nell’immaginario globale dell’Italia.

I servizi pubblici essenziali fanno riferimento ai settori che offrono servizi indispensabili per garantire ai cittadini il godimento di diritti della persona costituzionalmente tutelati: in questo senso si potrebbe fare riferimento all’art. 9 della Costituzione, che ricorda come “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Un riferimento forte, vista la sua posizione nella parte più inviolabile del dettato costituzionale. Reggerebbe a un vaglio della Consulta? E’ tutto da vedere, e come spesso accade le possibilità della scelta ricadono nelle maglie di un’interpretazione.

Un’altra domanda da porsi: è questa una soluzione ideale? Sicuramente avrebbe un effetto. Pur non colpendo in maniera totale il diritto allo sciopero dei lavoratori di un sito, fa sì che un servizio minimo garantito sia sempre presente. Per farla semplice: biglietterie e sicurezza restano, guide, audioguide, servizi supplementari, etc. no, in caso di assemblea. Basterà però il personale a garantire il rispetto di un servizio minimo per poli della grandezza di Pompei o del Colosseo?

Fatto sta che il punto fondamentale è un altro, e sta tutto nell’intreccio di organizzazione e comunicazione. Perché se si va a dare un’occhiata al sito web del Colosseo – parte di quello della soprintendenza speciale per l’Area archeologica di Roma, di per sé fin troppo confusionario – non c’è nessun riferimento alle tre ore di sciopero. E poco importa che vi sia stato, una settimana fa, un comunicato stampa al riguardo. Evidentemente non è stato pubblicizzato abbastanza, e soprattutto sta all’organizzazione del sito fare in modo che la notizia sia fruibile il più possibile per il visitatore. Che, come i turisti inglesi che avevano prenotato in anticipo via web – con tanto di salta fila – per seguire il loro programma turistico, rischia di trovarsi beffato. Dunque, è mai possibile che in questo paese non si riesca a fare in modo che anche il turista sia tutelato, con la possibilità di avere in diretta tutte le informazioni sull’apertura o meno di un sito culturale senza rischiare brutte sorprese?

Quando c’è un contrasto tra Governo e Sindacati si finisce fin troppo spesso così, con posizioni pietrificate su visioni agli opposti. Per questo dire chi ha ragione tra Renzi/Franceschini e la Camusso, che già chiama all’allarme contro l’abolizione dei diritti, è difficile. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Se i primi rischiano di usare il tipico metodo dello “sparare con un cannone a un piccione”, la seconda, nella sua difesa strenua dei lavoratori – che pure hanno le loro ragioni – ignora completamente un disagio che colpisce dei terzi, nonché l’immagine del paese. Come accennato, l’ideale sarebbe quantomeno rafforzare le strutture di comunicazione, così che quelle due-tre ore di chiusura assembleare siano facilmente note, conoscibili e regolabili per tutti. Ma, nel paese dove la burocrazia fa perdere anni per aggiungere una virgola a un documento, l’opzione più semplice finisce troppo spesso per essere impraticabile.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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