Colombia: prosegue con successo il dialogo fra Governo e FARC

16/02/2015 di Michele Pentorieri

La politica del dialogo portata avanti dal Presidente Santos sta dando i suoi frutti. Questa volta il Paese latinoamericano può davvero giungere ad una pacificazione duratura

Colombia e FARC

L’annuncio da parte delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane di non aver intenzione di reclutare giovani sotto i 17 anni è l’ultimo tassello di un lungo processo di pace inaugurato nell’Ottobre del 2012. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha definito il comunicato “un passo nella direzione corretta” anche se “non è sufficiente quando si parla di bambini”.

I colloqui con i rivoluzionari, che si tengono a L’Havana e vedono diplomatici cubani e norvegesi parteciparvi come mediatori, rappresentano finora l’iniziativa più seria e duratura volta a porre fine al conflitto che dura oramai da più di 50 anni. Lo scorso 20 Dicembre, inoltre, le forze rivoluzionarie hanno dichiarato in maniera unilaterale un cessate il fuoco che può costituire un’importante accelerazione delle trattative. Il gesto è la migliore testimonianza di buona fede da parte delle FARC agli occhi della comunità internazionale, ma soprattutto agli occhi della stessa società colombiana.

Nonostante gli inviti rivolti al presidente Santos, quest’ultimo si è rifiutato di estendere la sospensione delle attività militari anche all’esercito colombiano, in considerazione di quanto successo in passato. Nel 1983, ad esempio, un cessate il fuoco bilaterale avallato dall’allora Presidente Belisario Betancur non solo non fece registrare significativi passi avanti nel processo di pace, ma addirittura lo fece naufragare poco dopo.

Nel quadriennio 1998-2002 fu il Presidente Andrés Pastrana a farsi promotore del dialogo con le FARC, dopo averne fatto un cavallo di battaglia durante la sua campagna elettorale. Pastrana garantì ai rivoluzionari delle zone demilitarizzate dove poter portare avanti i negoziati. L’atteggiamento fu da molti considerato eccessivamente permissivista e, in effetti, ebbe conseguenze tutt’altro che positive. Le zone demilitarizzate furono usate dai guerriglieri come campi di addestramento, cosa che portò, prevedibilmente, ad un nuovo naufragio delle trattative.

Memore di quanto un atteggiamento “morbido” sia risultato in passato deleterio nel riportare la pace in Colombia, Santos ha deciso di cambiare approccio, riuscendo a “costringere” le FARC a sedersi al tavolo delle trattative grazie all’appoggio dell’esercito, che ha messo a nudo le debolezze strategiche, militari ed organizzative dei rivoluzionari. Dare seguito alla richiesta di questi ultimi che il cessate il fuoco si estenda anche alle forze governative significherebbe, di fatto, far venir meno l’elemento che ha spinto i ribelli a dialogare con il governo.

Le trattative non si sono inabissate nemmeno quando, lo scorso 16 Novembre, il generale Rubén Darìo Alzate è stato rapito da un commando rivoluzionario. Quello stesso giorno, Santos aveva decretato la sospensione di ogni trattativa con le FARC, fin quando il generale colombiano non fosse stato liberato. In quell’occasione le critiche della destra si erano alzate in maniera poderosa, attaccando il Presidente per i tentativi di mediazione che portava avanti ormai da due anni. I ribelli, dal canto loro, avevano condannato la misura di Santos, sostenendo come ciò che accade sul campo debba rimanere al di fuori delle stanze delle trattative. Sembrava il classico preludio al definitivo naufragio dei negoziati, ma appena due settimane dopo le FARC hanno consegnato Alzate ed altri due ostaggi ad una delegazione della Croce Rossa Internazionale offertasi come mediatrice, favorendo la ripresa del dialogo tra le parti.

Se i negoziati riuscissero a partorire una pace stabile e duratura, le ricadute sociali ed economiche sarebbero per Bogotá tutt’altro che trascurabili. Sul primo aspetto, è importante evidenziare, quale prima conseguenza, la maggior capacità di controllo governativo sugli oltre 2 mila chilometri di confine con il Venezuela. In questa zona grigia è fiorente il contrabbando e diversi gruppi militari agiscono in maniera quasi indisturbata, approfittando dell’incapacità dei rispettivi Paesi di tenerli a bada. Senza considerare come, la guerriglia tra esercito e FARC, costi alla Colombia la perdita annuale di un punto di PIL. La fine del conflitto, potrebbe anche convincere il Venezuela a rinsaldare i propri rapporti con il Paese e a sfruttare le coste colombiane che si affacciano sul Pacifico come base da cui far partire le sue petroliere alla volta della Cina.

Il popolo colombiano sembra per la prima volta credere realmente a una pacificazione del proprio Paese, in grado di porre fine ad oltre mezzo secolo di violenze. I primi scontri tra diversi segmenti politici e sociali della vita colombiana cominciarono addirittura nel lontano 9 Aprile del 1948, quando Jorge Eliécer Gaitán, leader del Partito Liberale, fu assassinato da un conservatore. L’omicidio diede vita al Bogotazo, ossia all’insurrezione armata della capitale contro il governo conservatore. Agli scontri di Bogotá fece seguito una spirale di violenza nelle campagne che provocò tra i 200 mila ed i 300 mila morti.

Con l’intento di porre fine alla sanguinosa guerra civile, assunse il potere il generale Gustavo Rojas Pinilla che instaurò un governo in pieno stile peronista. Le modalità dittatoriali con le quali Pinilla governò il Paese riuscirono addirittura a provocare una singolare comunità di intenti tra il Partito liberale e quello conservatore che, nel 1958, rovesciarono il generale ed instaurarono il regime del Fronte Nazionale, che governò la Colombia dal 1958 al 1978.

Nell’ambito della riduzione della quasi totalità degli spazi di espressione politica che si verificò in quel ventennio, si spiega la nascita di vare formazioni di guerriglia, composte perlopiù da liberali che non avevano mai accettato una riappacificazione con i conservatori o da soggetti che avevano estremizzato la loro appartenenza politica sfociando nel comunismo. Tra le tante fazioni nate in quegli anni, spiccarono da subito le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, fondate nel 1964.

La fiducia che il popolo colombiano nutre nei confronti del dialogo con i rivoluzionari è figlia delle politiche portate avanti dal Presidente Santos, già Ministro della Difesa in occasione della liberazione di Ingrid Betancourt nel 2008 ed eletto Presidente della Colombia per la prima volta nel 2010. A testimonianza del consenso che la maggior parte dei colombiani accorda al suo dialogo con le FARC, Santos è stato poi rieletto il 16 Giugno 2014.

Allo stato attuale il processo di pacificazione sembra discretamente solido, avendo anche superato alcuni scogli che lo avrebbero potuto compromettere. A dare forza alla scelta di Santos di dialogare con i rivoluzionari- seppure mantenendo un atteggiamento intransigente rispetto ad alcune questioni – vi sono dati significativi che parlano di una drastica riduzione dell’attività militare. Questa volta la Colombia sembra davvero avviata verso un percorso di reale pacificazione.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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